Obbligazioni strutturate: se n’è parlato a Ballarò

16 12 2008

Ecco un video tratto da una recente puntata di Ballarò su Rai3.

Si parla delle difficoltà delle imprese, a corto di finanziamenti per effetto della crisi bancaria. Ma si parla anche dei derivati collocati dalle banche ai risparmiatori (attraverso le obbligazioni strutturate).

Forse non ci crederete, ma lo stesso genere di obbligazioni viene venduto dalle Poste . “CI ABBIAMO RISANATO UN BUDGET” (lo dice addirittura una dipendente di Bancoposta intervistata).

Insomma, senza scomodare le truffe di Madoff, i risparmiatori hanno già di che riflettere, sulla bontà di certi proodotti che gli vengono offerti.

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Banche e banchieri a rischio

13 11 2008

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha parlato in Senato in Commissione Finanze per illustrare le misure che il governo intende prendere per fare fronte alla crisi dei mercati. Il meccanismo dovrebbe essere attuato dopo le decisioni del G20 del prossimo 15 novembre. Tremonti ha ribadito la posizione dell’esecutivo: per le banche si pensa alla sottoscrizione di obbligazioni e non all’entrata dello Stato nel capitale.  ‘’Entrare nelle banche in Europa nuoce gravemente alla salute di quelli che ci entrano. Le banche facciano le banche i governi facciano i governi’’. Ovvero, se le banche falliscono i banchieri “vanno a casa, o in galera”. E scopo del governo, dice il ministro, è rimettere in moto l’economia, quella reale: ‘’Noi non vogliamo dare soldi alle banche ma all’economia.” dice “Se c’è un fallimento bancario è un’altra cosa. Per quello c’è il decreto’’. Ma il decreto sarà integrato a breve, entro il 25 novembre si utilizzeranno ‘’prestiti obbligazionari’’.Sulla possibilità di sconti fiscali alle famiglie e sulle tredicesime, Tremonti mostra le sue riserve: ‘’Ci stiamo riflettendo” dice “C’è un problema di liquidità per l’economia ma anche per il Tesoro e certi flussi, di entrate ed uscite, sono pianificati e in funzione di quelli vengono fatte le emissioni di titoli. E’ chiaro che le famiglie hanno bisogno di liquidità ma anche il Tesoro ne ha bisogno perché non è un’entità astratta, ma è sanità, scuola, stipendi…’’. Il ministro è stato poi interrogato dall’opposizione sulla norma nominata “Salva manager” che era stata tolta dal decreto per Alitalia ed è ricomparsa, con differenze, in un altro provvedimento, sulla quale aveva minacciato le dimissioni. ‘’Per come è stata scritta quella norma non è retroattiva”, sostiene Tremonti, “è evidente perché è una legge nuova su materia nuova e per come è scritta’’. Non servirebbe, quindi, a salvare gestori coinvolti in crack finanziari come Tanzi o Cragnotti.

tratto da articolo di Panorama del 12/11/2008

Il destino può essere beffardo. Banchieri e risparmiatori si ritrovano oggi sulla stessa barca, in piena tempesta: vittime e colpevoli di un disastro, costretti a sostenersi a vicenda, poichè i rispettivi destini sono legati l’uno all’altro. La politica? Costretta a danzare come un ballerino: da una parte condanna, dall’altra cerca di salvare, sapendo che ben prima avrebbe dovuto impedire determinati eccessi e che ora è tutto diverso.





Turani e i dollari di Bernanke: bell’articolo!

