La solidità delle banche italiane? Parliamone!

23 05 2009

Dopo tanti mesi di crisi finanziaria e bancaria vengono ancora snocciolati dati sulla solidità delle banche italiane rispetto a quelle straniere: in realtà una discussione più inutile che altro. Ditemi voi se Unicredit è una banca italiana! Ha più di metà delle sua attività dislocate all’estero.
Un interessante articolo del Sole24Ore ci ricorda come le banche itlaiane invetano molto meno nelle attvità finanziarie e speculative, eessendo maggiormente presenti nel campo più classico dei finanziamenti (i cosiddetti “impieghi”), rispetto ai quali si potrebbero fare tanti discorsi rispetto all’attuale situazione. Un’analisi interessante, ma siamo sicuri che sia tutto lì? La vera risorsa sono i clienti privati, i depositanti, da cui le banche, specie se italiane, hanno imparato a trarre grandi profitti (vedi fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.).

I risparmiatori se ne sono accorti? Ovviamente no….. tranne quelli iscritti al nostro gruppo Facebook!





Poste Vita sotto accusa a “Mi Manda Rai3″

16 02 2009

Diffidare anche dei consigli della Posta? Bancoposta è come la banca?

A voi ogni giudizio!





Profumo, JP Morgan e l’interesse dei loro clienti

2 02 2009

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit dal World Economic Forum di Davos a proposito della funzione delle banche: «la cosa importante è vendere il giusto rischio al giusto cliente». «Siamo come le industrie farmaceutiche, solo che non c’è il dottore che prescrive il prodotto e siamo noi stessi che abbiamo anche questo ruolo». Lo dice Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit parlando della funzione delle banche. «Qualsiasi prodotto una banca vende, sta vendendo del rischio. La cosa importante è vendere il giusto rischio al giusto cliente», sottolinea parlando al World Economic Forum di Davos da dove respinge l’idea che le banche possano diventare utility. «Per definizione noi gestiamo il rischio. Non possiamo essere utility perchè il nostro business è molto più complicato». E «se le banche fossero nazionalizzate e diventassero una public utility si distruggerebbe molto del loro valore nella società». Per chiarire la metafora tra industria farmaceutica e banche con queste ultime che rivestono anche la funzione di medico, Profumo precisa: «è chiaro che tra questi due ruoli, ci sono elementi di grigio, regolati dal Mifid», cioè dalla direttiva europea che fissa i criteri che gli operatori finanziari devono seguire nel collocare i prodotti. La supervisione globale? Secondo l’amministratore delegato di Unicredit è difficile da attuare. «In Europa -spiega – dobbiamo fare un passo in avanti e più sforzi per integrare le attività di supervisione del sistema bancario, che non deve essere di ogni paese ma europea. Muoversi su un piano più vasto, come quello globale, credo invece che sia impossibile, perchè non ci sono contribuenti globali, mentre può esserci un contribuente europeo». Alessandro Profumo ha poi sottolineato come il suo istituto, con presenza per l’80% in Italia, Germania, Austria e Polonia sia una «banca europea, non italiana».

tratto da articolo del Sole24Ore del 02/02/2009.

Certo che è davvero imbarazzante, che, ancora oggi, si debba ascoltare il parere di un banchiere quando si tratta di discutere del futuro dell’economia mondiale e di come si fa consulenza ai risparmiatori. Intanto, si è appreso in questi giorni come la grande banca americana JPMorgan abbia liquidato le proprie posizioni nei fondi Madoff, senza aver consigliato i propri clienti di fare altrettanto: leggete qui!





Polizze vita: come la compagnia guadagna con i vostri risparmi

26 11 2008

Chi di voi non ha una bella polizza vita? Ecco una bella spiegazione su cosa c’è dietro!

