Le banche che finanziano….. Fiat e le proprie speculazioni?

26 05 2009

«Sulle banche c’è ancora molto da fare. Molti dati indicano un ritorno alla finanza fine a se stessa: aumenta la raccolta ma non aumentano gli impieghi per l’industria e le imprese, mentre crescono gli impieghi nel settore finanziario. Questo deve essere oggetto di un’ulteriore considerazione da parte di tutti noi». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, intervenendo all’assemblea nazionale di Confcooperative.

Queste le parole di Tremonti sul Sole24Ore , proprio quando nella lotteria Opel le nostre care banche non vogliano far mancare la loro partecipazione: in quel caso gli interessa dare i finanziamenti (forse che ci vedano anche un interesse non propriamente economico?!?!).

P.S.: ma non dovevano finanziare l’economia reale in cambio dei Tremonti-bond?





Crisi finanziaria: un’opportunità anche per il fisco

26 05 2009

Si pensa sempre che la crisi sia di per sè portatrice esclusiva di sventura. Ma un pò come avviene in guerra c’è sempre qualcuno che trova o quanto meno cerca delle opportunità a proprio vantaggio.Ecco quindi che il fisco di molti paesi ha preso la palla al balzo per attaccare i cosiddetti “paradisi fiscali”: in realtà una pressione politica per cercare di forzare la mano a chi dà sempre appoggia, sostiene e approfitta dei grandi evasori fiscali. O forse si tratta semplicemente di un’occasione per mettere un pò alle strette chi dell’evasione ne fa uno strumento di ricchezza. Ecco quindi come nasce il progetto di un nuovo “scudo fiscale” per il rientro dei capitali illegalmente all’estero. Onestamente sembra un pò una presa in giro. Più che la lotta all’evasione, l’obiettivo sembra essere il seguente: “Approfittiamo di questo clima di instabilità e paura per fare un pò di cassa, tanto questi quando li pigliamo più”.





La solidità delle banche italiane? Parliamone!

23 05 2009

Dopo tanti mesi di crisi finanziaria e bancaria vengono ancora snocciolati dati sulla solidità delle banche italiane rispetto a quelle straniere: in realtà una discussione più inutile che altro. Ditemi voi se Unicredit è una banca italiana! Ha più di metà delle sua attività dislocate all’estero.
Un interessante articolo del Sole24Ore ci ricorda come le banche itlaiane invetano molto meno nelle attvità finanziarie e speculative, eessendo maggiormente presenti nel campo più classico dei finanziamenti (i cosiddetti “impieghi”), rispetto ai quali si potrebbero fare tanti discorsi rispetto all’attuale situazione. Un’analisi interessante, ma siamo sicuri che sia tutto lì? La vera risorsa sono i clienti privati, i depositanti, da cui le banche, specie se italiane, hanno imparato a trarre grandi profitti (vedi fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.).

I risparmiatori se ne sono accorti? Ovviamente no….. tranne quelli iscritti al nostro gruppo Facebook!





Marchionne la sa lunga

22 05 2009

Sergio Marchionne è indubbiamente un manager di grande intelligenza, e soprattutto, sembra conoscere i meccanismi della finanza, quelli veri, non certo quelli che si studiano sui banchi polverosi dell’università.

Essì, perchè il Dott. Marchionne è forse consapevole della grande difficoltà del momento. Il settore automobilistico, fondando la propria attività sull’utilizzo di grandi e costosi impianti non può reggere a gravi shock della domanda, nonostante la possibilità di usare la cassa integrazione e nonostante il progresso tecnologico che ha reso più “flessibili” gli stessi impianti.

In una crisi come questa molti hanno compreso come il problema vero stia nell’entità della domanda, anche di automobili. Del resto non ci saranno tutti gli anni incentivi alla rottamazione e quindi sarà più difficile vendere nuove macchine nei prossimi anni, anche se ci fosse una grande ripresa economica: quanti di voi vogliono comprarsi una terza macchina in famiglia?

