I firmatari di questo documento condividono la vivissima preoccupazione che si stia sviluppando, dopo quella Internet e quella sub-prime, una terza bolla finanziaria, basata questa volta sulla sovrastruttura di prodotti finanziari che pesano sulle commodities. La preoccupazione non riguarda tanto il problema della possibile bolla per se stessa, quanto il suo formidabile impatto sulle quotazioni del cibo, grano, soia, riso, mais etc..
L’ escalation già in atto dei prezzi delle basi alimentari verosimilmente proseguirà, come previsto da numerosi analisti, come sperato da soggetti non disinteressati e come potrà effettivamente verificarsi per il combinato disposto di varie circostanze connesse in forma sinergica: domanda mondiale crescente, tanto alimentare quanto di materie prime energetiche connesse, accaparramenti e limitazioni alle esportazioni, variante sullo stesso tema, e, ancora, speculazione fine a se stessa. In definitiva, tutto questo contribuirà, come in un gioco di specchi, all’auto-realizzarsi delle previsioni peggiori ed a determinare, inevitabilmente, un genocidio per fame di dimensioni imprevedibili.
Riteniamo immorale che possa passare inosservata una sorta di nuova ideologia in cui, consapevolmente o meno, il sistema finanziario sia trascinato in una cieca gara al genocidio di inermi popolazioni. Infatti in questo momento storico globalizzato lo scenario cambia e la dimensione del fenomeno è di portata tale da provocare possibili devastanti impatti proprio sull’elemento primario di sostentamento e di vita: il cibo.
Pur riconoscendo alla speculazione una sua funzione, in quanto storicamente mezzo per rendere i mercati più efficienti, in certo senso giustificata dalla contrapposizione tra rischio assunto dallo speculatore e rendimento atteso (e chi vivrà alla fine vedrà, quando pure questa bolla finirà), temiamo che il risultato netto di queste strategie di asset allocation sarà negativo. Quand’anche alla fine le probabili perdite finanziarie di alcuni pareggiassero il conto degli utili realizzati da altri, certamente il costo peggiore sarà quello pagato nel frattempo da soggetti certamente più numerosi ma del tutto estranei ai giochi speculativi. Perciò riteniamo immorale che qualcuno possa contribuire ad accumulare lucri immediati ed ingenti speculando, in definitiva, sulla fame nel mondo.
Fatto singolare per un Paese che ospita la sede del Vaticano e della FAO, ci sembra che la stampa italiana sia meno sensibile a questo tema nei confronti con quella estera: forse riteniamo il problema della fame lontano, confinato nello spazio e nel tempo, dimenticandone la pericolosità in termini sociali e geopolitici. Alcune banche stanno proponendo alla clientela retail prodotti finanziari speculativi sulle commodities; anche le Borse non disdegnano di mettere in vetrina strumenti derivati su beni primari, accessibili anche al privato investitore. Quest’ultimo verosimilmente non sospetta di contribuire a fare raddoppiare o triplicare il prezzo del grano, del riso o del mais quando sottoscrive un semplice contratto; non si rende conto di farsi anello di una catena di interessi che finisce, all’altro, lontanissimo capo, per allontanare la ciotola di cibo dalla bocca di uno sconosciuto affamato. Eppure lo strumento finanziario speculativo, offerto come tanti altri ad ignari risparmiatori, li rende di fatto corresponsabili del genocidio, questa volta delegato alla finanza globalizzata.
Non possiamo certo essere considerati moralisti fuori tempo se auspichiamo che il vasto pubblico abbia migliore conoscenza dell’attuale “bolla bollente”: sappiamo bene che la “partecipazione pubblica” è il propellente per lo sviluppo della fase terminale della bolla, quella dell’euforia speculativa. Se resi più consapevoli delle lontane conseguenze di decisioni apparentemente neutre prese a tavolino, molti investitori saprebbero investire con migliore responsabilità il proprio denaro.
Siamo a conoscenza della proposta di aumentare i depositi iniziali avanzata allo scopo di rendere meno agevole l’accesso a posizioni speculative e di ridurre quindi la relativa leva finanziaria. Questa ed altre proposte potranno essere esaminate tecnicamente. Dunque facciamo un appello a tutti i Colleghi e Colleghe di buona volontà perché si rendano responsabili rispetto a questo cogente problema e contribuiscano ad approfondirne gli aspetti tecnici, le dinamiche e le modellistiche interpretative. L’invito è ad operare insieme in modo che la sovrastruttura della finanza globalizzata sia uno strumento che promuova sviluppo anziché, come in questo caso, rischiare di essere tacciata come fornitrice di strumenti killer.