Il video è presente anche nel gruppo Facebook “Io vado dal consulente finanziario indipendente”





Poste: quelle tedesche le vuole Deutsche Bank

12 09 2008

L’acquisizione di Postbank da parte di Deutsche Bank sarebbe ormai solo questione di ore, a pochissimi giorni dall’annuncio di una fusione tra Commerzbank e Dresdner Bank. L’ultimo ostacolo potrebbe essere Santander che ieri sera è uscita allo scoperto, annunciando di avere fatto anch’essa un’offerta per la banca postale. Deutsche Bank ha confermato nella notte tra mercoledì e giovedì le trattative con Postbank, ancora controllata per il 50% più una azione dalla Deutsche Post. Le voci circolavano da alcuni giorni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La decisione finale spetta ora al consiglio di sorveglianza di Deutsche Post in una riunione fissata per stamani.
Secondo il quotidiano Financial Times Deutschland, Deutsche Bank sarebbe pronta ad acquistare una quota leggermente inferiore al 30%, pagando circa 2,6 miliardi di euro. L’ammontare è superiore agli attuali valori di mercato, pari a 2,3 miliardi di euro. Il resto verrebbe acquistato successivamente, nel giro di 12-36 mesi.
La partita però non può dirsi del tutto conclusa. Ieri sera, da Madrid, Santander ha confermato di avere fatto una proposta «indicativa» per il 100% di Postbank, una banca che in Germania conta oltre 14 milioni di clienti. Voci di mercato parlano di un’offerta pari a 55 euro ad azione (rispetto a una chiusura ieri a 45,77 euro, in calo dello 0,78%). Una fusione puramente tedesca appariva ieri sera la più probabile. «Per Deutsche Bank acquistare una quota del 30% in Postbank presenta alcuni vantaggi – hanno commentato gli analisti di Sal Oppenheim in un recente studio –. Permette all’istituto di credito di entrare in forza nel capitale della banca postale senza sborsare immediatamente una cifra elevata in un momento difficile per i mercati finanziari». Voci della nuova operazione giungono dopo che la settimana scorsa Commerzbank ha annunciato l’acquisizione di Dresdner Bank per 9,8 miliardi di euro. Entrando in Postbank, Deutsche Bank, che ieri ha annunciato una partnership con la russa Ufg nell’asset management, vuole rafforzare la sua presenza in Germania e nella banca al dettaglio per diversificare le sue attività. Insieme i due istituti avrebbero circa 1.800 filiali e attività per 2.300 miliardi di euro. In genere, gli osservatori hanno accolto positivamente un’operazione che se andrà in porto permetterà alla prima banca tedesca di rafforzarsi anche a livello europeo. Tra i dubbiosi, c’è chi ha ricordato come lo Stato sia ancora presente nel capitale della Deutsche Post e chi ha quindi messo l’accento sulle difficoltà organizzative di un’eventuale integrazione. Postbank non ha sedi proprie, ma si appoggia agli uffici postali della società madre. In questo senso, il Financial Times Deutschland sottolineava ieri «le differenze culturali» tra una banca proiettata sui mercati internazionali e un istituto di credito votato alla gestione del risparmio dei piccoli correntisti. Poco importa: proprio ieri il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha ribadito che il consolidamento del mercato bancario è l’unica strada percorribile. A questo proposito, sempre ieri, intanto, il presidente della Commerzbank, Martin Blessing, non ha escluso la vendita di attività della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, che verrà ereditata dalla prossima fusione con Dresdner Bank. Non mancherebbe probabilmente l’interesse delle grandi banche europee, desiderose di mettere radici in Germania.

tratto da articolo del Sole24Ore del 12/9/2008

Il business delle poste tedesche piace a molti. Deutsche Bank non vuole forselo scappare, soprattutto dopo l’anuncio di fusione tra le altre due principali banche tedesche. L’interesse riguarda ovviamente la parte finanziaria delle poste tedesche: Postbank. Si tratta in sostanza della versione tedesca del nostro Bancoposta. Anche Poste Italiane ha capito ormai da tempo la forza del business finanziario, focalizzandosi sempre più nella vendita di prodotti di risparmio (fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.). La forza di Bancoposta è chiara anche alle banche italiane. Chissà se una sua futura quotazione non spingerà una delle nostre banche a tentare di comprarsi questo gioiellino. L’importante è che i risparmiatori sappiano bene che, banca o posta che sia, si tratta sempre della stessa solfa.





