Timori inflazionistici soffiano sull’Euribor

27 05 2009

Ve ne parlavo giusto qualche giorno fa in un mio post…. ora ne parla anche il Sole24Ore (chissà se leggono questo blog?!).

Dopo quasi otto mesi di discesa praticamente ininterrotta che ha portato i tassi interbancari ai minimi storici, cinque sedute consecutive di risalita dei tassi interbancari sono un segnale da non sottovalutare. Due gli ordini di fattori che stanno deteminando questo cambio di rotta. «Si fa più concreto – spiega al Sole 24Ore.com Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – il timore di un aumento dell’inflazione nei prossimi mesi, causato dalla forte immissione di liquidità nel sistema finanziario. Una ripresa dell’economia verso fine anno spingerebbe le quotazioni del petrolio e quindi anche l’indice dei prezzi». Punto numero due: «Il mercato – continua Drusiani – inizia a scontare il fatto che la Banca centrale europea potrebbe cambiare idea rispetto alle recenti analisi esposte dal presidente Trichet, secondo il quale i tassi all’1% potevano non essere il limite minimo». Secondo le previsioni di Aritma I.F. per il Sole24ore.com sui tassi a medio-lungo termine peserà la massa di debito pubblico che i governi hanno accumulato per fronteggiare la crisi.

Si, insomma… notizie non tanto carine per la futura rata del mutuo degli Italiani, soprattutto con l’aria che tira.





In realtà la crisi c’è ancora…. ma almeno respira chi ha il mutuo a tasso variabile.

20 05 2009

Se l’erano vista brutta….. quando i tassi sembravano continuare la loro ascesa….. poi la crisi….. ed ecco qua! (l’altra faccia della medaglia nell’andamento del’Euribor a 3 mesi).

Nel frattempo Tremonti sembra voler dare una strigliata alle banche per i tassi troppo alti sui finanziamenti. Sarà mica la solita pantomima? A proposito, ma la portabilità che fine ha fatto?

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La Fed taglia ancora i tassi: il Giappone si avvicina?

30 10 2008

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro. Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi. L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento. A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

tratto da articolo di Panorama del 29/10/2008

I paragoni sono ormai facili e inevitabili. non mancano analogie sia sulle cause che sugli effetti. In molte cose la crisi finanziaria attuale ricorda quella giapponese: la bomba immobiliare innanzitutto e il taglio forsennato dei tassi ufficiali come tentato rimedio. Forse non è finita qui: non è da escludere che, alla luce di tassi interbancari ancora molto scostati da quelli ufficiali delle banche centrali, la strada da percorrere per arrivare ai “tassi zero” debba essere interamnte portata a termine. Intanto, il Giappone, a distanza di quasi 20 anni dalla sua crisi interna, non è ancora uscito dal tunnel: crescita stentata, rischio deflazione, borse che non hanno mai recuperato interamente dai massimi della bolla degli anni Ottanta.

Intanto le prossime decisioni spetteranno alla BCE: per il 6 novembre potrebbe arrivare un nuovo taglio dei tassi: ma in questo caso i “tassi zero” sono ancora molto lontani.





