I Fondi di investimento italiani sono morti? Non ancora del tutto, ma non dovrebbe mancare molto. A meno di un miracolo, ma non si vede quale, i nostri Fondi sono destinati a diventare reperti archeologici, avanzi di un’epoca che gloriosa non è mai stata, testimonianza di un passato che sarà meglio dimenticare presto.A maggio, i riscatti (cioè i clienti che sono scappati con i soldi, uscendo di corsa dall’avventura dei Fondi) sono ammontati in tutto a oltre 8 miliardi e nei primi cinque mesi dell’anno (da gennaio a maggio) i riscatti sono arrivati a 35 miliardi di euro. In sostanza, quest’anno in cinque mesi i Fondi hanno visto uscire tanti soldi quanti ne erano usciti in tutto il 2007. Siamo di fronte a un’accelerazione. E la fuga in massa dei risparmiatori italiani dai Fondi sta diventando una sorta di esodo tumultuoso. C’è da domandarsi, allora, che cosa sta succedendo. Perché la gente scappa dai Fondi, che erano stati inventati, invece, proprio per garantire al risparmiatore non professionale una serena e equilibrata gestione dei suoi soldi? Perché quello che doveva essere un porto sicuro per geometri in pensione e vecchie zie si sta trasformando in un mare in tempesta? Le ragioni sono due. Da una parte c’è il fatto che i Fondi, mediamente, sono sempre stati gestiti molto male. Nel senso che i responsabili della gestione, in genere, sono stati più bravi a perdere soldi che a guadagnarne. E questo, certo, non ha incoraggiato i risparmiatori. La questione, detta in termini un po’ spicci e brutale, è questa: la gente si è stancata di dare soldi ai Fondi perché glieli perdessero. Se si tratta di questo (cioè di bruciare del denaro), ognuno può fare per sé, non ha bisogno di pagare ricche commissioni a Fondi che poi li girano a gestori mediamente incapaci. E, se uno decide di perdere soldi in proprio, magari può anche divertirsi, puntando sui cavalli o festeggiando a caviale e champagne tutte le sere. Ma c’è di più e di peggio. E tutto ci riporta alla maledetta crisi dei prestiti sub-prime. Questa, come si sa, ha creato seri problemi di liquidità a tutte le banche. Detto in termini meno tecnici: anche le banche si sono trovate a corto di soldi perché sul mercato ci sono meno soldi e quindi ottenere prestiti inter-bancari è diventato difficile. Non solo: il 2008 sarà un anno infelice per le banche, uno dei più tristi che la mente umana ricordi. Un po’ per via della cattiva congiuntura e un po’ perché (non avendo soldi) complicato difficile fare affari. Come si rimedia? Le nostre banche hanno trovato la strada. Hanno trovato, cioè, un modo per rimettere insieme un po’ di liquidità e per guadagnare qualche soldo extra, in modo da poter presentare a fine anno bilanci meno disastrosi.Questo modo consiste nella morte pilotata dei Fondi di investimento. Ecco come funziona il meccanismo. I nostri Fondi sono in gran parte controllati dalle banche. E queste ultime, da qualche tempo, spiegano ai loro clienti che è meglio disfarsi dei Fondi e comperare obbligazioni (ovviamente della banca). In questo modo le banche ottengono un doppio risultato: prendono soldi dai loro clienti (a cui hanno fatto vendere le quote dei Fondi) in cambio di carta (le obbligazioni) e, in più, incassano anche qualche buona commissione (per aver organizzato tutto questo giro di carta). Alla fine le banche si ritrovano con un po’ più di liquidità in cassa e con bilanci un po’ migliori. In sostanza, la fuga dai Fondi un po’ è spontanea, ma per una gran parte è organizzata dalle stesse banche che li controllano. I Fondi muoiono, alla fine, perché i loro genitori (le banche) hanno deciso che devono essere sacrificati per fornire liquidità alle banche in un momento di scarsa liquidità e di cattiva congiuntura.
La prova di tutto ciò sta nei numeri. Nel 2007 si è registrata una fuga dai Fondi per 34 miliardi di euro, ma nello stesso anno lebanche hanno piazzato obbligazioni per 80 miliardi. E nei primi quattro mesi del 2008 i soldi ritirati dai Fondi sono ammontati a 27 miliardi, ma le banche hanno piazzato 33 miliardi di obbligazioni. Più chiaro di così. Ciò a cui stiamo assistendo quindi è la morte dei Fondi, ma anche la morte del risparmio gestito. Un po’ tutti in questi ultimi dieci anni ci siamo sbracciati a spiegare al signor Rossi e al signor Bianchi che non dovevano andare in Borsa da soli, ma servirsi appunto dei Fondi e degli esperti, ma da come le cose stanno andando dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati. Le banche (che sono le vere padrone dei Fondi, e quindi del risparmio gestito) ancora una volta hanno tradito i loro clienti, facendoli andare di qui e di là come marionette con l’unico obiettivo di fare gli interessi non dei risparmiatori, ma delle banche stesse. L’errore è stato commesso quando si è permesso che gli istituti di credito diventassero, di fatto, i monopolisti del risparmi gestito. E’ successo che fra difendere gli interessi dei clienti o i propri, le banche alla fine hanno scelto i propri. Brutta storia, ma anche, purtroppo, una storia molto italiana.
tratto dal blog di Giuseppe Turani (giornalista di Repubblica) del 10 giugno 2008.
