Sono tra gli strumenti preferiti dalle famiglie italiane che li hanno riscoperti dopo un periodo di oblìo (anche per l’aggressiva – e tutt’altro che disinteressata – campagna di marketing del sistema bancario), che li prediligono per la loro semplicità, l’aliquota fiscale ridotta e il breve orizzonte temporale. Tanto che, negli ultimi mesi, complice anche la crisi finanziaria che ha scatenato la corsa agli investimenti liquidi, hanno messo a segno una crescita a doppia cifra. Ma i pronti contro termine non sono esenti da rischi (peraltro sinora solo ipotetici), non sono garantiti, non sono vigilati e soprattutto da mesi non tutelano il capitale dal l’inflazione. I pronti contro termine sono contratti (tradizionalmente della durata da uno a sei mesi, massimo un anno) in cui una banca riceve liquidità contro la vendita di titoli (di solito di Stato), impegnandosi al contempo con il cliente al loro riacquisto a termine e a un prezzo prefissato, che incorpora un rendimento. Secondo gli ultimi dati trasmessi dall’Associazione bancaria italiana, da gennaio del 2007 al giugno scorso la massa di liquidità allocata in p/t è aumentata quasi di un quarto, passando da poco meno di 97,5 a oltre 118,7 miliardi di euro. Un tasso di crescita più che doppio rispetto a quello medio della raccolta bancaria a breve che ha portato il “peso” di questi strumenti a un settimo del totale. Ma nelle ultime settimane, secondo numerosi operatori, i p/t hanno vissuto un boom che solo tra qualche giorno sarà nei radar delle statistiche del Centro studi Abi che elaborano i dati della Banca d’Italia. Da un lato, il crollo delle Borse ha scatenato tra i risparmiatori la ricerca di investimenti liquidi a breve termine: esattamente l’identikit dei p/t. Dall’altro, la crisi di fiducia tra gli operatori del credito ha esposto le banche all’”infarto” del mercato interbancario: l’esaurimento della liquidità ha sparato alle stelle il tasso Euribor, aumentando in modo esponenziale i costi di raccolta. Così gli istituti hanno potenziato una poderosa campagna di marketing che, tra p/t tradizionali, proposti allo sportello, e la loro versione hi-tech, presentata sui conti online, ha riportato in alto la raccolta. Un’operazione win-win, dunque? Non proprio. Come si può osservare dalla tabella in basso, che riporta dati Istat e Abi, i rendimenti dei pronti contro termine, pur situandosi nella fascia alta di quelli offerti dagli strumenti di liquidità, sono comunque inferiori all’andamento medio dell’Euribor (quello, per intenderci, ai quali sono agganciate le rate dei mutui a tasso variabile). Insomma, se il risparmiatore riceve un rendimento allettante, gli istituti di credito hanno una convenienza ancora maggiore, perché i p/t consentono loro di finanziarsi a tassi più bassi di quelli del mercato interbancario.
Ma sul fronte dei tassi c’è anche un altro problema: da maggio in avanti i rendimenti dei pronti contro termine, al netto dell’aliquota fiscale ridotta (al 12,5% invece del 27% di altre forme di investimento, come i libretti postali ordinari), hanno perso regolarmente la gara con l’inflazione. Il capitale, quindi, non è garantito dall’erosione del carovita. Un’area, quella delle garanzie, che presenta altre note dolenti. Se la Banca d’Italia vigila le banche e dunque l’uso dei pronti contro termine come strumenti di raccolta, questi contratti però non passano sotto la lente della Consob perché, in base alle norme sulla Mifid, non rientrano tra gli investimenti dotati di un prospetto. Inoltre, siccome non si tratta di depositi bancari ma di forme di investimento, non godono delle tutele del Fondo interbancario di garanzia.
tratto da articolo del Sole24Ore del 16/10/2008
Insomma se si vuole fare un pronti contro termine è bene sapere qual è il titolo sottostante: un Titolo di Stato o magarai un’obbligazione bancaria? A fronte di un’eventuale insolvenza della banca, costituisce un elemento di valutazione fondamentale.
Nel frattempo, nonostante l’ulteriore calo delle borse, causato dall’imminente fase di recessione economica, l’Euribor scende ancora di qualche centesimo: buon segno per la tenuta del sistema economico-finanziario mondiale, nonchè per i mutui a tasso variabile di tante famiglie.
Turani e i dollari di Bernanke: bell’articolo!
