Banche italiane osservate speciali? Obama sbrigati a fare pulizia!

19 06 2009

Ma la crisi non era finita?! Forse qualcuno sta cominciando a scovare la polvere sotto il tappeto…… e mentre Obama decide di fare una riforma del sistema (la vedremo col tempo, meglio tardi che mai), ecco quindi la notizia su Moody’s che mette sotto osservazione diverse banche italiane.

Circa metà delle banche e delle istituzioni finanziarie italiane (21, per la precisione) tenute sotto osservazione dall’agenzia di rating Moody’s rischiano di essere declassate, mentre per altri venti istituti di credito l’agenzia ha confermato i rating a lungo termine e sulla solidità finanziaria già assegnati. Due banche (Credito Valtellinese e Bancaperta) sono sotto osservazione per un possibile “upgrade”. Tra gli istituti sotto osservazione, Banca Monte dei Paschi e Banca Popolare di Milano, Banca Nazionale Del Lavoro, Banco Popolare, Banca CR Firenze. Ubi e Unicredit sono sotto osservazione solo per il rating di solidità finanziaria Bfsr. Confermati i giudizi su Intesa Sanpaolo.





La solidità delle banche italiane? Parliamone!

23 05 2009

Dopo tanti mesi di crisi finanziaria e bancaria vengono ancora snocciolati dati sulla solidità delle banche italiane rispetto a quelle straniere: in realtà una discussione più inutile che altro. Ditemi voi se Unicredit è una banca italiana! Ha più di metà delle sua attività dislocate all’estero.
Un interessante articolo del Sole24Ore ci ricorda come le banche itlaiane invetano molto meno nelle attvità finanziarie e speculative, eessendo maggiormente presenti nel campo più classico dei finanziamenti (i cosiddetti “impieghi”), rispetto ai quali si potrebbero fare tanti discorsi rispetto all’attuale situazione. Un’analisi interessante, ma siamo sicuri che sia tutto lì? La vera risorsa sono i clienti privati, i depositanti, da cui le banche, specie se italiane, hanno imparato a trarre grandi profitti (vedi fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.).

I risparmiatori se ne sono accorti? Ovviamente no….. tranne quelli iscritti al nostro gruppo Facebook!





Peggiorano i conti pubblici….. ma…. le banche?

16 04 2009

Mentre su Panorama ci ricordano che i conti pubblici italiani peggiorano a cuasa della crisi, altrove si leggono cose interessanti e forse un pò inquietanti. Ecco qui cosa si racconta sull’istituzionale Sole24Ore di oggi….

Chi immaginava che il «Guardian» mettesse tutto online smascherando gli artifici di Barclays, ideati per eludere le tasse e per farle eludere alle controparti di mezzo mondo. A Londra è scoppiato il finimondo. Ma in pochi hanno fatto caso che uno dei sette dossier riservati coinvolgeva due banche italiane: UniCredit e Intesa. Si chiama progetto «Brontos». (…)