Ecco quindi che il buon Marchionne vede l’opportunità di entrare in Chrysler (e magari in Opel) come una mossa per sopravvivere in un settore dove qualcuno dovrà pur soccombere. In questo contesto la vecchia Fiat, che di soldini non ne ha poi molti, si trova però tra le mani una merce di scambio interessante: la sua tecnologia motoristica, magari poco raffinata, ma che in questo clima di austerity sembrano molto appetibili per consumi (ed ecologia), soprattuto per la Casa Bianca.

Eh bravo Marchionne, la mossa più difficile è però ancora in corso.  Se riuscirà a portare a casa la preda Opel dovrà riuscire a ridurre il numero di impianti installati…. o pensate per caso di comprarvi una terza macchina?

Detto questo, il manager del Lingotto incomincia già a vendere tutte queste belle aspettative fiorite negli ultimi mesi…. già, si prepara uno spin-off del settore auto, da quotare a parte….. per far uscire il gruppo Fiat , magari a buon prezzo, da un business difficile, quello a quattro ruote, per buttarsi poi in qualcosa di più remunerativo.





Ancora sull’economia reale…. parlando di Italia

14 05 2009

Qual è il miglior segnale di questi ultimi mesi sui mercati finanziari? Indubbiamente il minor differenziale di rendimento tra Bund tedesco e BTP italiano: di fatto un segnale di fiducia da parte degli investitori. Ecco un ulteriore esempio di come il movimento dei mercati stessi poco si lega ai fondamentali dell’economia, almeno nel breve termine: infatti, come collegare altrimenti un dato del genere con il peggioramento notevole dei conti pubblici italiani?





Peggiorano i conti pubblici….. ma…. le banche?

16 04 2009

Mentre su Panorama ci ricordano che i conti pubblici italiani peggiorano a cuasa della crisi, altrove si leggono cose interessanti e forse un pò inquietanti. Ecco qui cosa si racconta sull’istituzionale Sole24Ore di oggi….

Chi immaginava che il «Guardian» mettesse tutto online smascherando gli artifici di Barclays, ideati per eludere le tasse e per farle eludere alle controparti di mezzo mondo. A Londra è scoppiato il finimondo. Ma in pochi hanno fatto caso che uno dei sette dossier riservati coinvolgeva due banche italiane: UniCredit e Intesa. Si chiama progetto «Brontos». (…)





Cara Cina, ti piacciono ancora i Treasury?

13 03 2009

Il primo creditore degli Stati Uniti è preoccupato sulla tenuta delle finanze del Tesoro Usa. «Ad essere onesti qualche timore ce l’ho» ha detto il premier cinese Wen Jiabao. Per questo ha chiesto agli Stati Uniti di «mantenere una buona qualità del credito, di onorare le promesse e di salvaguardare i nostri investimenti». La Cina è il primo acquirente al mondo di bond americani. E gli Stati Uniti sono il primo mercato di esportazioni per le loro merci a basso costo. La Cina continua a comprare titoli di stato perché non può permettersi che l’economia americana crolli. Gli investitori cinesi, al 31 dicembre dell’anno scorso, ne avevano in portafoglio qualcosa come 696 miliardi di dollari (il 46% in più rispetto al 2007). Ma i rendimenti dei titoli di stato americani sono calati notevolmente dopo che Barack Obama, ne ha collocato sul mercato in gran quantità per finanziare il piano da 787 miliardi di dollari di stimolo all’economia. E la preoccupazione del premier cinese si spiega anche perché la crisi ha iniziato a colpire pesantemente anche il gigante asiatico. Il Governo di Pechino quindi intende stanziare ingenti risorse per rilanciare l’economia nel tentativo di mantenere quest’anno il tasso di crescita all’8%. «In ogni momento – ha detto il primo ministro durante una conferenza stampa – possiamo presentare politiche di stimolo all’economia: siamo preparati all’eventualità di difficoltà più gravi». Per il momento, Pechino conferma l’obiettivo di un incremento del Pil all’8%: «Penso – ha aggiunto il premier – che raggiungere questo obiettivo sia difficile ma possibile con numerosi sforzi».

tratto da articolo del Sole24Ore del 13/03/2009

Ecco un elemento da tenere bene in considerazione. Per quanto tempo l’economia cinese si sentirà tranquilla a finanziare il Tesoro Americano? Sicuramente vanno messi in conto aspetti di politica internazionale che permetteranno al meccanismo di durare ancora, ma per quanto tempo? Credo che chi prevede un ulteriore rafforzamento del dollaro sull’euro dovranno fare molta attenzione.