3 11 2008

C’è una vecchia battuta dell’attuale presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che sta tornando di attualità: per evitare una nuova grande depressione sono pronto a riempire di dollari degli elicotteri e poi andare a gettare quei dollari sulle città americane. Perché la gente spenda e l’economia riparta. Ecco, non siamo ancora a quel punto, ma quasi. Giovedì scorso sono usciti i dati sul Pil americano nel terzo trimestre dell’anno, cioè sulla crescita della più grande economia del mondo. E, poiché il Pil invece di aumentare è diminuito e poiché questo fatto si ripeterà ancora per alcuni trimestri, è chiaro che gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente in recessione. Ma, in un certo senso, la notizia peggiore non è nemmeno questa, che era attesa e prevista, soprattutto da quando la crisi finanziaria targata sub-prime è prima accelerata e poi esplosa. Il dato più brutto contenuto nelle cifre relative al Pil americano è quello che riguarda i consumi, che sono diminuiti del 3,1 per cento rispetto al trimestre precedente (il dato è però annualiz­zato, cioè moltiplicato per quattro). E, se si escludono i beni durevoli e si sta sugli altri (cibo e vestiti, ad esempio), si scopre che il calo è stato addirittura del 6,4 per cento. Il consumatore americano, cioè è stanco. Sta rallentando i suoi acquisti e anche vistosamente. Joe l’idraulico (ma anche Mary la massaia) ormai vanno al supermercato con prudenza e, soprattutto, si stanno guardando intorno per vedere se c’è una macchina più piccola. E anche una casa più modesta. E questo è appunto il guaio. Il consumatore americano è stato una specie di eroe del mondo moderno. In tempi recenti ha superato senza fermarsi il crollo della new economy e l’attacco alle Twin Towers. Ma adesso ha il fiato corto e si sta mettendo al risparmio. Sospinto dai tempi difficili, ma anche dal nuovo verbo virtuoso e austero che sta circolando un po’ in tutto il mondo. E, ripeto, questo è il guaio. Il consumatore americano, fino a ieri dissennato spendaccione, pieno di debiti e sempre pronto a vivere al di sopra dei propri mezzi, è però un personaggio che in questi anni si è portato sulle spalle il 20 per cento del Pil mondiale. Nel senso che un quinto della ricchezza prodotta ogni anno sul pianeta dipende dalle spese del consumatore americano. Se lui si ferma, i capi dei governi possono convocare anche 40 riunioni di G90 (grandi paesi), ma non riparte proprio niente. Non almeno su questo pianeta e con questo mondo. C’è addirittura chi sostiene che in questi mesi si è rotto uno schema che ha garantito al mondo crescita e benessere dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Lo schema sarebbe questo: il mondo ha accettato il dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, lasciando all’America la possibilità di stampare dollari a volontà. In questo modo gli Stati Uniti hanno finanziato le loro spese (scaricando i debiti sull’estero), consentendo al consumatore americano una vita al di sopra del giusto. Ma questa vita al di sopra del giusto è quella che ha fatto crescere il mondo perché è stata il centro della domanda mondiale di beni e servizi. Oggi questo schema si è rotto o si sta rompendo. E ci si domanda se, in prospettiva, questo schema (dentro il quale siamo vissuti per oltre mezzo secolo e che ha avuto i suoi vantaggi) debba essere abbandonato o in qualche modo mantenuto, sia pure con le opportune correzioni. Ma questo è un dibattito per il quale ci sarà tempo. Al momento la cosa importante da fare, e in fretta, è di spedire di nuovo Joe l’idraulico e Mary la massaia al supermercato, se si vuole che la recessione che è già cominciata non si trasformi in Grande Depressione. E per ottenere questo risultato non ci sono molti modi. O si ricorre a quello che suggerisce la battuta di Bernanke, cioè si gettano in giro dollari a pioggia (dollari, ovviamente, stampati la sera prima). Oppure si cerca di spendere soldi in modo intelligente. Il potere pubblico in America si mette, cioè, a costruire come un dannato ponti, aeroporti, strade, ospedali, scuole. Riapre, in una parola, il grande cantiere americano. Invece di gettare soldi dagli elicotteri, gli Stati Uniti possono mettersi a distribuire stipendi e a migliorare un po’ se stessi. I soldi che servono per questo lavoro immane, li stampa. Invece di far girare le pale degli elicotteri, farà girare le rotative. L’Europa potrebbe fare esattamente la stessa cosa. Tutto questo può impedire che la recessione (che potrebbe anche essere relativamente dolce) si trasformi davvero in una Grande Depressione. Anche in questo modo, comunque, non si tornerà al felice mondo di prima della crisi. Joe l’idraulico deve tornare a fare il suo dovere di bravo consumatore, ma è impossibile che torni a vivere (come ha fatto per mezzo secolo) a credito e a spese degli altri. In ogni caso, cioè, tutti saranno più prudenti e virtuosi. E la crescita futura, per anni e anni, sarà assai più modesta di quella di prima, proprio perché si sarà tutti un po’ migliori.