Mutuo: la proposta delle banche

15 09 2008

Di sicuro l’affare lo hanno fatto le Poste, visto che le banche hanno dovuto spedire almeno 1 milione e mezzo di lettere ai clienti con mutuo variabile, contenenti la proposta di rinegoziare il finanziamento in corso. È così entrata nel vivo l’operazione concordata tra ministero dell’Economia e Associazione bancaria italiana lo scorso giugno per venire incontro alle famiglie indebitate a tasso variabile e in difficoltà a rimborsare rate salite moltissimo in 2 anni. Chi aderirà all’accordo avrà la possibilità di vedere ricalcolata la rata al tasso medio pagato nel 2006, se il prestito è stato avviato nel 2006, o al tasso iniziale se il mutuo è partito dal 1° gennaio 2007 al 28 maggio 2008. L’importo così ottenuto diventa la rata fissa che da gennaio 2009 si dovrà riconoscere alla banca fino alla scadenza del prestito. Le banche però non fanno regali. Tutto quello che non si rimborsa subito va ad accumularsi in un «conto di debito» sul quale si paga un tasso di interesse, calcolato sommando all’Eurirs 10 anni (attualmente si aggira attorno al 5,10 per cento, ma il valore sarà quello del momento della rinegoziazione) più una maggiorazione al massimo dello 0,5. Ogni mese si confronta la rata ricalcolata con quella che si sarebbe dovuta pagare seguendo il contratto originario e la differenza si aggiunge al conto di debito. Il meccanismo è complesso ma traducendo in parole povere significa questo: a fronte di un risparmio immediato si rischia di allungare, anche di molto, la durata del finanziamento, cioè il numero di rate (tabella in basso). In sintesi, si pagherà alla fine una somma complessiva maggiore di quella che si sborserebbe lasciando le cose come stanno. Per esempio, un mutuo da 120 mila euro stipulato a gennaio 2003 a tassi standard aveva iniziato la sua vita con una rata da 751 euro al mese, oggi ne costa 922; rinegoziando la rata scende a 762 euro fissi ma, ipotizzando tassi fermi al livello attuale fino alla scadenza, il rovescio della medaglia è l’allungamento della durata di 2 anni e 4 mesi. A chi conviene dunque l’operazione? Soprattutto a chi ha serie difficoltà di rimborso della rata, perché il vantaggio immediato è sicuro e la banca non può rifiutarsi di applicarlo. Per chi ha una situazione più tranquilla è consigliabile percorrere la strada della portabilità del mutuo, cioè cercare un’altra banca che rilevi senza spese il contratto in corso offrendo condizioni migliori. In questo caso la rata mensile scende un po’ meno rispetto alla rinegoziazione ma la durata del prestito rimane certa.

tratto da articolo di Panorama del 13/09/2008

L’accordo appare quindi utile come soluzione estrema. Evidentemente le banche hanno un certo interesse affinchè questa proposta abbia successo anche tra chi oggi è in grado di pagare la propria rata: per le banche ci sarebbero meno problemi per le rinegoziazioni e un minor rischio che i clienti chiedano il trasferimento del mutuo stesso verso altra banca. Ovviamente si tratta di un’ipotesi maliziosa.





Trichet: inflazione, crescita e petrolio

11 09 2008

«L’inflazione rimarrà probabilmente elevata per un certo tempo e una moderazione graduale arriverà solo nel corso del 2009». La crisi finanziaria legata ai mutui «è un processo ancora in corso sul quale bisogna essere estremamente attenti in modo permanente». Così il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, di fronte al Comitato affari economici e monetari del Parlamento europeo. Trichet ha spiegato che l’outlook economico sconta ancora i rischi di un rallentamento, mentre le pressioni inflative potrebbero spingere i prezzi al rialzo.
Sul fronte della crescita si sta assistendo a «un episodio di debolezza», che però secondo la Bce verrà seguito da «una graduale ripresa nel 2009, in particolare se proseguirà il rientro dei prezzi petroliferi», ha aggiunto Trichet. «La maggior parte delle analisti indica che avremo un graduale recupero» del ciclo economico «nei prossimi anni». Il recupero seguirà un secondo trimestre giudicato da Trichet «molto debole» e un terzo trimestre previsto «debole». La scorsa settimana il Consiglio direttivo della Bce ha confermato al 4,25% il livello dei tassi di interesse in vigore per l’area dell’euro. Riprendendo quanto spiegato a seguito della decisione del Consiglio, Trichet ha detto agli eurodeputati che la Bce ritiene che il livello attuale del costo del danaro sia «idoneo a contribuire» a riportare l’inflazione verso i valori obiettivo (2% di crescita annua sulla media di 18-24 mesi). Per quanto riguarda le nuove regole sui collaterali, Trichet ha detto che «non danneggeranno» la capacità delle banche di ottenere liquidità sul mercato. Sul prezzo delle materie prime ha detto: «Nessuno ha nulla da guadagnare dal persistere della volatilità del prezzo del petrolio» e da una eventuale stabilizzazione «a livelli elevati» non accettabili, «nè il fronte dell’offerta, nè quello della domanda». Trichet ha concluso: «E’ necessario capire meglio l’impatto degli investimenti finanziari sul prezzo delle materie prime, anche se non devono diventare un capro espiatorio».

tratto da articolo del Sole24Ore dell’11/9/2008

La dichiarazione di Trichet evidenzia non solo conferme sulla politica attuale della banca centrale ma sembra voler aprire un dibattito su come la speculazione finanziaria professionale possa aver influito sul rialzo delle materie prime degli ultimi anni e di conseguenza sul potere d’acquisto della moneta. Si tratta di un elemento di cui già da tempo si discute ma che, nella stanza dei bottoni, salvo qualche rara eccezione, non era stata così presente.