Banca e risparmio: non solo conto corrente!

2 09 2008

Bonifici bancari, pagamenti delle bollette, estratti conti e prelievi Bancomat in sportelli differenti dalla propria banca. Voci che fanno lievitare anche di alcune decine di euro le spese di gestione del conto corrente. Spesso, però, bastano alcuni accorgimenti per riuscire a tagliare i costi del c/c fino al 40 per cento. Il migliore mezzo per abbattere le spese è senza dubbio Internet. Una operazione bancaria comune come il bonifico allo sportello costa mediamente 3,31 euro, via web (0,77 euro) si risparmia quasi l’80 per cento. Senza contare che le banche online spesso non applicano alcuna commissione sui bonifici. Il divario tra canale tradizionale e Internet è ancora più evidente per l’estratto conto trimestrale: 0,05 euro per l’invio tramite posta elettronica contro 0,65 euro per la spedizione attraverso Posta ordinaria. Il consorzio di banche italiane “PattiChiari” ha messo a punto le cinque regole da seguire per tagliare le spese che zavorrano i conti. Per scegliere inoltre il c/c adatto alle diverse esigenze il sito www.pattichiari.it mette a confronto i 500 prodotti di conto corrente offerti in oltre 22mila sportelli grazie all’indicatore sintetico di prezzo. Ecco, nel dettaglio, il vademecum per diventare un correntista più parsimonioso.
1) Usare Internet. Oltre a garantire una netta riduzione delle spese per molte operazioni bancarie e consultare i propri movimenti in tempo reale, la gestione del conto corrente online elimina i tempi morti di attesa in fila allo sportello.
2) Domiciliare. Perchè andare alla filiale per pagare le bollette quando si può sottoscrivere il servizio di domiciliazione? Questa operazione consente sia di risparmiare sul costo delle operazioni di pagamento sia di avere la sicurezza della continuità degli addebiti, con la possibilità di bloccare eventuali importi anomali e azzerando il rischio di un «taglio» delle utenze dovuto a una dimenticanza. In termini pratici: il costo medio per il pagamento delle utenze in banca costa 1,91 euro, via Internet 0,003 euro. Ovvero il 98% in meno.
3) Chiedere informazioni al Bancomat. Utilizzando i Bancomat del proprio istituto per la richiesta di elenco movimenti significa risparmiare, in media, il 2% del costo annuo totale del conto corrente. Il servizio offerto attraverso lo sportello automatico è infatti generalmente gratuito o comunque richiede commissioni inferiori rispetto al servizio offerto allo sportello.
4) Scegliere i Bancomat della propria banca. I prelievi dagli sportelli dell’istituto dove si ha il conto sono generalmente gratuiti, mentre le altre banche applicano una commissione che varia da 1,5 a 1,7 euro.
5) Fare acquisti con la carta. Che sia di credito o di debito (il PagoBancomat), la carta consente di limitare i rischi del contante. Inoltre il PagoBancomat non prevede costi aggiuntivi e l’estratto conto è sempre gratuito.

tratto da notizia Radiocor del Sole24Ore del 2/9/2008.

Il conto corrente non è il solo strumento su cui il risparmiatore può cavarsela con meno. Sono altri i prodotti su cui le banche guadagnano molto: i fondi comuni, le polizze vita, le forme individuali di previdenza, le obbligazioni strutturate, ecc.. Tutti strumenti carichi di commissioni! Altro che conto correnti!





Tutela dei risparmiatori

7 08 2008

Lettera a Marco Liera del Sole24Ore per un nuovo dibattito sul futuro del risparmio.

 

Gent. Dott. Liera,

da tempi non sospetti, la Sua attenzione, e quella dei Suo colleghi, è rivolta al tema della tutela dei risparmiatori: un argomento controverso, spigoloso, scomodo a molti, e che per la sua complessità si presta bene alla formulazione di tante opinioni, magari interessate.