tratto da post di Giuseppe Turani del 3/11/2008

L’articolo di Giuseppe Turani, affresco nitido di ciò che è stato e potrà essere la nostra economia, arriva giusto nel giorno in cui la Commissione Europea divulga le proprie aspettative di crescita economica per l’area Euro nei prossimi anni. Tutto sommato la crisi si è incancrenita solo lo scorso settembre, ma per il 2009 le previsioni sono già piuttosto grigie, con una crescita  appena positiva. Per l’Italia si prevede una variazione  negativa del Pil già nel 2008 (secondo il Fondo Monetario Internazionale).





La solidità delle banche europee e le previsioni di stagnazione

3 11 2008

Commerzbank, la seconda banca tedesca, ha annunciato oggi in un comunicato che riceverà dallo stato tedesco un’iniezione di capitale da 8,2 miliardi di euro oltre a una garanzia sui nuovi debiti fino a 15 miliardi di euro. La banca, che ha presentato i conti trimestrali, ha registrato una perdita netta di 285 milioni di euro. Nello stesso periodo dell’anno scorso aveva avuto profitti per 339 milioni. La crisi finanziaria ha pesato sulle sue operazioni di mercato per circa 1,1 miliardi di euro. Il gruppo diviene quindi la prima banca privata che si appella al governo tedesco per far fronte al crollo dei mercati e mettendo quindi fine alla suspence che durava fa diverse settimane. Per contro, Commerzbank non dovrà distribuire dividendi per il 2009 e 2010, i dirigenti vedranno le loro retribuzioni bloccate e la banca non verserà premi per il 2008 e 2009.

tratto da articolo del Sole24Ore del 3/11/2008
Sembra davvero lontano il tempo in cui si diceva, quasi con orgoglio, che le banche euroipee erano molto più solide di quelle americane e che quindi non avrebbero avuto alcuna conseguewnza dalla crisi subprime. Eccoci ora a leggere dell’intervento del Governo tedesco, che per tenere in piedi la sua economia (ma anche la nostra) mette un pò di soldini in una delle sue maggiori banche (non è un semplice deposito!).
Tuttavia, npon è forse il alto fiannziario di queste vicende a dover preoccupare, bensì il loro impattto sull’economia vera, quella di chi lavora per produrre bene fisici e servizi non finanziari. Lo si legge bene dalle parole del Governatore Draghi, che, preoccupato per l’impatto della crisi sulle famiglie, segnala previsioni di economia in difficoltà (stagnazione) fino al 2009.




La Fed taglia ancora i tassi: il Giappone si avvicina?

30 10 2008

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro. Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi. L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento. A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

tratto da articolo di Panorama del 29/10/2008

I paragoni sono ormai facili e inevitabili. non mancano analogie sia sulle cause che sugli effetti. In molte cose la crisi finanziaria attuale ricorda quella giapponese: la bomba immobiliare innanzitutto e il taglio forsennato dei tassi ufficiali come tentato rimedio. Forse non è finita qui: non è da escludere che, alla luce di tassi interbancari ancora molto scostati da quelli ufficiali delle banche centrali, la strada da percorrere per arrivare ai “tassi zero” debba essere interamnte portata a termine. Intanto, il Giappone, a distanza di quasi 20 anni dalla sua crisi interna, non è ancora uscito dal tunnel: crescita stentata, rischio deflazione, borse che non hanno mai recuperato interamente dai massimi della bolla degli anni Ottanta.

