Banche: leggere della crisi sul web

17 09 2008

Mentre alcune testate, come Panorama, ci ricordano la lunga storia di Lehman Brothers, Giuseppe Turani evidenzia finalmente alcuni elementi utili per capire le origini della crisi finanziaria in atto. Riporto di seguito il suo post.

Week-end con il fiato sospeso, in Italia per il salvataggio (in pericolo) di Alitalia, e in America per quello della banca d’af­fari Lehman Brothers (la più piccola delle grandi banche), appartenente all’aristocrazia degli istituti che hanno fatto la sto­ria di Wall Street e della finanza internazionale. Il lavoro per impedire alla Lehman di fallire stanno andando avanti men­tre esce la notizia che le banche, nel loro complesso, avrebbero bisogno almeno di altri 350 miliardi di dollari per sistemare i pasticci nati in seguito alla vicenda dei prestiti subprime (cioè dei prestiti fatti a gente che non aveva abbastanza garanzie e che ha finito per dichiararsi insolvente).E allora c’è da chiedersi (ancora una volta) come è successo che il mondo intero sia finito dentro a questa crisi, a questo autentico disastro che sta mettendo in difficoltà l’economia di almeno due continenti (Europa e America).Le cause più importanti sembrano essere due: l’avidità dei banchieri e una mancata recessione negli Stati Uniti. 1- Sul primo punto non ci sono molti ragionamenti da fare. Basta leggere i giornali. Pur di fare soldi, i maggiori banchieri del mondo hanno trovato il modo di prestare soldi anche a chi non aveva i requisiti necessari di solvibilità. La “tecnologia” per fare questo è abbastanza semplice e l’aveva già scoperta, in Italia, Michele Sindona moltissimi anni fa. Si tratta del “pacchetto”. Sindona era diventato famoso perché, come banchiere d’affari, a volte comprava società decotte, mezze fallite, che nessun altro voleva. A chi gli chiedeva come contava di liberarsene, lui rispondeva tranquillo: farò un pacchetto. Nel senso che avrebbe messo quell’azienda decotta insieme a una cosa buona (una banca, una finanziaria rispettabile). E il cliente avrebbe dovuto comperare l’intero pacchet­to, non divisibile. Affari suoi, poi, decidere che cosa fare dell’azienda decotta.Le grandi banche internazionali hanno adottato lo stesso sistema. Emettevano obbligazioni per finanziare gente che non avrebbe dovuto essere finanziata. Ma quelle obbligazioni non venivano collocate direttamente sul mercato (presso i rispar­miatori). Erano “chiuse” in un pacchetto insieme a obbliga­zioni relative a crediti più decenti e in ogni caso solvibili. Naturalmente, non c’era una formula fissa per questo cocktail fra buono e cattivo, per questa macedonia di frutta buona e di frutta marcia. Ogni volta il cocktail era diverso e variamente assortito, messo insieme con formule sempre più elaborate. E le obbligazioni “cocktail” hanno invaso il mondo, fornendo a tutti in una prima fase rendimenti elevati e sicuri. Si è così generato un fiume di denaro che alla fine ha oscurato la mente di tutti i protagonisti, completamente dimentichi che stavano facendo soldi su affari che, semplicemente, non si sarebbero mai dovuti fare. I soldi erano così tanti e così facili che fermarsi a chiedersi da dove arrivavano sarebbe stato davvero inopportuno.Alla fine, quando il costo del denaro è salito un po’, e molti dei prestiti subprime sono saltati, è partito un effetto domino che non è ancora finito oggi, a oltre un anno di distanza e che ha travolto numerose rispettabili (fino a ieri) istituzioni finan­ziarie. E non si vede ancora l’uscita da questo tunnel infernale. 2- La seconda ragione per cui tutto questo esplode ha a che fare con una recessione non fatta. Nel 2001, quando c’è l’at­tacco alle Twin Towers, l’America sta andando in recessione. Subito dopo l’attacco terroristico, si decide che non si può mandare la più grande economia del mondo in recessione: sarebbe come dar ragione ai terroristi, a Bin Laden. Sarebbe come dimostrare che sono davvero in grado di mettere in crisi la potenza più potente del pianeta. A sistemare le cose ci pensa il presidente della Federal Reserve di allora, Alan Greenspan. E ricorre al metodo più semplice: abbassa drasticamente il costo del denaro. Questo salva l’A­me­rica dalla recessione (che probabilmente arriva solo adesso, a sette anni di distanza). Ma fornire denaro a costo zero (o an­che meno, se si tiene conto del costo reale, al netto dell’in­flazione) è un po’ come regalare alcool alla popolazione. La percentuale di alcolismo sale inevitabilmente. E è appunto quel­lo che accade. Decollano vari boom (da quello immobiliare a quello di Borsa) e alla fine, quando i tassi di interesse devo­no salire un po’ per via dell’inflazione, esplode tutto. Solo che probabilmente, grazie all’avidità dei banchieri, l’inquinamento del mercato (i famosi cocktail di roba buona e di roba marcia) è andato, nel corso di sette anni, ben al di là di quello che tutti noi possiamo immaginare.Questo spiega perché dopo un anno e moltissimi crack bancari questa storia non è ancora finita. E perché tutti temono che possa riservare altre e ancora più sgradevoli sorprese. In realtà, nessuno sa quanti di questi cocktail siano stati serviti alla clientela e chi se li sia bevuti. L’unico modo per capirci qual­co­sa è aspettare che i bevitori caschino per terra e poi por­tar­li via. Sembra una faccenda di ubriaconi al bar, ma è esattamente quello che sta accadendo.