P.S.: intanto Panorama ci racconta dei problemi dei Simpson nella crisi finanziaria. Mah!!!!!!!!





McCain non usa il bancomat?

9 03 2009

Il senatore repubblicano chiede un messaggio forte al mercato, mentre secondo quanto scrive Fortune, sarebbe pronto il nuovo piano di salvataggio del governo. John McCain, senatore repubblicano sconfitto da Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca, critica il piano del governo americano per il salvataggio delle grandi banche statunitensi. «Penso che debba essere presa una decisione difficile e credo che questa decisione sia di lasciar fallire alcune banche», ha dichiarato a Fox News Sunday. Ciò mentre la rivista americana Fortune anticipa che è in arrivo al Congresso un progetto di legge che consegna alla Fdic, l’Agenzia federale americana per l’assicurazione dei depositi, la temporanea autorità di prendere in prestito d al governo più di 500 mila dollari per assicurare i depositi, a fine anno il limite era di 250 mila dollari. La norma è funzionale ad agevolare il piano di rilancio del sistema bancario americano. Il messaggio di McCain ha fatto eco a un altro intervento di un uomo chiave del congresso americano, sempre di espressione repubblicana, ossia Richard Shelby, membro di alto di spicco del Banking Committee. «Se queste banche sono morte, seppelliamole», ha affermato Shelby al programma dell’Abc “This Week” aggiungendo: «Seppelliamo le piccole banche. Ma dovremmo valutare l’opportunità di sotterrarne una di quelle grandi per mandare un messaggio forte al mercato». Né McCain né Shelby hanno fatto riferimento a casi specifici o a banche particolari ma quando è stato fatto il nome di Citigroup, Shelby ha risposto: «Continua a essere un figlio problematico». Proprio nei giorni scorsi, il valore del titolo Citi è sceso per la prima volta sotto la soglia di un dollaro, toccando un minimo di 0,986 dollari, salvo poi recuperare. La società, che ha visto la capitalizzazione ridursi dagli oltre 270 miliardi di dollari di due anni fa ai circa 5,4 miliardi di dollari attuali, è penalizzata dai continui timori sul settore bancario e sulla sua effettiva capacità di evitare la nazionalizzazione.

tratto da articolo del Sole24Ore dell’8/9/2009

Beh, a quanto pare il Sig. McCain non usa il Bancomat; quindi non è preoccupato di come potrebbe pagarsi il caffè qualora Citigroup o un’altra banca del genere dovesse fallire (portare i libri in tribunale e fermare la propria operatività). E’ più probabile che non abbia il coraggio di proporre o votare lo smembramento delle banche per come sono ora e fare una sana separazione tra mele marce e mele buone! Non dimentichiamo che dobbiamo mangiare e le mele fanno bene.

P.S.: chissà, magari lui investirà con il social lending su Zopa dopo aver letto l’articolo di Panorama.





Nazionalizzare, ma sotto voce….