Intanto le prossime decisioni spetteranno alla BCE: per il 6 novembre potrebbe arrivare un nuovo taglio dei tassi: ma in questo caso i “tassi zero” sono ancora molto lontani.





Crisi finanziaria: a proposito di pronti contro termine

17 10 2008

Sono tra gli strumenti preferiti dalle famiglie italiane che li hanno riscoperti dopo un periodo di oblìo (anche per l’aggressiva – e tutt’altro che disinteressata – campagna di marketing del sistema bancario), che li prediligono per la loro semplicità, l’aliquota fiscale ridotta e il breve orizzonte temporale. Tanto che, negli ultimi mesi, complice anche la crisi finanziaria che ha scatenato la corsa agli investimenti liquidi, hanno messo a segno una crescita a doppia cifra. Ma i pronti contro termine non sono esenti da rischi (peraltro sinora solo ipotetici), non sono garantiti, non sono vigilati e soprattutto da mesi non tutelano il capitale dal l’inflazione. I pronti contro termine sono contratti (tradizionalmente della durata da uno a sei mesi, massimo un anno) in cui una banca riceve liquidità contro la vendita di titoli (di solito di Stato), impegnandosi al contempo con il cliente al loro riacquisto a termine e a un prezzo prefissato, che incorpora un rendimento. Secondo gli ultimi dati trasmessi dall’Associazione bancaria italiana, da gennaio del 2007 al giugno scorso la massa di liquidità allocata in p/t è aumentata quasi di un quarto, passando da poco meno di 97,5 a oltre 118,7 miliardi di euro. Un tasso di crescita più che doppio rispetto a quello medio della raccolta bancaria a breve che ha portato il “peso” di questi strumenti a un settimo del totale. Ma nelle ultime settimane, secondo numerosi operatori, i p/t hanno vissuto un boom che solo tra qualche giorno sarà nei radar delle statistiche del Centro studi Abi che elaborano i dati della Banca d’Italia. Da un lato, il crollo delle Borse ha scatenato tra i risparmiatori la ricerca di investimenti liquidi a breve termine: esattamente l’identikit dei p/t. Dall’altro, la crisi di fiducia tra gli operatori del credito ha esposto le banche all’”infarto” del mercato interbancario: l’esaurimento della liquidità ha sparato alle stelle il tasso Euribor, aumentando in modo esponenziale i costi di raccolta. Così gli istituti hanno potenziato una poderosa campagna di marketing che, tra p/t tradizionali, proposti allo sportello, e la loro versione hi-tech, presentata sui conti online, ha riportato in alto la raccolta. Un’operazione win-win, dunque? Non proprio. Come si può osservare dalla tabella in basso, che riporta dati Istat e Abi, i rendimenti dei pronti contro termine, pur situandosi nella fascia alta di quelli offerti dagli strumenti di liquidità, sono comunque inferiori all’andamento medio dell’Euribor (quello, per intenderci, ai quali sono agganciate le rate dei mutui a tasso variabile). Insomma, se il risparmiatore riceve un rendimento allettante, gli istituti di credito hanno una convenienza ancora maggiore, perché i p/t consentono loro di finanziarsi a tassi più bassi di quelli del mercato interbancario.
Ma sul fronte dei tassi c’è anche un altro problema: da maggio in avanti i rendimenti dei pronti contro termine, al netto dell’aliquota fiscale ridotta (al 12,5% invece del 27% di altre forme di investimento, come i libretti postali ordinari), hanno perso regolarmente la gara con l’inflazione. Il capitale, quindi, non è garantito dall’erosione del carovita. Un’area, quella delle garanzie, che presenta altre note dolenti. Se la Banca d’Italia vigila le banche e dunque l’uso dei pronti contro termine come strumenti di raccolta, questi contratti però non passano sotto la lente della Consob perché, in base alle norme sulla Mifid, non rientrano tra gli investimenti dotati di un prospetto. Inoltre, siccome non si tratta di depositi bancari ma di forme di investimento, non godono delle tutele del Fondo interbancario di garanzia.

