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Diffidare anche dei consigli della Posta? Bancoposta è come la banca?
A voi ogni giudizio!
Ecco un video tratto da una recente puntata di Ballarò su Rai3.
Si parla delle difficoltà delle imprese, a corto di finanziamenti per effetto della crisi bancaria. Ma si parla anche dei derivati collocati dalle banche ai risparmiatori (attraverso le obbligazioni strutturate).
Forse non ci crederete, ma lo stesso genere di obbligazioni viene venduto dalle Poste . “CI ABBIAMO RISANATO UN BUDGET” (lo dice addirittura una dipendente di Bancoposta intervistata).
Insomma, senza scomodare le truffe di Madoff, i risparmiatori hanno già di che riflettere, sulla bontà di certi proodotti che gli vengono offerti.
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Chi di voi non ha una bella polizza vita? Ecco una bella spiegazione su cosa c’è dietro!
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L’acquisizione di Postbank da parte di Deutsche Bank sarebbe ormai solo questione di ore, a pochissimi giorni dall’annuncio di una fusione tra Commerzbank e Dresdner Bank. L’ultimo ostacolo potrebbe essere Santander che ieri sera è uscita allo scoperto, annunciando di avere fatto anch’essa un’offerta per la banca postale. Deutsche Bank ha confermato nella notte tra mercoledì e giovedì le trattative con Postbank, ancora controllata per il 50% più una azione dalla Deutsche Post. Le voci circolavano da alcuni giorni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La decisione finale spetta ora al consiglio di sorveglianza di Deutsche Post in una riunione fissata per stamani.
Secondo il quotidiano Financial Times Deutschland, Deutsche Bank sarebbe pronta ad acquistare una quota leggermente inferiore al 30%, pagando circa 2,6 miliardi di euro. L’ammontare è superiore agli attuali valori di mercato, pari a 2,3 miliardi di euro. Il resto verrebbe acquistato successivamente, nel giro di 12-36 mesi.
La partita però non può dirsi del tutto conclusa. Ieri sera, da Madrid, Santander ha confermato di avere fatto una proposta «indicativa» per il 100% di Postbank, una banca che in Germania conta oltre 14 milioni di clienti. Voci di mercato parlano di un’offerta pari a 55 euro ad azione (rispetto a una chiusura ieri a 45,77 euro, in calo dello 0,78%). Una fusione puramente tedesca appariva ieri sera la più probabile. «Per Deutsche Bank acquistare una quota del 30% in Postbank presenta alcuni vantaggi – hanno commentato gli analisti di Sal Oppenheim in un recente studio –. Permette all’istituto di credito di entrare in forza nel capitale della banca postale senza sborsare immediatamente una cifra elevata in un momento difficile per i mercati finanziari». Voci della nuova operazione giungono dopo che la settimana scorsa Commerzbank ha annunciato l’acquisizione di Dresdner Bank per 9,8 miliardi di euro. Entrando in Postbank, Deutsche Bank, che ieri ha annunciato una partnership con la russa Ufg nell’asset management, vuole rafforzare la sua presenza in Germania e nella banca al dettaglio per diversificare le sue attività. Insieme i due istituti avrebbero circa 1.800 filiali e attività per 2.300 miliardi di euro. In genere, gli osservatori hanno accolto positivamente un’operazione che se andrà in porto permetterà alla prima banca tedesca di rafforzarsi anche a livello europeo. Tra i dubbiosi, c’è chi ha ricordato come lo Stato sia ancora presente nel capitale della Deutsche Post e chi ha quindi messo l’accento sulle difficoltà organizzative di un’eventuale integrazione. Postbank non ha sedi proprie, ma si appoggia agli uffici postali della società madre. In questo senso, il Financial Times Deutschland sottolineava ieri «le differenze culturali» tra una banca proiettata sui mercati internazionali e un istituto di credito votato alla gestione del risparmio dei piccoli correntisti. Poco importa: proprio ieri il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha ribadito che il consolidamento del mercato bancario è l’unica strada percorribile. A questo proposito, sempre ieri, intanto, il presidente della Commerzbank, Martin Blessing, non ha escluso la vendita di attività della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, che verrà ereditata dalla prossima fusione con Dresdner Bank. Non mancherebbe probabilmente l’interesse delle grandi banche europee, desiderose di mettere radici in Germania.