Trichet: inflazione, crescita e petrolio

11 09 2008

«L’inflazione rimarrà probabilmente elevata per un certo tempo e una moderazione graduale arriverà solo nel corso del 2009». La crisi finanziaria legata ai mutui «è un processo ancora in corso sul quale bisogna essere estremamente attenti in modo permanente». Così il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, di fronte al Comitato affari economici e monetari del Parlamento europeo. Trichet ha spiegato che l’outlook economico sconta ancora i rischi di un rallentamento, mentre le pressioni inflative potrebbero spingere i prezzi al rialzo.
Sul fronte della crescita si sta assistendo a «un episodio di debolezza», che però secondo la Bce verrà seguito da «una graduale ripresa nel 2009, in particolare se proseguirà il rientro dei prezzi petroliferi», ha aggiunto Trichet. «La maggior parte delle analisti indica che avremo un graduale recupero» del ciclo economico «nei prossimi anni». Il recupero seguirà un secondo trimestre giudicato da Trichet «molto debole» e un terzo trimestre previsto «debole». La scorsa settimana il Consiglio direttivo della Bce ha confermato al 4,25% il livello dei tassi di interesse in vigore per l’area dell’euro. Riprendendo quanto spiegato a seguito della decisione del Consiglio, Trichet ha detto agli eurodeputati che la Bce ritiene che il livello attuale del costo del danaro sia «idoneo a contribuire» a riportare l’inflazione verso i valori obiettivo (2% di crescita annua sulla media di 18-24 mesi). Per quanto riguarda le nuove regole sui collaterali, Trichet ha detto che «non danneggeranno» la capacità delle banche di ottenere liquidità sul mercato. Sul prezzo delle materie prime ha detto: «Nessuno ha nulla da guadagnare dal persistere della volatilità del prezzo del petrolio» e da una eventuale stabilizzazione «a livelli elevati» non accettabili, «nè il fronte dell’offerta, nè quello della domanda». Trichet ha concluso: «E’ necessario capire meglio l’impatto degli investimenti finanziari sul prezzo delle materie prime, anche se non devono diventare un capro espiatorio».

tratto da articolo del Sole24Ore dell’11/9/2008

La dichiarazione di Trichet evidenzia non solo conferme sulla politica attuale della banca centrale ma sembra voler aprire un dibattito su come la speculazione finanziaria professionale possa aver influito sul rialzo delle materie prime degli ultimi anni e di conseguenza sul potere d’acquisto della moneta. Si tratta di un elemento di cui già da tempo si discute ma che, nella stanza dei bottoni, salvo qualche rara eccezione, non era stata così presente.

Intanto sembra raffreddarsi l’inflazione in Cina, fattore non irrilevante per la stabilità dei prezzi di chi come l’Europa importa molte manifatture cinesi.