tratto da articolo del Sole24Ore del 16/10/2008

Insomma se si vuole fare un pronti contro termine è bene sapere qual è il titolo sottostante: un Titolo di Stato o magarai un’obbligazione bancaria? A fronte di un’eventuale insolvenza della banca, costituisce un elemento di valutazione fondamentale.

Nel frattempo, nonostante l’ulteriore calo delle borse, causato dall’imminente fase di recessione economica, l’Euribor scende ancora di qualche centesimo: buon segno per la tenuta del sistema economico-finanziario mondiale, nonchè per i mutui a tasso variabile di tante famiglie.





Banche: i Governi si svegliano

15 10 2008

I paesi europei sembrano aver fatto mente locale (finalmente!) sullo stato di emergenza dell’intero sistema economico mondiale; non è più una crisi che riguarda grandi speculatori, bensì un cataclisma finanziario che rischia (o rischiava) di trascinare ciascuno di noi verso il baratro economico. Evidentemente, seppur in ritardo, anche i più riottosi a intervenire profondamente sul problema hanno ritenuto ormai ineludibile che i Governi diventassero primi attori: anche la BCE ha dovuto fare un’eccezione e abbassare i tassi d’interesse di ben mezzo punto.

Le buone notizie arrivano per fortuna dall’Euribor: il tasso al quale le banche si prestano denaro tra loro è sceso negli ultimi 3 giorni, forse proprio grazie all’intervento degli Stati europei a garanzia dei prestiti interbancari….. unica vera soluzione alla mancanza di fiducia tra le banche.





La fine di un’epoca: un post da rileggere tra dieci anni

1 10 2008

“L’America, in stato di emergenza per evitare un altro collasso in borsa questa mattina, resta sotto shock: per la bocciatura di ieri del pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari dato per fatto da democratici e repubblicani in Congresso. Per il vuoto di leadership su ogni livello. Dalla Casa Bianca, alla presidenza della Camera, ai due candidati presidenziali, nessuno e’ apparso in grado di riempire il vuoto politico che si e’ aperto all’improvviso e drammaticamente nella Capitale.”

“Le banche stanno attingendo ai prestiti d’emergenza della Banca centrale europea al ritmo più forte dal 2002. Ma nell’attuale crisi il timore di restare senza fondi è così forte che chi fa provvista di liquidità, poi, torna a depositarla presso l’istituto di Francoforte, pur accettando di ricevere come remunerazione un tasso di appena il 3,25%, ben inferiore a quello che pagherebbe il mercato. Una situazione paradossale: gli istituti di credito prendono soldi in prestito per poi tornare a depositarli presso la Bce, accettando la perdita derivante dal differenziale fra i tassi d’interesse. I tassi sul mercato interbancario sono del resto a livelli record, a testimoniare che gli istituti di credito non vogliono prestarsi reciprocamente liquidità: manca la fiducia nella capacità della controparte di restituire i fondi, dopo il fallimento di un’istituto di primo piano come Lehman Brothers e i numerosi salvataggi pubblici delle banche in entrambe le sponde dell’Atlantico negli ultimi giorni.
La scarsità di fondi è esacerbata dalla fine del trimestre, che coincide con numerosi pagamenti e scadenze. E i fondi comuni, che normalmente investono parte dei propri asset proprio sulla liquidità, sono in fuga dai mercati monetari globali e hanno dirottato i propri investimenti verso i titoli di Stato più affidabili, come i treasury americani o le obbligazioni di stato tedesche.”