20 02 2009

“Nazionalizzare le banche? E’ una delle ipotesi che si stanno studiando” la frase di Silvio Berlusconi, detta durante l’incontro con il premier britannico Gordon Brown, fa discutere. “Per ora è solo un’ipotesi avanzata da qualcuno, qualcosa su cui ci stiamo esercitando”, ha precisato Berlusconi. Che poi, di fronte alle dichiarazioni dell’opposizione, ha precisato “non riguarda le banche italiane”, ma si tratta di una delle “tante proposte sul tavolo del G8″. Riguarda invece il governo britannico, che è già ricorso a questo tipo di interventi. Linda Lanzillotta, ministro della Funzione Pubblica nel governo ombra del Pd, ha duramente criticato l’accenno di Berlusconi: “Le sue dichiarazioni sono irresponsabili. Il premier annuncia e poi smentisce nel giro di poche ore che il governo ha allo studio misure per nazionalizzare le nostre banche determinando un terremoto sull`andamento dei titoli in Borsa. Nazionalizzare perché? Non ci hanno detto instancabilmente il ministro dell`economia e il governatore della Banca d’Italia che il sistema bancario italiano è solido e non ha bisogno di interventi di ricapitalizzazione? E con quali soldi?”. Ma Berlusconi spiega durante il suo intervento, nel quale, d’accordo con Brown, ha evidenziato i pericoli del protezionismo. “L’ingresso nel capitale” ha detto il premier, potrebbe “impegnare le banche a fornire credito alle imprese”. Ma poi Berlusconi ha precisato che “il sistema italiano è solido”. “Come dimostra” ha aggiunto “il fatto che nonostante siano state messe a disposizioni risorse rilevanti per affrontare la crisi, nessuna banca italiana per ora ha fatto richiesta di aiuto e questo ‘’tranquillizza’’. “Il 2/3 marzo stiamo organizzando il ‘Credit and liquidity day’ per analizzare la situazione del credito dalle banche all’economia” annuncia intanto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. “Faremo una fotografia – ha spiegato il ministro – sui dati dell’andamento del credito dagli istituti bancari all’industria all’economia. Poi chiederemo cosa fare per garantire il credito”. Ma la nazionalizzazione delle banche, per Tremonti, resta “un’ipotesi di cui si discute in campo internazionale”. Così come si discute di un ritorno del protezionismo, tema che mette d’accordo Brown e Berlusconi: “Certi comportamenti degli Usa, come il “Buy American”, o l’intervento della Francia per aiutare le aziende del settore auto, sono azioni che sanno un po’ di protezionismo, ma non sono quelle misure protezionistiche che possono far male. In ogni caso noi non dobbiamo cadere in questa trappola, perchè protezionismo non risolve nulla” ha poi detto Berlusconi. La crisi è globale e va affrontata in modo ‘’globale, coordinato’’, rilanciano i due primi ministri dettando la ricetta, per ora metodologica: riscrivere le regole rafforzando e riformando il sistema finanziario affinché non si ripetano crisi come quella attuale, sostenere la fiducia di famiglie e delle imprese, riportare l’economia verso la crescita sostenibile. E, in quest’ultima direzione Brown annuncia un fondo da 5 miliardi di euro per una crescita economica all’insegna del ‘low carbon’. Sul fronte delle misure concrete da adottare il cammino è comunque ancora lungo. ‘’Non è facile. Si stanno discutendo i contenuti della finanza internazionale. Ma non ci sono ancora interventi da tutti condivisi e che appaiano ‘ictu oculi’ efficaci’’ dice Berlusconi. E per farlo il cammino, condiviso con Brown, è quello che passerà per il prossimo G20 di Londra del 2 aprile dove, spiega Brown, ‘’cercheremo di preparare per una sorta di accordo per la ripresa, con il contributo di ogni continente’’ trovando un’accordo ‘’sulle risorse da iniettare nel sistema, sulla definizione dei margini di responsabilità delle istituzioni finanziarie internazionali’’ con l’obiettivo di ‘’una la ripresa economica mondiale duratura’’.

tratto da articolo di Panorama del 19/02/2009

Piano piano, sotto voce, si arriverà all’unica soluzione possibile: nazionalizzare le banche! Prima si fa e meglio è, possibilmente lasciando le perdite maturate a chi ha scelto in passato di assumersi determinati rischi: i banchieri e i loro azionisti.





Madoff: si fa luce su complici e conniventi

21 01 2009

A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti. Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan. Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento. Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz. Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard. In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti. Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo. È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo. Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”. Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato. Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli. Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti. Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.

tratto da articolo di Panorama del 18/01/2009