Interpretare le dichiarazioni: il salvataggio del mercato immobiliare

9 09 2008

“L’economia e i mercati americani non recupereranno finché non rimetteremo a posto il mercato immobiliare”. (Henry Paulson, segretario al tesoro Usa) voleva dire “Non possiamo permettere che società immobiliari falliscano. Non dovremmo, secondo me, permettere che nemmeno la General Motors fallisca”.

Belle queste interpretazioni fatte da Marco Cobianchi dal suo blog su Panorama.it. Io avrei aggiunto: “Ma se non ce lo possiamo permettere, chi si fa avanti per fare un pò di sacrifici?” Immagino che il Tesoro americano non vuole far torto a nessuno e con magnanimità chiederà a tutti un periodo di sacrificio, magari elargendo inflazione in modo equo e solidale.





L’intervento pubblico americano sulla crisi finanziaria

8 09 2008

Gli obiettivi sono quelli di stabilita’, fiducia, e chiarezza su punto: il governo americano non consentira’ che la crisi sistemica prenda il sopravvento sulla crisi finanziaria che ci perseguita ormai da oltre un anno e mezzo, costi quello che costi. In questo caso il costo e’ molto caro: la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae e’ un duro colpo sul piano politico per un’amministrazione repubblicana che predica il mercato. E rafforza il messaggio di Barack Obama che predica come mai hanno fatto i democratici in tempi recenti, lo statalismo e il ruolo centrale dello stato in molti frangenti della vita del giorno per giorno del paese. John McCain tuttavia e’ gia’ intervenuto prontamente per prendere le distanze dalla cattiva gestione di George W. Bush e per appoggiare anche lui l’iniziativa. Comunque sia, in prospettiva il colpo piu’ duro sara’ per il contribuente americano. Il segretario al Tesoro Paulson promette intanto “rassicurazione psicologica” visto che da oggi le due istituzioni non sono piu’ private, ma pubbliche. Ma la psicologia non basta. A conti fatti, abbiamo saputo che il governo sara’ chiamato a versare fino a 200 miliardi di dollari. Qualcosa negli ultimi giorni era gia’ andato storto. La borsa era caduta verticalmente giovedi’; si era saputo che negli ultimi trimestri i due colossi che garantiscono il credito immobiliare avevano bruciato tra i 15 e i 20 miliardi di dollari; che l’erosione della loro base di capitale avrebbe messo in serie difficolta’ alcune delle grandi banche internazionali e centrali.
Quello di ieri insomma e’ stato un “bail out” classico, necessario per salvare il sistema, il piu’ importanti in almeno due decenni. Si spera che sia l’ultimo. Che d’ora in avanti le cose possano rimettersi in ordine, che stabilita’ e fiducia tornino davvero nel sistema. E che a cadere siano solo le istituzioni piu; fragili e piu’ piccole. Lo abbiamo sperato anche quando il Congresso ha passato il suo progetto di aiuti per un centinaio di miliardi di dollari. Quando la Fed ha orchestrato il salvataggio di Bear Stearns; quando la Banca Centrale ha aperto i suoi sportelli a oltranza anche alle “non bank banks”. Ma la crisi e’ continuata. Non facciamoci illusioni: continuera’ anche adesso. Gia’ sappiamo che Lehman Brothers avra’ conti traballanti per il trimestre che ha bisogno di capitale, che licenziera’ altre 1.500 persone, e che ha cambiato il management. Ma Lehman non e’ il sistema: da oggi sul piano sistemico e’ stata introdotta una differenza rilevante: se vi sara’ all’improvviso penuria di dollari, si potra’ sempre andare in tipografia a stamparli.

tratto da articolo del Sole24Ore del 8/9/2008

Eccoci quindi con un bel rialzo delle borse: la notizia di cui sopra ha fatto partire gli indici con crescita di circa il 3% rispetto all’ultima seduta. Come al solito, il passaggio ad inferno a paradiso sembra sempre più rapido di quanto non lo sia davvero. In compenso, questa volta l’articolo non gira le spalle ai problemi che potrebbe creare la decisione delle autorità americane; chissà, forse ai primi accenni di crescita dell’inflazione, qualcuno commenterà un’altro forte ribasso delle borse. Oggi, comunque, chi di dovere ha voluto dare un segnale molto forte.