“Intanto monta l’indignazione di Main Street contro Wall Street. È una rabbia diretta soprattutto verso un presidente sin troppo impopolare (che fino a poco tempo ha negato l’evidenza della crisi economica in atto), ostile verso i manager miliardari («dovrebbero essere incriminati, non salvati») e soprattutto diretta verso la politica, con il Congresso che in pieno rush pre-elettorale (si vota il 4 novembre), è chiamato a lanciare una ciambella di salvataggio pesantissima per il bilancio dello Stato ai banchieri nei pasticci allo scopo di evitare il tracollo dei mercati e forse dell’intero sistema finanziario.”

“Il Governo irlandese ha annunciato che garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria del Paese sullo sfondo della tempesta sui mercati che ha colpito duramente anche le banche irlandesi.”

Si tratta di stralci presi da articoli del Sole24Ore di questi giorni: una settimana che farà forse da spartiacque tra due mondi, am soprattutto tra due modi di concepire la finanza. (scritto prima del voto al Senato Americano sul piano di salvataggio e dopo la bocciatura data sullo stesso da Congresso).





Lehman Brothers e i risparmiatori

25 09 2008

Sono circa 40mila i risparmiatori italiani che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla Lehman Brothers e che rischiano di veder bruciati “oltre un miliardo di euro investiti”. A sostenerlo il Codacons, in una nota, che ha deciso di “presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating”. Il Codacons annuncia una denuncia penale e una class action contro le banche e le società di rating. “A preoccupare non è solo l’esposizione diretta di banche e assicurazioni italiane che hanno acquistato azioni e obbligazioni del colosso americano – spiega il Codacons – ma è soprattutto il numero dei clienti che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla banca americana. Quarantamila cittadini che rischiano di veder bruciati oltre un miliardo di euro investiti”. Il Codacons ha deciso di presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating, in favore dei risparmiatori coinvolti nel crac Lehman. “La banca americana infatti” prosegue l’associazione “era da tempo considerata a rischio, nonostante il rating. Vogliamo capire allora se ci sono responsabilità da parte degli istituti di credito italiani, degli intermediari finanziari e delle stesse società di rating, che hanno piazzato titoli pericolosi per gli investitori privati”. Intanto, aggiunge il Codacons nella nota, “autori ed editori Siae stanno valutando iniziative legali contro i componenti del cda dell’ente che nel 2003 decisero di investire 40 milioni di euro nella Lehman Brothers, con il voto favorevole di un consigliere che aveva un cugino che lavorava come dirigente presso l’istituto di credito. Vicenda sulla quale attualmente indaga la Procura della Repubblica di Roma”.

tratto da articolo di Panorama del 25/9/2008

Ecco qualche dettaglio più tecnico sull’esposione del mondo finanziario italiano verso Lehman