Intanto sembra raffreddarsi l’inflazione in Cina, fattore non irrilevante per la stabilità dei prezzi di chi come l’Europa importa molte manifatture cinesi.





Una crisi destinata a durare ancora

5 09 2008

CERNOBBIO – Gli economisti presenti nella prima giornata del forum Ambrosetti sembrano piuttosto scettici sulla fine delle difficoltà nei mercati finanziari provocate dalla crisi subprime, sia sul versante dell’economia reale che sul versante puramente finanziario. «Se l’inflazione fa meno paura – ha detto il britannico Jim O’Neill, capo del Global Economic Research alla Goldman Sachs – oggi la vera preoccupazione arriva dall’economia europea candidata a una stagnazione prolungata». L’americano Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e ora docente ad Harvard, ha invitato a non dare per scontata la fine della crisi finanziaria negli Stati Uniti. La crescita stagnante nelle economie dei principali Paesi europei, ha spiegato O’Neill, inventore dell’acronimo Brics (le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina), rappresenta il vero problema attuale. «Invece Ieri (giovedì 4 settembre) la Bce ha lasciato invariati il tasso di riferimento al 4,25% con la motivazione opposta prevedendo un calo dell’inflazione nell’Eurozona sotto il 2% solo nel 2010». Per il capo economista di Goldman Sachs la Bce «dovrà dovrà diventare un po’ più morbida e abbassare i tassi di interesse nel 2009»; anzi a suo avviso, se «lo scorso luglio l’Eurotower avesse avuto le informazioni disponibili oggi, forse non avrebbe aumentato i tassi». Secondo O’Neill, mentre «tutti si sono concentrati sul problema dei mutui, nessuno ha notato il miglioramento della bilancia commerciale Usa», tanto che «nel secondo trimestre la crescita degli Usa è stata più forte di quella di Europa e Giappone». L’economia mondiale registra complessivamente un tasso di crescita del 3% grazie ai Paesi emergenti, mentre le economie del G7 sono «vicine alla recessione» e l’Italia si trova in una posizione di grande debolezza nell’Eurozona «a causa della bassa crescita della produttività». O’Neill però, invita a non essere pessimisti: «Asia e Brics vanno bene e globalmente l’economia viaggia con una crescita del 3,5%». Quanto agli Stati Uniti Rogoff ha detto che i governi e i mercati sbaglierebbero a considerare «finita» la crisi finanziaria: «Il superamento degli effetti della crisi subprime sarà un processo molto lungo». L’opinione di Rogoff è che un ridimensionamento della taglia del settore finanziario globale è ora una necessità e che non va ostacolato il consolidamento bancario, visto che i depositanti sono garantiti dai fondi assicurativi statali.

tratto da articolo del Sole24Ore del 5/9/2008

Il bello della finanza è che le opinioni possono essere continuamente cambiate, in fondo non è mai chiaro chi abbia ragione. Questa è una notizia che potete facilmente trovare dopo ogni giornata di forte ribasso azionario. Alla prima giornata di discreto rialzo avremo modo di leggere qualcosa di ben diverso….. come se gli scenari economici potessero cambiare in pochi giorni o magari in poche ore. :-)