Una crisi destinata a durare ancora

5 09 2008

CERNOBBIO – Gli economisti presenti nella prima giornata del forum Ambrosetti sembrano piuttosto scettici sulla fine delle difficoltà nei mercati finanziari provocate dalla crisi subprime, sia sul versante dell’economia reale che sul versante puramente finanziario. «Se l’inflazione fa meno paura – ha detto il britannico Jim O’Neill, capo del Global Economic Research alla Goldman Sachs – oggi la vera preoccupazione arriva dall’economia europea candidata a una stagnazione prolungata». L’americano Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e ora docente ad Harvard, ha invitato a non dare per scontata la fine della crisi finanziaria negli Stati Uniti. La crescita stagnante nelle economie dei principali Paesi europei, ha spiegato O’Neill, inventore dell’acronimo Brics (le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina), rappresenta il vero problema attuale. «Invece Ieri (giovedì 4 settembre) la Bce ha lasciato invariati il tasso di riferimento al 4,25% con la motivazione opposta prevedendo un calo dell’inflazione nell’Eurozona sotto il 2% solo nel 2010». Per il capo economista di Goldman Sachs la Bce «dovrà dovrà diventare un po’ più morbida e abbassare i tassi di interesse nel 2009»; anzi a suo avviso, se «lo scorso luglio l’Eurotower avesse avuto le informazioni disponibili oggi, forse non avrebbe aumentato i tassi». Secondo O’Neill, mentre «tutti si sono concentrati sul problema dei mutui, nessuno ha notato il miglioramento della bilancia commerciale Usa», tanto che «nel secondo trimestre la crescita degli Usa è stata più forte di quella di Europa e Giappone». L’economia mondiale registra complessivamente un tasso di crescita del 3% grazie ai Paesi emergenti, mentre le economie del G7 sono «vicine alla recessione» e l’Italia si trova in una posizione di grande debolezza nell’Eurozona «a causa della bassa crescita della produttività». O’Neill però, invita a non essere pessimisti: «Asia e Brics vanno bene e globalmente l’economia viaggia con una crescita del 3,5%». Quanto agli Stati Uniti Rogoff ha detto che i governi e i mercati sbaglierebbero a considerare «finita» la crisi finanziaria: «Il superamento degli effetti della crisi subprime sarà un processo molto lungo». L’opinione di Rogoff è che un ridimensionamento della taglia del settore finanziario globale è ora una necessità e che non va ostacolato il consolidamento bancario, visto che i depositanti sono garantiti dai fondi assicurativi statali.

tratto da articolo del Sole24Ore del 5/9/2008

Il bello della finanza è che le opinioni possono essere continuamente cambiate, in fondo non è mai chiaro chi abbia ragione. Questa è una notizia che potete facilmente trovare dopo ogni giornata di forte ribasso azionario. Alla prima giornata di discreto rialzo avremo modo di leggere qualcosa di ben diverso….. come se gli scenari economici potessero cambiare in pochi giorni o magari in poche ore. :-)