tratto da articolo del Sole24Ore del 12/9/2008
Il business delle poste tedesche piace a molti. Deutsche Bank non vuole forselo scappare, soprattutto dopo l’anuncio di fusione tra le altre due principali banche tedesche. L’interesse riguarda ovviamente la parte finanziaria delle poste tedesche: Postbank. Si tratta in sostanza della versione tedesca del nostro Bancoposta. Anche Poste Italiane ha capito ormai da tempo la forza del business finanziario, focalizzandosi sempre più nella vendita di prodotti di risparmio (fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.). La forza di Bancoposta è chiara anche alle banche italiane. Chissà se una sua futura quotazione non spingerà una delle nostre banche a tentare di comprarsi questo gioiellino. L’importante è che i risparmiatori sappiano bene che, banca o posta che sia, si tratta sempre della stessa solfa.
I promotori finanziari l’hanno presa male. Di loro, e del lavoro svolto in questi anni presso i risparmiatori, non si parla nel Rapporto del gruppo di lavoro sui fondi comuni costituito presso la Banca d’Italia. Il Rapporto, che rilancia anche gli inviti formulati sull’argomento dal governatore Mario Draghi, ripone però molta fiducia sui consulenti finanziari indipendenti. Sono loro il grimaldello con il quale far saltare il blocco della distribuzione in conflitto di interessi, tramite la raccolta ordini per conto dei clienti su fondi low-cost trattati su piattaforme telematiche. Anche se la loro attività, almeno all’inizio, «si rivolgerà a un pubblico ristretto».
Il Rapporto pare ignorare che c’è un quarto del mercato dei fondi, quello intermediato dai promotori, che non è stato colpito dai disastrosi deflussi che hanno invece caratterizzato i network di sportelli. La circostanza meritava qualche approfondimento in più. D’altra parte non pare il caso che i promotori debbano temere i consulenti indipendenti. Le due forme possono felicemente convivere nell’interesse dei risparmiatori, come accade altrove. Sarebbe strano se, dopo 30 anni in cui hanno potuto operare in assenza dei consulenti fee-only, i promotori si preoccupassero del loro fisiologico ingresso. A meno che qualcuno di loro non rimpianga che in questo periodo non trascurabile si potesse fare di più. Si poteva ad esempio conquistare una quota di mercato del risparmio – in presenza di servizi bancari di scarsa qualità – assai più alta di quel 6% che è attribuito oggi alle reti di promotori. Le quali sono in gran parte di proprietà bancaria o assicurativa. L’imprenditorialità è stata poca, con soli due casi di successo (Azimut e Mediolanum). Ciò è stato dovuto a un insieme di condizioni oggettive di mercato, ma ha frenato l’affermazione di questa categoria di professionisti. Nei cuori dei risparmiatori e in quelli degli autori del Rapporto.
tratto da articolo de IlSole24Ore del 26/07/2008
Il Governatore ha forse compreso come la via maestra per la tutela dei risparmiatori non stia soltanto nella trasparenza dei prodotti finanziari, ma anche nella presenza di un soggetto che sia inevitabilmente dalla parte del risparmiatore nel rapporto con la sua banca.
“Cara vecchia Posta, come potremmo non affidarci a te per i nostri risparmi?!”
Molti di noi sono cresciuti con l’immagine del libretto al portatore aperto dal papà, che magari investiva altri risparmi in qualche “buono fruttifero postale”: strumenti che hanno dato anche notevoli soddisfazioni nel tempo, con la garanzia peraltro che si trattasse di prestiti fatti direttamente a un ente dello Stato.
Oggi la Posta è qualcosa di diverso: è una società per azioni giustamente orientata al profitto, benchè il suo management sia sostanzialmente di nomina pubblica. E il business intrapreso in questi anni sotto le insegne di “Bancoposta” si è dimostrato profittevole per il Gruppo Poste Italiane, che infatti, come da tempo si dice più o meno sotto voce, sarebbe intenzionata a uscire dal business dei pacchi e delle lettere (decisamente meno conveniente).
Le stesse banche hanno capito la forza competitiva di questo nuovo soggetto nel mercato del risparmio, dei mutui e delle carte di pagamento (la vendutissima Postepay, ad esempio). La combinazione tra la tradizionale immagine della Posta e la fitta presenza di filiali sul territorio italiano hanno creato un mix vincente.