Investire ed essere guardinghi

2 03 2009

Primo consiglio per evitare le truffe finanziarie: essere sempre guardinghi. “In molti casi alla base del raggiro c’è l’amicizia. E, sempre, c’è un rapporto di fiducia tra la vittima e il truffatore” racconta l’avvocato Roberto Vassalle di Mantova, uno dei legali più noti in Italia nel campo della difesa del risparmio. “A volte i promotori e i funzionari di banca infedeli sono addirittura parenti dei truffati. A Reggio Emilia mi sto occupando di tre clienti che hanno perso un totale di 1,5 milioni di euro fidandosi di un funzionario di banca che era un loro vicino di casa. Alla base della truffa c’era un rapporto di fiducia andato avanti per anni”. Proprio come nel caso Madoff? “Sì. Spesso vengono prodotti estratti conto falsi, mentre quelli veri sono domiciliati presso la banca e occultati al cliente” avverte Vassalle. Seconda avvertenza: non prendere per garantiti nemmeno i consigli, mai disinteressati, delle banche. Agli sportelli in molti casi vengono proposte forme di investimento complicate e rischiose, prodotti finanziari che di sua iniziativa il cliente non comprerebbe mai. Per esempio le obbligazioni strutturate, le polizze unit e index linked o i derivati per le imprese. Tutti strumenti che servono anzitutto a far guadagnare chi li vende.Terzo punto: occorre avere un’idea chiara di quello che si compra. “Attenzione agli ingredienti, bisogna sempre sapere quali titoli contiene il fondo o la polizza in cui s’investe” interviene l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef, associazione di difesa degli utenti bancari. “Altrimenti si scopre magari che i prodotti sono titoli di stato travestiti. Per esempio, è composta per l’84 per cento da titoli di stato la polizza Scudo 42, offerta per risarcire i clienti che avevano titoli Lehman Brothers da parte dell’Unicredit Banca di Roma”. E quali sono le dimensioni delle truffe vere e proprie? Gli importi sono molto variabili, da 100 mila euro fino a 5 milioni. In molti casi si tratta di ammanchi provocati da promotori finanziari. Nel 2008 la Consob, la commissione che controlla le società e la borsa, ha radiato 45 promotori dall’albo, mentre per altri 43 ha adottato una sospensione sanzionatoria (da un minimo di un mese a un massimo di quattro). Inoltre in 31 casi la Consob ha segnalato all’autorità giudiziaria un’attività illecita da parte dei promotori. Comunque nel 2008 le truffe finanziarie sembrano leggermente diminuite dato che nel 2007 le radiazioni di promotori decise dalla Consob erano state 64, le sospensioni cautelari 25 e le sospensioni sanzionatorie 44. Tanza in questo senso consiglia di “accertarsi che si abbia a che fare effettivamente con un promotore, facendogli esibire il tesserino, e poi controllare sui siti della Banca d’Italia e della Consob che non sia stato sospeso o radiato”. Va aggiunto che, per fortuna, la legge italiana tutela i risparmiatori truffati: la banca risponde in solido del comportamento fraudolento di promotori finanziari e funzionari infedeli. “Certo, è rarissimo che la banca si faccia carico spontaneamente della perdita. In genere paga dopo l’iniziativa di un legale” avverte Vassalle, che ha ottenuto centinaia di sentenze favorevoli in cause per investimenti finanziari: è stato il primo avvocato in Italia a vincere in Cassazione sul caso dell’anatocismo (cioè gli interessi sugli interessi, giudicati illegittimi) e sull’uso di piazza (un altro sistema con cui le banche tosavano i clienti applicando tassi più alti). Ha pure ottenuto, nel 2004, la prima condanna di un istituto di credito costretto a rimborsare i tango bond argentini. Per quanto riguarda le truffe orchestrate da promotori e funzionari, secondo Vassalle “metà delle cause si risolve con transazioni, mentre nel 50 per cento dei casi si deve arrivare a sentenza. E se è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre”.Attenzione, però, a quelle che Tanza definisce “le truffe più pericolose, perché organizzate con la complicità dei direttori delle filiali bancarie che presentano promotori esterni, spesso proponendo prodotti completamente inadeguati”. Ma quali sono i tipi di truffa orchestrati dai piccoli Madoff all’italiana? I metodi sono due: il primo è il più semplice, con il promotore che si appropria il denaro versato dal risparmiatore facendosi dare contanti o assegni intestati a lui anziché alla banca. Il secondo sistema, ed è il più ricorrente, è quello in cui il promotore per occultare le perdite architetta nuove operazioni sempre più a rischio, in genere dando ai clienti estratti conto falsi.Non sono solo i promotori a truffare gli investitori. Racconta Vassalle: “Ho avuto un caso a Firenze in cui l’infedeltà era da parte dei funzionari della banca e ho già ottenuto tre sentenze favorevoli, per diversi clienti, con obbligo della banca a restituire complessivamente oltre 1 milione di euro. Per la stessa vicenda ci sono ulteriori cause in corso”. In definitiva, quali sono i consigli per evitare brutte sorprese? Tanza raccomanda: “Non bisogna mai firmare subito il contratto, ma farsi consegnare il prospetto e studiarselo con calma a casa. E poi, nel modulo che si compila per verificare che il rischio sia adeguato, un trucco per evitare fregature è indicare sempre un profilo molto cautelativo. In questo modo sarà lo stesso computer della banca a evitare i prodotti più rischiosi”. Vassalle consiglia di “rivolgersi a consulenti indipendenti che non eseguono direttamente gli investimenti”. Insomma, per non cadere in trappola meglio distinguere i ruoli di chi consiglia e di chi opera sul mercato.

tratto da articolo di Panorama del 2/3/2009

La consulenza finanziaria indipendente è sempre più una realtà, anche nella tutela dei risparmiatori da eventuali truffe.

Iscriviti anche tu al gruppo Facebook “Io vado dal consulente finanziario indipendente” e sostieni la causa.