Senza dubbio le conclusioni di Turani sono corrette ed è proprio nella scelta di vendere nuovi strumenti finanziari (obbligazioni bancarie, magari strutturate) che si spiega parte della fuga dei risparmiatori dal mondo dei fondi comuni: ma se ciò è vero, si conferma purtroppo come tali movimenti non siano frutto di scelte consapevoli della clientela quanto di un’efficace marketing da parte delle banche, che conoscono bene il potere magico del termine “capitale garantito”. Va detto tuttavia che le banche stesse, per effetto del deflusso di risparmio gestito, perdono una fonte di guadagni non soggetta di per sè a un rischio finanziario (siete voi clienti a investire): la scelta di far sottoscrivere proprie obbligazioni ai clienti coimporta infatti di dover impiegare quel denaro sui mercati finanziari o in attività di finanziamento: questo aspetto non è banale, soprattutto considerando che le banche hanno già dimostrato di non essere poi così scaltre nella gestione dei propri rischi.
Poste: quelle tedesche le vuole Deutsche Bank
12 09 2008L’acquisizione di Postbank da parte di Deutsche Bank sarebbe ormai solo questione di ore, a pochissimi giorni dall’annuncio di una fusione tra Commerzbank e Dresdner Bank. L’ultimo ostacolo potrebbe essere Santander che ieri sera è uscita allo scoperto, annunciando di avere fatto anch’essa un’offerta per la banca postale. Deutsche Bank ha confermato nella notte tra mercoledì e giovedì le trattative con Postbank, ancora controllata per il 50% più una azione dalla Deutsche Post. Le voci circolavano da alcuni giorni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La decisione finale spetta ora al consiglio di sorveglianza di Deutsche Post in una riunione fissata per stamani.
Secondo il quotidiano Financial Times Deutschland, Deutsche Bank sarebbe pronta ad acquistare una quota leggermente inferiore al 30%, pagando circa 2,6 miliardi di euro. L’ammontare è superiore agli attuali valori di mercato, pari a 2,3 miliardi di euro. Il resto verrebbe acquistato successivamente, nel giro di 12-36 mesi.
La partita però non può dirsi del tutto conclusa. Ieri sera, da Madrid, Santander ha confermato di avere fatto una proposta «indicativa» per il 100% di Postbank, una banca che in Germania conta oltre 14 milioni di clienti. Voci di mercato parlano di un’offerta pari a 55 euro ad azione (rispetto a una chiusura ieri a 45,77 euro, in calo dello 0,78%). Una fusione puramente tedesca appariva ieri sera la più probabile. «Per Deutsche Bank acquistare una quota del 30% in Postbank presenta alcuni vantaggi – hanno commentato gli analisti di Sal Oppenheim in un recente studio –. Permette all’istituto di credito di entrare in forza nel capitale della banca postale senza sborsare immediatamente una cifra elevata in un momento difficile per i mercati finanziari». Voci della nuova operazione giungono dopo che la settimana scorsa Commerzbank ha annunciato l’acquisizione di Dresdner Bank per 9,8 miliardi di euro. Entrando in Postbank, Deutsche Bank, che ieri ha annunciato una partnership con la russa Ufg nell’asset management, vuole rafforzare la sua presenza in Germania e nella banca al dettaglio per diversificare le sue attività. Insieme i due istituti avrebbero circa 1.800 filiali e attività per 2.300 miliardi di euro. In genere, gli osservatori hanno accolto positivamente un’operazione che se andrà in porto permetterà alla prima banca tedesca di rafforzarsi anche a livello europeo. Tra i dubbiosi, c’è chi ha ricordato come lo Stato sia ancora presente nel capitale della Deutsche Post e chi ha quindi messo l’accento sulle difficoltà organizzative di un’eventuale integrazione. Postbank non ha sedi proprie, ma si appoggia agli uffici postali della società madre. In questo senso, il Financial Times Deutschland sottolineava ieri «le differenze culturali» tra una banca proiettata sui mercati internazionali e un istituto di credito votato alla gestione del risparmio dei piccoli correntisti. Poco importa: proprio ieri il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha ribadito che il consolidamento del mercato bancario è l’unica strada percorribile. A questo proposito, sempre ieri, intanto, il presidente della Commerzbank, Martin Blessing, non ha escluso la vendita di attività della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, che verrà ereditata dalla prossima fusione con Dresdner Bank. Non mancherebbe probabilmente l’interesse delle grandi banche europee, desiderose di mettere radici in Germania.
tratto da articolo del Sole24Ore del 12/9/2008
Il business delle poste tedesche piace a molti. Deutsche Bank non vuole forselo scappare, soprattutto dopo l’anuncio di fusione tra le altre due principali banche tedesche. L’interesse riguarda ovviamente la parte finanziaria delle poste tedesche: Postbank. Si tratta in sostanza della versione tedesca del nostro Bancoposta. Anche Poste Italiane ha capito ormai da tempo la forza del business finanziario, focalizzandosi sempre più nella vendita di prodotti di risparmio (fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.). La forza di Bancoposta è chiara anche alle banche italiane. Chissà se una sua futura quotazione non spingerà una delle nostre banche a tentare di comprarsi questo gioiellino. L’importante è che i risparmiatori sappiano bene che, banca o posta che sia, si tratta sempre della stessa solfa.
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