Sappiamo peraltro come gli scandali finanziari dell’ultimo decennio, oltre a danneggiare i risparmiatori, non abbiano sortito l’effetto sperato: infatti, la cultura finanziaria degli italiani è rimasta al palo e i piccoli risparmi sono rimasti lontani dai mercati finanziari, anche a fronte di recenti incentivi fiscali. In fondo, anche nella “pratica degli investimenti” sembrano prevalere le mode, sostenute dall’abile marketing di chi, a differenza dei risparmiatori, conosce a sufficienza alcune basi di finanza comportamentale (o almeno di psicologia dei consumi) e le utilizza per interagire con i risparmiatori stessi, anche quando questi sono stati scottati da forti delusioni: “capitale garantito”, “rendimenti minimi”, ecc. sono espressioni ormai diffuse e che hanno avuto un certo successo nel promuovere prodotti, anche quando questi rischiavano di non tutelare il cittadino contro l’inflazione (obiettivo ineludibile per ogni scelta d’investimento a medio-lungo termine).

Le autorità competenti hanno progressivamente focalizzato la loro attenzione sulla trasparenza, quale elemento per rendere consapevoli le scelte finanziarie dei cittadini. Oggi i prodotti finanziari sono senza dubbio più trasparenti ma, nonostante questo, il risparmio non appare molto più tutelato: ne sono dimostrazione i suoi articoli e le lettere a cui deve rispondere. La completezza di informazioni di un prospetto informativo e il messaggio non ingannevole di un cartellone pubblicitario costituiscono un elemento fondamentale per la tutela dei risparmiatori, ma appaiono come una “conditio sine qua non”: ci vuole ben altro e forse l’intero approccio finora seguito dovrebbe essere messo in discussione. Davvero crediamo che il risparmiatore medio possa dedicare così tanto tempo a leggere e studiare prospetti informativi (anche se in versione breve) e magari con l’ausilio di un manuale di finanza? Per rispondere in modo affermativo dovremmo immaginare un mondo pieno di appassionati della materia, con le dovute competenze e con molto tempo a disposizione: in tutta onestà lo scenario appare irrealistico, senza nulla togliere alla capacità dei cittadini.

Tagliamo la testa al toro! L’eccesso di norme e di firme non è uno strumento utile per tutelare il risparmiatore finanziariamente inconsapevole, il quale, per definizione, necessita di affidarsi a un professionista. Il risparmiatore dovrebbe delegare le proprie decisioni di investimento al suo consulente come fa con altri professionisti in altri campi (avvocati, architetti, ecc.). La vera discriminante è data dalla massima indipendenza del consulente, per rendere il più possibile convergenti i suoi interessi con quelli del cliente, a prescindere da discutibili giudizi su appropriatezza ed adeguatezza dei consigli erogati.

 

Cesare Nistri

Riccardo Politi

 

tratto da articolo di comunicati-stampa.net del 5/8/2008





Obbligazioni strutturate: i riflettori della Consob

22 07 2008

Anche la tutela dei risparmiatori sembra influenzata dalle mode, le stesse che riempiono il banco dei prodotti presentati in successione dalle banche. Così, le pagine dei giornali economici, dopo essersi focalizzate su fondi comuni e polizze vita, puntano ora l’indice contro le cosiddette “obbligazioni strutturate”, prendendo spunto dalla maggiore attenzione delle autorità su questo genere di prodotti.

Le obbligazioni strutturate sono il nuovo cavallo di battaglia che le banche, in realtà, hanno cominciato a proporre già da qualche anno ai propri clienti; anche la cara vecchia “Posta” ha saputo ritagliarsi un interessante ruolo commerciale in questo genere di prodotti finanziari! Il loro successo è stato tale da contribuire alla crisi dei fondi comuni che negli ultimi anni hanno visto diminuire vistosamente i propri partecipanti.