La mano forte della BCE

28 08 2008

Inutile illudersi. Anche se in Germania l’inflazione sembre allentare leggermente la morsa nell’Eurozona per adesso «non ci sono spazi per tagliare i tassi di interesse». Lo ha detto Axel Weber, presidente della Bundesbank (la Banca centrale tedesca) e consigliere della Banca centrale europea, all’agenzia Bloomberg, spiegando che la politica monetaria dell’Eurozona «è nel complesso dove dovrebbe essere e la discussione su un calo dei tassi in Europa è prematura». Anzi, l’orientamento della Bce, inoltre, è su basi «più accomodanti che non neutrali». Se le prospettive economiche, infatti, migliorassero un po’ verso la fine di quest’anno «o nel 2009 – ha detto Weber – che è anche la mia previsione, vedremo se sarà necessario agire». Il che significa che il falco di Francoforte preferisce lasciare balenare l’ipotesi che la Bce possa aumentare ancora il costo del danaro piuttosto che abbassarlo, una volta passata la nottata della bassa crescita di Eurolandia. La preoccupazione numero uno dei banchieri centrali, infatti, è stata e resta l’inflazione, che viaggia su valori doppi rispetto a quel fatidico 2% che corrisponde alla definizione accettata di stabilità dei prezzi. «Non sappiamo nemmeno – ha avvertito in conclusione Weber – se l’inflazione tornerà sotto il 2% nel 2010».  Del resto un taglio ai tassi d’interesse da parte della Bce in questa fase delicatissima avrebbe l’effetto indesiderato di stimolare l’inflazione dell’Eurozona, ha confermato il membro italiano del Consiglio direttivo della Bce Lorenzo Bini Smaghi: «Se la banca centrale decidesse di stimolare l’economia abbassando i tassi d’interesse, questo avrebbe l’effetto di incrementare l’inflazione. Siamo sicuri di volerlo?», ha sottolineato Bini Smaghi in un’intervista, rilasciata a metà luglio, al periodico Conservatori Contemporanei di agosto-settembre.  Bini Smaghi ha affermato che l’aumento del tasso d’interesse della Bce fissato a luglio al 4,25% era «la decisione da noi considerata più giusta per riportare l’inflazione al di sotto della soglia del 2%, come un anno e mezzo fa». Ed ha aggiunto che «non c’erano alternative, se si voleva evitare l’avvitamento della spirale dei prezzi. Non vogliamo ripetere gli errori del passato, in cui a pagare il costo dell’aggiustamento allo shock petrolifero sono stati i piccoli risparmiatori e i disoccupati. I cittadini sono scontenti dell’aumento della rata dei mutui, e avremmo di certo evitato di provocarla se fosse stato possibile. Ma se si lasciava aumentare l’inflazione, i tassi sarebbero poi aumentati ancora di più.». Il banchiere ha poi sottolineato che se «il tasso d’interesse è così basso, in confronto a precedenti esperienze storiche, soprattutto di fronte a uno shock come quello attuale, è grazie alla reputazione che si è conquistata la Bce. La gente tende a dimenticarsene, ma in occasione dei due precedenti shock petroliferi l’inflazione salì in modo drammatico e i risparmiatori vennero colpiti malamente». La sfida più importante che l’Eurotower dovrà fronteggiare nei prossimi anni? «Continuare ad assicurare la stabilità dei prezzi in un contesto economico globale difficile, in un’Europa in divenire che incontra crescenti difficoltà nel proseguire il processo di integrazione, allargandosi ai nuovi paesi. Ma se si guarda indietro a quello che è stato fatto in questi anni, non si può che esserne fieri. Fuori dall’Europa gli altri ci ammirano. Noi europei tendiamo ad essere sempre pessimisti e a non renderci conto dei nostri successi».

tratto da articolo del Sole24Ore del 27/08/2008

Altro che taglio dei tassi! La BCE non si fida delle quotazioni del petrolio e continua per la sua strada, nonostante le pressioni politiche. Indipendentemente dai cenni storici fatti da Bini Smaghi, vedremo alla fine chi dimostrerà di aver avuto ragione. Il fatto non è di poco conto, perchè la BCE, investita di un importante potere, si trova di fronte alla prima vera crisi a cui far fronte. Se avrà ragione, la sua credibilità ne sarà fortemente rafforzata. Diversamente, esiste il rischio che il suo ruolo in futuro possa cambiare o essere ridimensionato.





Inflazione: anche per la Fed la tentazione di rialzare i tassi

30 05 2008

Chi segue attentamente l’operato delle banche centrali e il loro approccio alle problematiche macroeconomiche sa bene come la BCE sia generalmente molto improntata alla lotta senza quartiere all’inflazione: ne abbiamo già parlato in passato e la banca centrale si è rivelata sostanzialmente coerente anche nelle fasi di grave crisi del sistema bancario e finanziario.

Oggi fa quindi più notizia ascoltarte le prime voci su possibili intenzioni della Federal reserve, che apparirebbe più disposta a valutare un rialzo dei tassi d’interesse. Finita forse la fase più critica della tempesta subprime, la banca centrale americana si sente più libera nel maneggiare le proprie armi.

Ed è proprio di stamattina la diffusione dei dati Istat sull’inflazione italiana: fiammata al 3,6%, molto lontano dall’obiettivo europeo del 2% nel medio termine!