Profumo, JP Morgan e l’interesse dei loro clienti

2 02 2009

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit dal World Economic Forum di Davos a proposito della funzione delle banche: «la cosa importante è vendere il giusto rischio al giusto cliente». «Siamo come le industrie farmaceutiche, solo che non c’è il dottore che prescrive il prodotto e siamo noi stessi che abbiamo anche questo ruolo». Lo dice Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit parlando della funzione delle banche. «Qualsiasi prodotto una banca vende, sta vendendo del rischio. La cosa importante è vendere il giusto rischio al giusto cliente», sottolinea parlando al World Economic Forum di Davos da dove respinge l’idea che le banche possano diventare utility. «Per definizione noi gestiamo il rischio. Non possiamo essere utility perchè il nostro business è molto più complicato». E «se le banche fossero nazionalizzate e diventassero una public utility si distruggerebbe molto del loro valore nella società». Per chiarire la metafora tra industria farmaceutica e banche con queste ultime che rivestono anche la funzione di medico, Profumo precisa: «è chiaro che tra questi due ruoli, ci sono elementi di grigio, regolati dal Mifid», cioè dalla direttiva europea che fissa i criteri che gli operatori finanziari devono seguire nel collocare i prodotti. La supervisione globale? Secondo l’amministratore delegato di Unicredit è difficile da attuare. «In Europa -spiega – dobbiamo fare un passo in avanti e più sforzi per integrare le attività di supervisione del sistema bancario, che non deve essere di ogni paese ma europea. Muoversi su un piano più vasto, come quello globale, credo invece che sia impossibile, perchè non ci sono contribuenti globali, mentre può esserci un contribuente europeo». Alessandro Profumo ha poi sottolineato come il suo istituto, con presenza per l’80% in Italia, Germania, Austria e Polonia sia una «banca europea, non italiana».

tratto da articolo del Sole24Ore del 02/02/2009.

Certo che è davvero imbarazzante, che, ancora oggi, si debba ascoltare il parere di un banchiere quando si tratta di discutere del futuro dell’economia mondiale e di come si fa consulenza ai risparmiatori. Intanto, si è appreso in questi giorni come la grande banca americana JPMorgan abbia liquidato le proprie posizioni nei fondi Madoff, senza aver consigliato i propri clienti di fare altrettanto: leggete qui!





Profumo e l’interesse delle banche

24 11 2008

Dalla bella rubrica “Secondo Senso” di Panorama

“La banca non è buona né cattiva, fa correttamente il suo interesse se persegue la legittimazione sociale” (Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit)
voleva dire
“Quando dicevo che il profitto era l’unico faro che una banca doveva avere non avevo ancora visto i numeri del bilancio dell’Unicredit di quest’anno”.

Beh niente da dire….. Alessandro Profumo ha chiaro il fatto che la banca fa prima di tutto il proprio interesse: Quella del perseguimento della legittimazione sociale mi sembra tanto un’aggiunta “politically correct” che non poteva fare a meno di proferire.

Intanto su Facebook ho aperto il gruppo “Io vado dal consulente finanziario indipendente“: l’alternativa è essere d’accordo con Alessandro Profumo. ;-)





La Fed taglia ancora i tassi: il Giappone si avvicina?

30 10 2008

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro. Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi. L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento. A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

tratto da articolo di Panorama del 29/10/2008

I paragoni sono ormai facili e inevitabili. non mancano analogie sia sulle cause che sugli effetti. In molte cose la crisi finanziaria attuale ricorda quella giapponese: la bomba immobiliare innanzitutto e il taglio forsennato dei tassi ufficiali come tentato rimedio. Forse non è finita qui: non è da escludere che, alla luce di tassi interbancari ancora molto scostati da quelli ufficiali delle banche centrali, la strada da percorrere per arrivare ai “tassi zero” debba essere interamnte portata a termine. Intanto, il Giappone, a distanza di quasi 20 anni dalla sua crisi interna, non è ancora uscito dal tunnel: crescita stentata, rischio deflazione, borse che non hanno mai recuperato interamente dai massimi della bolla degli anni Ottanta.

Intanto le prossime decisioni spetteranno alla BCE: per il 6 novembre potrebbe arrivare un nuovo taglio dei tassi: ma in questo caso i “tassi zero” sono ancora molto lontani.