Queste obbligazioni non sono altro che prestiti fatti dal risparmiatore ad una banca, spesso la propria o magari una delle tante che preferisce collocare questo prestito attraverso le agenzie Bancoposta (che ovviamente si fa pagare adeguatamente). Il rendimento si basa solitamente su una specie di “scommessa” che vede contrapposti il risparmiatore e la banca “finanziata”: il conflitto di interessi è evidente….. insomma, non posso certo credere che la banca per farmi un favovre decida di avere in bilancio dei costi così alti. Ed è proprio su queste “scommesse”, (di solito sul livello futuro di indici azionari o materie prime) che Consob ha acceso qualche riflettore chidendo maggiore trasparenza alle banche emittenti e ai collocatori. In particollare, data la complessità di questi strumenti la Consob, in un proprio documento, ha indicato la necessità di com unciare il valore e quo di un’obbligazione, sia prima dell’emissione (spacchettando il titolo nelle sue diverse componenti, tra cui spesso “strumenti derivati”) che dopo il collocamento (attraverso l’indicazione delle modalità di smobilizzo e delle condizioni di riacquisto).

La Consob vuole quindi incidere su una delle problematiche rilevate dai clienti: la liquidità di questi strumenti e quindi la possibilità di rivenderli ad un prezzo conveniente.

Se volete condividere con gli altri lettori vostre esperienze su questi prodotti scrivete pure un vostro commento sul forum.





Nasce il forum…. parlate del vostro risparmio tradito

20 07 2008

Da oggi Voi lettori avete a disposizione uno spazio aggiuntivo! Un forum tutto per Voi, per scrivere le disavventure dei Vostri investimenti. Scrivete ciò che vi è capitato e condividetelo con gli altri lettori. Scrivete anche le esperienze particolarmente positive. Se avete tratto una buona esperienza dal rapporto con la Vostra banca raccontatecelo…. ovviamente non si tratta nè di uno spazio pubblicitario, nè di un luogo per denigrare pubblicamente altre persone. E ora…. a Voi!

Cliccate sulla pagina del forum.





L’opinione di Giuseppe Turani sul risparmio gestito in Italia

17 06 2008

I Fondi di investimento italiani sono morti? Non ancora del tutto, ma non dovrebbe mancare molto. A meno di un mira­colo, ma non si vede quale, i nostri Fondi sono destinati a diventare reperti archeologici, avanzi di un’epoca che gloriosa non è mai stata, testimonianza di un passato che sarà meglio dimenticare presto.A maggio, i riscatti (cioè i clienti che sono scappati con i soldi, uscendo di corsa dall’avventura dei Fondi) sono ammontati in tutto a oltre 8 miliardi e nei primi cinque mesi dell’anno (da gennaio a maggio) i riscatti sono arrivati a 35 miliardi di euro. In sostanza, quest’anno in cinque mesi i Fondi hanno visto uscire tanti soldi quanti ne erano usciti in tutto il 2007. Siamo di fronte a un’accelerazione. E la fuga in massa dei risparmiatori italiani dai Fondi sta diventando una sorta di esodo tumultuoso. C’è da domandarsi, allora, che cosa sta succedendo. Perché la gente scappa dai Fondi, che erano stati inventati, invece, proprio per garantire al risparmiatore non professionale una serena e equilibrata gestione dei suoi soldi? Perché quello che doveva essere un porto sicuro per geometri in pensione e vec­chie zie si sta trasformando in un mare in tempesta? Le ragioni sono due. Da una parte c’è il fatto che i Fondi, mediamente, sono sempre stati gestiti molto male. Nel senso che i responsabili della gestione, in genere, sono stati più bravi a perdere soldi che a guadagnarne. E questo, certo, non ha incoraggiato i risparmiatori. La questione, detta in termini un po’ spicci e brutale, è questa: la gente si è stancata di dare soldi ai Fondi perché glieli perdessero. Se si tratta di questo (cioè di bruciare del denaro), ognuno può fare per sé, non ha bisogno di pagare ricche commissioni a Fondi che poi li girano a gestori mediamente incapaci. E, se uno decide di perdere soldi in proprio, magari può anche divertirsi, puntando sui cavalli o festeggiando a caviale e champagne tutte le sere. Ma c’è di più e di peggio. E tutto ci riporta alla maledetta crisi dei prestiti sub-prime. Questa, come si sa, ha creato seri problemi di liquidità a tutte le banche. Detto in termini meno tecnici: anche le banche si sono trovate a corto di soldi perché sul mercato ci sono meno soldi e quindi ottenere prestiti inter-bancari è diventato difficile. Non solo: il 2008 sarà un anno infelice per le banche, uno dei più tristi che la mente umana ricordi. Un po’ per via della cattiva congiuntura e un po’ perché (non avendo soldi) complicato difficile fare affari. Come si rimedia? Le nostre banche hanno trovato la strada. Hanno trovato, cioè, un modo per rimettere insieme un po’ di liquidità e per guadagnare qualche soldo extra, in modo da poter presentare a fine anno bilanci meno disastrosi.Questo modo consiste nella morte pilotata dei Fondi di investimento. Ecco come funziona il meccanismo. I nostri Fondi sono in gran parte controllati dalle banche. E queste ultime, da qualche tempo, spiegano ai loro clienti che è meglio disfarsi dei Fondi e comperare obbligazioni (ovviamen­te della banca). In questo modo le banche ottengono un doppio risultato: prendono soldi dai loro clienti (a cui hanno fatto vendere le quote dei Fondi) in cambio di carta (le obbligazioni) e, in più, incassano anche qualche buona commissione (per aver organizzato tutto questo giro di carta). Alla fine le banche si ritrovano con un po’ più di liquidità in cassa e con bilanci un po’ migliori. In sostanza, la fuga dai Fondi un po’ è spontanea, ma per una gran parte è organiz­zata dalle stesse banche che li controllano. I Fondi muoiono, alla fine, perché i loro genitori (le banche) hanno deciso che devono essere sacrificati per fornire liquidità alle banche in un momento di scarsa liquidità e di cattiva congiuntura.