Il discorso di Bush e l’opinione schietta di Frankel

25 09 2008

«Dieci o quindici anni» era il tempo indicato da Jeffrey Frankel perché dollaro ed euro potessero avere un ruolo simile come moneta internazionale, uscendo da un rapporto chiaramente senior/junior quale è stato finora. «Ma dopo quanto successo a Wall Street, credo che i tempi possano essere più brevi». Frankel è fra gli economisti americani che maggiormente si sono interrogati sui destini del dollaro. Professore di economia alla Kennedy School of Government di Harvard, responsabile del programma di Finanza internazionale e macroeconomia in seno al National Bureau of economic research, Frankel, 55 anni, è stato anche dal ‘96 al ‘99 fra i Consiglieri economici del presidente Clinton. Esprime un giudizio negativo sul piano di salvataggio presentato martedì 23 settembre al Congresso dal ministro del Tesoro, Hank Paulson, e dal presidente Fed, Ben Bernanke. E considera di portata storica il tracollo di Wall Street. «Anche se le possibilità di una ripresa e del mantenimento del ruolo centrale ci sono tutte: occorre saperle ricreare. Ma il 2008 rimarrà scolpito nella pietra». Frankel ha risposto, sul dollaro e altro, ad alcune domande de Il Sole 24 Ore.
Quale il suo giudizio sul piano di salvataggio di Paulson e Bernanke? Negativo. Prima di tutto per il fatto, ironico se non fosse tragico, che a presentare un piano di salvataggio di proporzioni mai viste sono le stesse persone che hanno condiviso l’esaltazione del libero mercato, sempre e comunque. E poi il piano ha bisogno di profondi cambiamenti. Il primo, che balza con tutta evidenza, riguarda i controlli sulla sua attuazione: con quelle cifre non si può dare carta bianca a nessuno.
I costi del programma del Tesoro, i 700 miliardi di cui si parla, non intaccano la credibilità finanziaria? Lo sapremo a processo inoltrato se c’è questo rischio. Le tasche dello zio Sam sono profonde, e il rapporto deficit-Pil è molto inferiore a quello medio europeo. È difficile prevederlo.
È stata una caduta di portata storica? Mah, osservo che c’è molto di ironico in ciò che due anni fa si è detto e scritto. Si sono fatte indagini per dire e dimostrare che New York era in difficoltà, il suo mercato perdeva colpi perché era troppo regolato, soprattutto dopo la legge Sarbanes-Oxley del 2002, seguita allo scandalo Enron. E si diceva che Wall Street perdeva business a vantaggio di Londra, assai meno regolata. Ora viene fuori che anche Londra ha dei problemi, e soprattutto che il tutto è dovuto a cattiva e insufficiente regolamentazione, non a troppa supervisione. Quanto alla perdita di prestigio, è forte e netta. Ma non so dove questo porterà. Non bisogna sottovalutare le capacità di reazione.
Ritorna il dollaro debole? La cosa curiosa è che fino alla settimana scorsa, e da due mesi, il dollaro riprendeva quota. Ma ora una vera inversione di tendenza, ben oltre le scivolate di questa settimana in risposta a situazioni eccezionali sui mercati, potrebbe davvero esserci. Aumenta nettamente negli Stati Uniti la spinta alla spesa in deficit. Con interventi di portata così ampia a carico della mano pubblica, qualcuno in giro per il mondo si chiede se la politica monetaria americana riuscirà a difendere il valore della moneta.
Teme un ricorso all’inflazione da parte della Fed? Credo che la Fed cercherà di evitarlo, ma potrebbe essere forzata dagli eventi a utilizzare anche questo sistema per far fronte agli impegni del bilancio pubblico. Potrebbe trovarsi spinta su questo sentiero. Anche qui, qualcuno in giro per il mondo se lo chiederà presto, se lo sta già chiedendo. E potrebbero sorgere timori. Il dollaro è il dollaro da così tanto tempo, nonostante tutto, perché gli Stati Uniti in genere e la piazza di New York in particolare sono stati considerati, da quasi un secolo, il rifugio sicuro per eccellenza. Una storia incominciata con la prima guerra mondiale, straconfermata dalla seconda, e continuata sempre. Nei momenti difficili, in caso di disastri finanziari, di guerre e cose di questa gravità, la corsa era sempre al dollaro e a New York. Ora qualcosa potrebbe cambiare. Lei ha sempre detto che sarebbero stati necessari 10-15 anni per arrivare veramente a un euro moneta internazionale di importanza più o meno analoga a quella del dollaro. Cambia qualcosa?
I fatti di questa settimana dicono che può cambiare qualcosa. Ma occorrono segnali più chiari che potremo vedere nelle prossime settimane. Per ora constato che fino alla scorsa settimana c’era un afflusso, e non un deflusso sui titoli del Tesoro da parte dei capitali internazionali.

tratto da articolo del Sole24Ore del 25/9/2008

Davvero un’opinione interessante, soprattutto se letta dopo il discorso di Bush agli Americani! Intanto Warren Buffett e alcune banche giapponesi entrano nelle banche americane con quote importanti.