BCE: sempre ferma nella lotta all’inflazione

4 09 2008

La Banca centrale europea ha confermato per il secondo mese consecutivo il costo del danaro in vigore nell’area dell’euro. Il tasso minimo di offerta applicato alle operazioni di rifinanziamento resta quindi al 4,25%, mentre il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale e quello sui depositi presso la Banca centrale rimarranno, rispettivamente, al 5,25% e al 3,25 per cento. L’esito della riunione di Francoforte è in linea con le attese di mercati e analisti. Nonostante il continuo deterioramento delle prospettive di crescita economica di Eurolandia, l’inflazione resta ben superiore ai livelli di guardia e già in occasione della riunione del mese scorso, il presidente Jean-Claude Trichet aveva spiegato che «nella bussola della Bce c’è un solo ago»: quello che punta verso la stabilità dei prezzi. Ad agosto l’inflazione media di Eurolandia ha mostrato una prima lieve moderazione dopo molti mesi di peggioramenti, portandosi al 3,8% su base annua – secondo la stima di Eurostat – dal 4% segnato a luglio. Ma anche così resta di quasi due punti superiore all’obiettivo di medio termine della Bce, che riguarda la media del caro vita su 18-24 mesi. Nel pomeriggio Trichet incontrerà i giornalisti per la consueta lettura del comunicato con cui il Consiglio spiega le sue decisioni, seguita da una sessione domande e risposte. Sono inoltre attese le previsioni aggiornate su crescita economica e inflazione dei tecnici della Bce. L’ultima variazione impartita dall’Eurotower ai tassi risale a luglio, un aumento da 25 punti base in risposta a rischi inflazionistici che in quel momento apparivano in peggioramento. Intanto anche la Banca d’Inghilterra ha lasciato invariato al 5% il tasso d’interesse di riferimento, in linea con le attese. La decisione di mantenere lo status quo per il quinto mese consecutivo è stata presa durante l’odierna riunione del Comitato di politica monetaria. La decisione non è stata accompagnata da alcun commento da parte dell’istituto che diffonderà le minute della riunione il prossimo 17 settembre. Invece la Banca centrale svedese ha deciso per un nuovo rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base portando i saggi di riferimento al 4,75%. Si tratta della terza stretta operata dalla Riksbank da inizio anno. La mossa segue il significativo aumento dei prezzi al consumo in luglio: l’incremento tendenziale è stato del 4,4% ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dall’istituto centrale.

tratto da articolo del Sole24Ore del 4/9/2008

La BCE continua sulla strada: meglio combattere prima l’inflazione e poi, semmai, penseremo alla crescita economica. Per vedere la rata del mutuo più bassa c’è ancora da aspettare.





Mutui: sale la rata

3 09 2008

Tassi record a luglio per i contratti di mutuo stipulati dalle banche con le famiglie. Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, i tassi per i nuovi finanziamenti di oltre dieci anni legati all’acquisto di abitazioni sono saliti oltre il 6%. Tassi così alti non si registravano dall’agosto 2002. Il tasso medio per le nuove operazioni sale al 5,92% dal 5,84% di giugno mentre il taeg, comprende le spese di istruttoria, balza al 6,07% (5,98%).Va segnalato che il tasso euribor a tre mesi, parametro di riferimento per molti mutui variabili, a giugno ha raggiunto il massimo da fine 2000, attestandosi appena sotto il 5 per cento. L’euribor ad un mese, invece, aveva fatto un balzo improvviso sopra questa soglia a novembre 2007, per tornare poi intorno al 4,5% dove si è stabilizzato. Convenzione Abi-Tesoro per la rinegoziazione: aderisce il 92% del sistema bancario. Sono 407, per un totale di 30.634 sportelli, gli istituti di credito che hanno aderito alla convenzione Abi-Tesoro sulla rinegoziazione dei mutui casa. Lo apprende Radiocor. Le banche aderenti rappresentano oltre il 92% dell’intero sistema.

tratto da articolo de IlSole24Ore del 3/9/2008

Queste notizie sottolineano come la scelta di accensione di un mutuo dovrebbe esere guidata non tanto dal dilemma tasso fisso – tasso variabile, quanto piuttosto dalla domanda: “quanto è opportuno che mi imndebiti per comprare casa? Negli ultimi anni i bassi tassi d’interesse hanno fatto dimenticare a molti quale fosse il nocciolo del problema, spingendoli a fare il passo più lungo della gamba, assistiti magari da una banca interessata a piazzare i propri prodotti di finanziamento per guadagnare. I danni sono risultati peraltro  amplificati dal conseguente aumento dei prezzi degli immobili e successiva encessità di aumentare ulteriormente il fabbisogno di finanziamenti delle famiglie.