3 11 2008C’è una vecchia battuta dell’attuale presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che sta tornando di attualità: per evitare una nuova grande depressione sono pronto a riempire di dollari degli elicotteri e poi andare a gettare quei dollari sulle città americane. Perché la gente spenda e l’economia riparta. Ecco, non siamo ancora a quel punto, ma quasi. Giovedì scorso sono usciti i dati sul Pil americano nel terzo trimestre dell’anno, cioè sulla crescita della più grande economia del mondo. E, poiché il Pil invece di aumentare è diminuito e poiché questo fatto si ripeterà ancora per alcuni trimestri, è chiaro che gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente in recessione. Ma, in un certo senso, la notizia peggiore non è nemmeno questa, che era attesa e prevista, soprattutto da quando la crisi finanziaria targata sub-prime è prima accelerata e poi esplosa. Il dato più brutto contenuto nelle cifre relative al Pil americano è quello che riguarda i consumi, che sono diminuiti del 3,1 per cento rispetto al trimestre precedente (il dato è però annualizzato, cioè moltiplicato per quattro). E, se si escludono i beni durevoli e si sta sugli altri (cibo e vestiti, ad esempio), si scopre che il calo è stato addirittura del 6,4 per cento. Il consumatore americano, cioè è stanco. Sta rallentando i suoi acquisti e anche vistosamente. Joe l’idraulico (ma anche Mary la massaia) ormai vanno al supermercato con prudenza e, soprattutto, si stanno guardando intorno per vedere se c’è una macchina più piccola. E anche una casa più modesta. E questo è appunto il guaio. Il consumatore americano è stato una specie di eroe del mondo moderno. In tempi recenti ha superato senza fermarsi il crollo della new economy e l’attacco alle Twin Towers. Ma adesso ha il fiato corto e si sta mettendo al risparmio. Sospinto dai tempi difficili, ma anche dal nuovo verbo virtuoso e austero che sta circolando un po’ in tutto il mondo. E, ripeto, questo è il guaio. Il consumatore americano, fino a ieri dissennato spendaccione, pieno di debiti e sempre pronto a vivere al di sopra dei propri mezzi, è però un personaggio che in questi anni si è portato sulle spalle il 20 per cento del Pil mondiale. Nel senso che un quinto della ricchezza prodotta ogni anno sul pianeta dipende dalle spese del consumatore americano. Se lui si ferma, i capi dei governi possono convocare anche 40 riunioni di G90 (grandi paesi), ma non riparte proprio niente. Non almeno su questo pianeta e con questo mondo. C’è addirittura chi sostiene che in questi mesi si è rotto uno schema che ha garantito al mondo crescita e benessere dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Lo schema sarebbe questo: il mondo ha accettato il dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, lasciando all’America la possibilità di stampare dollari a volontà. In questo modo gli Stati Uniti hanno finanziato le loro spese (scaricando i debiti sull’estero), consentendo al consumatore americano una vita al di sopra del giusto. Ma questa vita al di sopra del giusto è quella che ha fatto crescere il mondo perché è stata il centro della domanda mondiale di beni e servizi. Oggi questo schema si è rotto o si sta rompendo. E ci si domanda se, in prospettiva, questo schema (dentro il quale siamo vissuti per oltre mezzo secolo e che ha avuto i suoi vantaggi) debba essere abbandonato o in qualche modo mantenuto, sia pure con le opportune correzioni. Ma questo è un dibattito per il quale ci sarà tempo. Al momento la cosa importante da fare, e in fretta, è di spedire di nuovo Joe l’idraulico e Mary la massaia al supermercato, se si vuole che la recessione che è già cominciata non si trasformi in Grande Depressione. E per ottenere questo risultato non ci sono molti modi. O si ricorre a quello che suggerisce la battuta di Bernanke, cioè si gettano in giro dollari a pioggia (dollari, ovviamente, stampati la sera prima). Oppure si cerca di spendere soldi in modo intelligente. Il potere pubblico in America si mette, cioè, a costruire come un dannato ponti, aeroporti, strade, ospedali, scuole. Riapre, in una parola, il grande cantiere americano. Invece di gettare soldi dagli elicotteri, gli Stati Uniti possono mettersi a distribuire stipendi e a migliorare un po’ se stessi. I soldi che servono per questo lavoro immane, li stampa. Invece di far girare le pale degli elicotteri, farà girare le rotative. L’Europa potrebbe fare esattamente la stessa cosa. Tutto questo può impedire che la recessione (che potrebbe anche essere relativamente dolce) si trasformi davvero in una Grande Depressione. Anche in questo modo, comunque, non si tornerà al felice mondo di prima della crisi. Joe l’idraulico deve tornare a fare il suo dovere di bravo consumatore, ma è impossibile che torni a vivere (come ha fatto per mezzo secolo) a credito e a spese degli altri. In ogni caso, cioè, tutti saranno più prudenti e virtuosi. E la crescita futura, per anni e anni, sarà assai più modesta di quella di prima, proprio perché si sarà tutti un po’ migliori.
tratto da post di Giuseppe Turani del 3/11/2008
L’articolo di Giuseppe Turani, affresco nitido di ciò che è stato e potrà essere la nostra economia, arriva giusto nel giorno in cui la Commissione Europea divulga le proprie aspettative di crescita economica per l’area Euro nei prossimi anni. Tutto sommato la crisi si è incancrenita solo lo scorso settembre, ma per il 2009 le previsioni sono già piuttosto grigie, con una crescita appena positiva. Per l’Italia si prevede una variazione negativa del Pil già nel 2008 (secondo il Fondo Monetario Internazionale).
Commenti : 2 Commenti »
Tag: attualità, Bernanke, economia, Federal Reserve, FMI, macroeconomia, news, notizie, Panorama, Repubblica, Sole24Ore, subprime, Turani
Categorie : Commento ai mercati