Con l’occasione desideriamo citare le parole di un grande banchiere, Raffaele Mattioli, uomo sensibile più e prima di altri a queste tematiche: “le risorse di tutti i Paesi messi insieme basteranno ad assicurare tra un secolo un minimo di benessere alla pullulante popolazione del pianeta?”
Chi non ha possibilità di scrivere le proprie opinioni sul forum dell’AIAF, può dare un utile contributo al dibattito all’interno del blog, come sempre!
L’intervento pubblico americano sulla crisi finanziaria
8 09 2008Gli obiettivi sono quelli di stabilita’, fiducia, e chiarezza su punto: il governo americano non consentira’ che la crisi sistemica prenda il sopravvento sulla crisi finanziaria che ci perseguita ormai da oltre un anno e mezzo, costi quello che costi. In questo caso il costo e’ molto caro: la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae e’ un duro colpo sul piano politico per un’amministrazione repubblicana che predica il mercato. E rafforza il messaggio di Barack Obama che predica come mai hanno fatto i democratici in tempi recenti, lo statalismo e il ruolo centrale dello stato in molti frangenti della vita del giorno per giorno del paese. John McCain tuttavia e’ gia’ intervenuto prontamente per prendere le distanze dalla cattiva gestione di George W. Bush e per appoggiare anche lui l’iniziativa. Comunque sia, in prospettiva il colpo piu’ duro sara’ per il contribuente americano. Il segretario al Tesoro Paulson promette intanto “rassicurazione psicologica” visto che da oggi le due istituzioni non sono piu’ private, ma pubbliche. Ma la psicologia non basta. A conti fatti, abbiamo saputo che il governo sara’ chiamato a versare fino a 200 miliardi di dollari. Qualcosa negli ultimi giorni era gia’ andato storto. La borsa era caduta verticalmente giovedi’; si era saputo che negli ultimi trimestri i due colossi che garantiscono il credito immobiliare avevano bruciato tra i 15 e i 20 miliardi di dollari; che l’erosione della loro base di capitale avrebbe messo in serie difficolta’ alcune delle grandi banche internazionali e centrali.
Quello di ieri insomma e’ stato un “bail out” classico, necessario per salvare il sistema, il piu’ importanti in almeno due decenni. Si spera che sia l’ultimo. Che d’ora in avanti le cose possano rimettersi in ordine, che stabilita’ e fiducia tornino davvero nel sistema. E che a cadere siano solo le istituzioni piu; fragili e piu’ piccole. Lo abbiamo sperato anche quando il Congresso ha passato il suo progetto di aiuti per un centinaio di miliardi di dollari. Quando la Fed ha orchestrato il salvataggio di Bear Stearns; quando la Banca Centrale ha aperto i suoi sportelli a oltranza anche alle “non bank banks”. Ma la crisi e’ continuata. Non facciamoci illusioni: continuera’ anche adesso. Gia’ sappiamo che Lehman Brothers avra’ conti traballanti per il trimestre che ha bisogno di capitale, che licenziera’ altre 1.500 persone, e che ha cambiato il management. Ma Lehman non e’ il sistema: da oggi sul piano sistemico e’ stata introdotta una differenza rilevante: se vi sara’ all’improvviso penuria di dollari, si potra’ sempre andare in tipografia a stamparli.
tratto da articolo del Sole24Ore del 8/9/2008
Eccoci quindi con un bel rialzo delle borse: la notizia di cui sopra ha fatto partire gli indici con crescita di circa il 3% rispetto all’ultima seduta. Come al solito, il passaggio ad inferno a paradiso sembra sempre più rapido di quanto non lo sia davvero. In compenso, questa volta l’articolo non gira le spalle ai problemi che potrebbe creare la decisione delle autorità americane; chissà, forse ai primi accenni di crescita dell’inflazione, qualcuno commenterà un’altro forte ribasso delle borse. Oggi, comunque, chi di dovere ha voluto dare un segnale molto forte.
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