Calano i profitti delle banche

27 05 2008

La crisi dei subprime Usa è passata come un ciclone sulla finanza mondiale, spazzando anche i conti dei big del credito. Addio ai pingui profitti del 2006 quando, con un risultato corrente cresciuto del 15%, le banche europee avevano potuto festeggiare il miglior anno del decennio. Ma, a mettere in fila i dati più recenti sulle perdite delle grandi banche internazionali – come ha fatto R&S-Mediobanca nell’ultima indagine dedicata al comparto – si scopre che a farne le spese più di tutti non è stata una banca americana bensì la svizzera Ubs, una volta quasi sinonimo di conservatorismo nel credito. Nel semestre orribile che va da ottobre 2007 a marzo 2008, il numero uno elvetico ha riportato perdite complessive per 14,8 miliardi di euro. È andata meglio (si fa per dire) Citigroup, che pur operando nell’epicentro del terremoto finanziario, è arrivata solo seconda con un passivo di 9,9 miliardi. Benitenteso, non si tratta solo di mutui allegri, perché il risultato netto recepisce tutte le perdite del conto economico. Per esempio SocGen deve principalmente ai derivati fuori controllo i 3,35 miliardi di rosso dell’ultimo trimestre 2007, solo parzialmente compensato dal ritorno all’utile, per 1,1 miliardi, dei primi tre mesi del 2008. Le italiane, meno esposte al fenomeno, se la sono cavata, mantenendo i conti in attivo, ma rinunciando ai superprofitti dell’anno prima. Solo nei primi tre mesi del 2008, a Unicredit e IntesaSanPaolo sono venuti a mancare oltre 3,2 miliardi di utili netti rispetto allo stesso periodo del 2007, quando non c’era ancora avvisaglia della crisi mondiale. E tuttavia, il conto economico riflette solo metà della storia, perché se si guarda al portafoglio titoli delle banche (questa volta i dati sono riferiti al 2006), dove si trovano anche le cartolarizzazioni dei mutui, si scopre che per esempio le americane classificano come “disponibili per la vendita” il 51,2% dei titoli, le cui minusvalenze finiscono per pesare sul patrimonio netto, decurtandolo. Per le banche Usa solo la metà dei titoli (il 48,7%) è detenuta per negoziazione, nel qual caso le perdite potenziali vanno a deprimere gli utili. Per le banche europee l’insidia patrimoniale è limitata al 31,7% del portafoglio, contro il 65,3% che, in caso di problemi, minaccia invece i profitti. Ma vogliamo parlare anche delle perdite su crediti? Qui la finanza non c’entra, ma le banche hanno iniziato ad avere la mano pesante già nella prima metà del 2007.Tant’è che l’anno scorso negli Usa le svalutazioni crediti hanno raggiunto un picco del 28% dei ricavi. Le americane sono corse però subito ai ripari con iniezioni di capitale così da non compromettere il coefficiente di stabilità,confermato al 12%,mentre da un anno all’altro quelle europee, per l’aumento delle posizioni a rischio, hanno visto il parametro scendere dall’11,7% all’11%. Peraltro mentre la copertura dei crediti dubbi è sempre integrale negli Usa, in Europa è del 68%, in Giappone del 66%. Tra finanza allegra e crediti facili, comunque, a farne le spese sono state anche le casse statali: 20 miliardi di dollari di introiti in meno per il fisco americano nel 2007, 11 miliardi di euro in meno per le amministrazioni del Vecchio continente. Peraltro le banche europee godono di un tax rate più favorevole rispetto alle sorelle americane: 24,1 contro 32,2 (nel 2006). Nei nove anni che vanno dal 1998 al 2006, se le banche europee avessero avuto lo stesso trattamento delle statunitensi, avrebbero pagato maggiori imposte per 66 miliardi. Forse non è un caso che l’Europa del credito vinca la sfida del Roe: 19,8% nel 2006 contro il 18% delle banche Usa (il 13,3% delle cinesi, e appena il 9,9% delle giapponesi). Non c’è però solo il Fisco a spiegare la maggior redditività del credito nel Vecchio continente. Nel periodo ‘98-2006, infatti, le banche europee hanno visto aumentare i ricavi per dipendente del 42% a fronte di un aumento del costo del lavoro pro capite del 36%. Dinamica inversa sull’altra sponda dell’Atlantico, dove l’aumento del costo del lavoro pro-capite (+52%) è stato superiore all’incremento della produttività (+46%). Fa storia a sè l’Italia: i ricavi per addetto nello stesso periodo sono cresciuti solo del 6%, ma il costo del lavoro unitario, grazie anche all’espansione verso l’Est europeo, è addirittura sceso del 4 per cento. Ma dove le differenze sono ancora abissali è nel grado di concentrazione del sistema. Se l’aggregato delle banche taglia extralarge censite da R&S si è sfoltito in otto anni, passando da 109 a 66, l’istantanea delle tre macro-aree occidentali è tutt’altro omogenea. Le europee sono grandi, grandissime per dimensioni assolute e in termini relativi a casa loro, ma le prime cinque banche nel 2006 contavano solo per il 30% sultotale dell’attivo nel complesso continentale, contro l’80% in Giappone o il 75% negli Stati Uniti. Come dire: l’euro ha unito le valute, ma nel credito i confini nazionali dividono ancora.

tratto dal sito del Sole24Ore del 27/05/2008

Con le lacrime agli occhi per i pochi profitti realizzati dal sistema bancario, voglio solo ricordare quanto detto in questi giorni dal grande finanziere Warren Buffett: “…le banche, e solo loro, sono responsabili della crisi finanziaria. Si sono esposte oltre ogni logica, assumendo così rischi troppo elevati. E’ talmente evidente la loro colpa che non vale assolutamente la pena cercare altri responsabili”.