Rendimenti BTP: altra benzina per una politica monetaria più restrittiva

29 05 2008

Il caro petrolio e le tensioni sull’inflazione europea fanno volare i rendimenti dei BTp. Collocati in asta dal Tesoro questa mattina, i titoli di Stato italiani hanno infatti registrato un deciso rialzo dei rendimenti, che hanno raggiunto vette mai viste dal 2002. Il tasso d’interesse lordo dei BTp decennali è salito dal 4,65% dell’ultima asta (era il 29 aprile) al 4,86%: record dall’agosto 2002. I BTp triennali sono saliti ancora di più: dal 4,15% di fine aprile al 4,49% di oggi. Massimo dal maggio 2002. Il loro movimento, ovviamente, ricalca quello dei mercati secondari nell’ultimo mese: i rendimenti sono infatti saliti su tutta Europa. Basti pensare che il Bund decennale (cioè il titolo di Stato tedesco paragonabile al nostro BTp) dal minimo toccato il 17 marzo scorso al 3,68% è arrivato oggi al 4,43% di rendimento lordo. Ieri, infine, è stato collocato con un rendimento lordo del 4,43% anche il CcT.

tratto dal sito del Sole24Ore del 29/05/2008

Un altro elemento a sostegno di attese di rialzo dei tassi ufficiale nell’area Euro entro fine anno. Il mercato sembra quasi dettare la politica monetaria alla Bce o forse ne anticipa semplicemente le azioni?





BCE: nuova benzina per alzare i tassi

15 05 2008

La notizia è di oggi: l’economia tedesca non ha rallentato la sua crescita nel primo trimestre 2008. Tutt’altro, è crescita ben più di quanto ha fatto nell’ultimo trimestre dell’anno scorso. Forse è presto per dire che l’economia reale (almeno quella europea) non è stata intaccata dalla crisi finanziaria dei subprime, ma intanto questo dato non lascerà indifferente la BCE che forse non aspettava altro: una buona occasione per alzare ancora pò i tassi nel corso di quest’anno. L’obiettivo è sempre quello: combattere l’inflazione!

Se la BCE sarà decisa nel fare questa scelte, magari sostenuta da altri dati di questo genere, quale sarà l’impatto sul sistema bancario e quale quello sul mercato immobiliare?

Per chi ama l’informazione finanziaria in inglese ecco un articolo di Bloomberg al riguardo.





BCE: lotta all’inflazione e strategie di comunicazione

13 05 2008

La Bce ha più volte ribadito che la sua piorità – stabilita dal suo mandato istituzionale – è il contenimento dell’inflazione su livelli che garantiscano stabilità nel medio periodo. Si punta a avere una crescita annua dei prezzi inferiore ma prossima al 2%, sulla media di un periodo di 18-24 mesi. E sebbene i dati di aprile abbiamo mostrato una prima moderazione per Eurolandia, al 3,3% dal 3,6% di marzo, l’inflazione resta ancora ben lontana dalla soglia-obiettivo. Ma la stessa Bce ha più volte riconosciuti i rischi di rallentamento che gravano sulla crescita economica. Secondo il presidente Jean-Claude Trichet il livello attuale dei tassi di Eurolandia è il più adatto per contrastare l’inflazione. I rischi restano alti.

tratto dal sito del Sole 24 Ore dell’8 maggio 2008

Il lavoro della BCE sembra ormai sempre più focalizzato su elementi di comunicazione piuttosto che di politica economica: ogni parola ha un suo peso e non è permesso sbagliare. Forse perchè analisti e giornalisti sembrano ascoltare le conferenze stampa di Trichet con in mano il vocabolario della BCE, fatto di parole utilizzate in passato per comunicare conseguenti decisioni sui tassi. Non solo…. è lo stesso Trichet a sottolineare che l’utilizzo di una certa espressione “es. vigilanza sui prezzi” verrà utilizzata solo quando necessaria. Insomma, la banca centrale sa bene che non conta tanto una decisione presa oggi quanto piuttosto le aspettative che si possono creare sul mercato in funzione di un commento più generale rilasciato ad ogni incontro pubblico. Ecco perchè Trichet non molla il colpo e ricorda a tutti che la sua priorità è la lotta all’inflazione…. guai a creare aspettative diverse.

La BCE continuerà a combattere il surriscaldamento dei prezzi, oggi già oltre gli obiettivi stabiliti. Sarà quindi disposta, una volta conclusa la crisi bancaria-finanziaria, a sostenere un eventuale rallentamento della crescita economica? La risposta è nelle future quotazioni del petrolio e delle materie prime, nonchè nei livelli di inflazione della Cina, che oggi ci permette di comprare merci a basso costo.