La mano forte della BCE

28 08 2008

Inutile illudersi. Anche se in Germania l’inflazione sembre allentare leggermente la morsa nell’Eurozona per adesso «non ci sono spazi per tagliare i tassi di interesse». Lo ha detto Axel Weber, presidente della Bundesbank (la Banca centrale tedesca) e consigliere della Banca centrale europea, all’agenzia Bloomberg, spiegando che la politica monetaria dell’Eurozona «è nel complesso dove dovrebbe essere e la discussione su un calo dei tassi in Europa è prematura». Anzi, l’orientamento della Bce, inoltre, è su basi «più accomodanti che non neutrali». Se le prospettive economiche, infatti, migliorassero un po’ verso la fine di quest’anno «o nel 2009 – ha detto Weber – che è anche la mia previsione, vedremo se sarà necessario agire». Il che significa che il falco di Francoforte preferisce lasciare balenare l’ipotesi che la Bce possa aumentare ancora il costo del danaro piuttosto che abbassarlo, una volta passata la nottata della bassa crescita di Eurolandia. La preoccupazione numero uno dei banchieri centrali, infatti, è stata e resta l’inflazione, che viaggia su valori doppi rispetto a quel fatidico 2% che corrisponde alla definizione accettata di stabilità dei prezzi. «Non sappiamo nemmeno – ha avvertito in conclusione Weber – se l’inflazione tornerà sotto il 2% nel 2010».  Del resto un taglio ai tassi d’interesse da parte della Bce in questa fase delicatissima avrebbe l’effetto indesiderato di stimolare l’inflazione dell’Eurozona, ha confermato il membro italiano del Consiglio direttivo della Bce Lorenzo Bini Smaghi: «Se la banca centrale decidesse di stimolare l’economia abbassando i tassi d’interesse, questo avrebbe l’effetto di incrementare l’inflazione. Siamo sicuri di volerlo?», ha sottolineato Bini Smaghi in un’intervista, rilasciata a metà luglio, al periodico Conservatori Contemporanei di agosto-settembre.  Bini Smaghi ha affermato che l’aumento del tasso d’interesse della Bce fissato a luglio al 4,25% era «la decisione da noi considerata più giusta per riportare l’inflazione al di sotto della soglia del 2%, come un anno e mezzo fa». Ed ha aggiunto che «non c’erano alternative, se si voleva evitare l’avvitamento della spirale dei prezzi. Non vogliamo ripetere gli errori del passato, in cui a pagare il costo dell’aggiustamento allo shock petrolifero sono stati i piccoli risparmiatori e i disoccupati. I cittadini sono scontenti dell’aumento della rata dei mutui, e avremmo di certo evitato di provocarla se fosse stato possibile. Ma se si lasciava aumentare l’inflazione, i tassi sarebbero poi aumentati ancora di più.». Il banchiere ha poi sottolineato che se «il tasso d’interesse è così basso, in confronto a precedenti esperienze storiche, soprattutto di fronte a uno shock come quello attuale, è grazie alla reputazione che si è conquistata la Bce. La gente tende a dimenticarsene, ma in occasione dei due precedenti shock petroliferi l’inflazione salì in modo drammatico e i risparmiatori vennero colpiti malamente». La sfida più importante che l’Eurotower dovrà fronteggiare nei prossimi anni? «Continuare ad assicurare la stabilità dei prezzi in un contesto economico globale difficile, in un’Europa in divenire che incontra crescenti difficoltà nel proseguire il processo di integrazione, allargandosi ai nuovi paesi. Ma se si guarda indietro a quello che è stato fatto in questi anni, non si può che esserne fieri. Fuori dall’Europa gli altri ci ammirano. Noi europei tendiamo ad essere sempre pessimisti e a non renderci conto dei nostri successi».

tratto da articolo del Sole24Ore del 27/08/2008

Altro che taglio dei tassi! La BCE non si fida delle quotazioni del petrolio e continua per la sua strada, nonostante le pressioni politiche. Indipendentemente dai cenni storici fatti da Bini Smaghi, vedremo alla fine chi dimostrerà di aver avuto ragione. Il fatto non è di poco conto, perchè la BCE, investita di un importante potere, si trova di fronte alla prima vera crisi a cui far fronte. Se avrà ragione, la sua credibilità ne sarà fortemente rafforzata. Diversamente, esiste il rischio che il suo ruolo in futuro possa cambiare o essere ridimensionato.





Inflazione: anche per la Fed la tentazione di rialzare i tassi

30 05 2008

Chi segue attentamente l’operato delle banche centrali e il loro approccio alle problematiche macroeconomiche sa bene come la BCE sia generalmente molto improntata alla lotta senza quartiere all’inflazione: ne abbiamo già parlato in passato e la banca centrale si è rivelata sostanzialmente coerente anche nelle fasi di grave crisi del sistema bancario e finanziario.

Oggi fa quindi più notizia ascoltarte le prime voci su possibili intenzioni della Federal reserve, che apparirebbe più disposta a valutare un rialzo dei tassi d’interesse. Finita forse la fase più critica della tempesta subprime, la banca centrale americana si sente più libera nel maneggiare le proprie armi.

Ed è proprio di stamattina la diffusione dei dati Istat sull’inflazione italiana: fiammata al 3,6%, molto lontano dall’obiettivo europeo del 2% nel medio termine!