La prova di tutto ciò sta nei numeri. Nel 2007 si è registrata una fuga dai Fondi per 34 miliardi di euro, ma nello stesso anno lebanche hanno piazzato obbligazioni per 80 miliardi. E nei primi quattro mesi del 2008 i soldi ritirati dai Fondi sono ammontati a 27 miliardi, ma le banche hanno piazzato 33 miliardi di obbligazioni. Più chiaro di così. Ciò a cui stiamo assistendo quindi è la morte dei Fondi, ma anche la morte del risparmio gestito. Un po’ tutti in questi ultimi dieci anni ci siamo sbracciati a spiegare al signor Rossi e al signor Bianchi che non dovevano andare in Borsa da soli, ma servirsi appunto dei Fondi e degli esperti, ma da come le cose stanno andando dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati. Le banche (che sono le vere padrone dei Fondi, e quin­di del risparmio gestito) ancora una volta hanno tradito i loro clienti, facendoli andare di qui e di là come marionette con l’unico obiettivo di fare gli interessi non dei risparmiatori, ma delle banche stesse. L’errore è stato commesso quando si è permesso che gli istituti di credito diventassero, di fatto, i monopolisti del risparmi gestito. E’ successo che fra difendere gli interessi dei clienti o i propri, le banche alla fine hanno scelto i propri. Brutta storia, ma anche, purtroppo, una storia molto italiana.

tratto dal blog di Giuseppe Turani (giornalista di Repubblica) del 10 giugno 2008.

Senza dubbio le conclusioni di Turani sono corrette ed è proprio nella scelta di vendere nuovi strumenti finanziari (obbligazioni bancarie, magari strutturate) che si spiega parte della fuga dei risparmiatori dal mondo dei fondi comuni: ma se ciò è vero, si conferma purtroppo come tali movimenti non siano frutto di scelte consapevoli della clientela quanto di un’efficace marketing da parte delle banche, che conoscono bene il potere magico del termine “capitale garantito”. Va detto tuttavia che le banche stesse, per effetto del deflusso di risparmio gestito, perdono una fonte di guadagni non soggetta di per sè a un rischio finanziario (siete voi clienti a investire): la scelta di far sottoscrivere proprie obbligazioni ai clienti coimporta infatti di dover impiegare quel denaro sui mercati finanziari o in attività di finanziamento: questo aspetto non è banale, soprattutto considerando che le banche hanno già dimostrato di non essere poi così scaltre nella gestione dei propri rischi.