Le banche hanno tuttavia compreso come in realtà la presenza di Poste Italiane sul mercato possa essere anche un’opportunità; lo dimostra il fatto che molti prodotti Bancoposta siano infatti costruiti o gestiti da gruppi bancari, che quindi usano la “forza vendita” e il marchio di Poste Italiane come profittevoli canali di distribuzione. I prodotti del resto non sono certi così diversi da quelli piazzati dai gruppi bancari; anche in questo caso il modello di business si basa sulla pura vendita, con a carico del cliente lauti costi e commissioni, più o meno visibili agli occhi del risparmiatore (sebbene nel pieno rispetto di tutte le norme previste in materia…. ovviamente!). Insomma, il cleinte Bancoposta è molto redditizio, perchè forse poco si cura dei propri risparmi (magari ricordando romanticamente il papà che metteva i soldini nel libretto al portatore)
La posta come intermediario finanziario è una realtà in Germania da ancor più tempo; Deutsche Postbank è addirittura quotata in Borsa ed è oggi nel mirino di gruppi bancari tedeschi, intenzionati ad acquistarla avendone capito anche loro la forte competività o quanto meno la “minaccia”. La notizia è di questi giorni, come preannunciato anche dal Sole24Ore.
Banche e fallimenti: ne seguiranno altri dopo Lehman?
16 09 2008Ci sono altre 9 mila banche in America e 14mila in Europa. Con l’aria che tira è inevitabile che altri istituti siano a rischio ». Con queste parole lapidarie il Ceo di una grande banca della City ci ha detto che, sebbene casi come quello di Lehman Brothers probabilmente non si ripeteranno, la mattanza nel mondo del credito rischia di continuare sotto varie forme. «La Lehman, peraltro, è stata paradossalmente un buon segno – prosegue il banchiere – poiché mentre nel caso di Bear Sterns il segretario al Tesoro Usa Paulson non se l’è sentita di farla saltare e ha pilotato e facilitato la vendita a Jp Morgan, questa volta ha abbandonato la quarta grande banca d’affari Usa al suo destino. Il che vuol dire che inizia a crescere la fiducia nel sistema e nella capacità di affrontare le avversità, anche perché i problemi di Lehman erano da tempo noti e il mercato ha avuto tempo di digerirli ». È un fatto però che nella City regna un grande nervosismo poiché per qualche giorno i mercati si troveranno a digerire le conseguenze sistemiche del crack della banca americana. E le banche europee saranno destinate a dover navigare in acque agitate. Secondo una nota del broker Kbw, specializzato in banche, il mercato in questo momento procede con i piedi assolutamente di piombo, spostandosi verso lidi ritenuti tranquilli. Kbw cita come scommesse prudenti la britannica Hsbc, le spagnole Santander e Bbva, l’italiana Intesa SanPaolo e la francese Bnp o l’austriaca Raffeisen, data la loro bassa esposizione al rischio. Discorso ben diverso, con rischi elevati, per le banche d’investimento, come per le inglesi Hbos e Bradford & Bingley, esposte al mercato dei mutui anche perché hanno una base minore di depositi. Ma è un fatto che la crisi che è iniziata nell’investment banking e nei mercati all’ingrosso, a misura che peggiorano le prospettive dell’economia è destinata a lambire sempre più le banche al dettaglio. Solidi bilanci saranno necessari per attraversare la crisi.
tratto da articolo del Sole24Ore del 16/9/2008
Se è vero che è bene preferire banche con solidi bilanci, c’è da chiedersi come valutare i rischi insiti nelle banche stesse. Di per sè sono difficili da valutare anche per gli esperti, che sanno bene come si tratti in realtà di una specie di vaso di Pandora. Lo sanno bene in Bank of America, che nella notte di domenica, di fronte alla possibilità di comprare Lehman Brothers a prezzi ridicoli, hanno preferito ripensarci, spostando l’attenzione su un’altra banca in difficoltà: Merrill Lynch.
Postilla: la crisi non è ovviamente un fatto americano, ma riguarda anche le nostre province. Le obbligazioni Merrill Lynch sono presenti anche nei portafogli dei piccoli risparmiatori italiani che le hanno potute comprare presso la cara vecchia “posta” (nelle varie versioni index linked, ecc.). Oggi le quotazioni di quei titoli sono decisamente sotto il loro valore di rimborso a scadenza.
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Tag: Bancoposta, Bank of America, Bear Stearns, Bnp, Bradford & Bingley, finanza, Hbos, Hsbc, index linked, IntesaSanPaolo, JP Morgan, Lehman Brothers, Merrill Lynch, news, notizie, obbligazioni, obbligazioni strutturate, Paulson, Poste Italiane, Raiffeisen, risparmiatore, risparmiatori, Santander, subprime
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