La solidità delle banche italiane? Parliamone!

23 05 2009

Dopo tanti mesi di crisi finanziaria e bancaria vengono ancora snocciolati dati sulla solidità delle banche italiane rispetto a quelle straniere: in realtà una discussione più inutile che altro. Ditemi voi se Unicredit è una banca italiana! Ha più di metà delle sua attività dislocate all’estero.
Un interessante articolo del Sole24Ore ci ricorda come le banche itlaiane invetano molto meno nelle attvità finanziarie e speculative, eessendo maggiormente presenti nel campo più classico dei finanziamenti (i cosiddetti “impieghi”), rispetto ai quali si potrebbero fare tanti discorsi rispetto all’attuale situazione. Un’analisi interessante, ma siamo sicuri che sia tutto lì? La vera risorsa sono i clienti privati, i depositanti, da cui le banche, specie se italiane, hanno imparato a trarre grandi profitti (vedi fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.).

I risparmiatori se ne sono accorti? Ovviamente no….. tranne quelli iscritti al nostro gruppo Facebook!





Ancora derivati….. anche per i risparmiatori!

29 04 2009

I “derivati” mietono le loro vittime anche a Bologna. I magistrati hanno aperto una decina di indagini relative a ipotesi di truffa, a fronte di denunce ed esposti presentati da risparmiatori, tutti privati, che si sono ritrovati con un investimento fallimentare. Nessuna delle inchieste bolognesi, affidate ai magistrati che fanno parte del pool specializzato nei reati economici, vedono coinvolto un ente pubblico, come invece è successo a Milano. Nella decina di inchieste bolognesi, aperte con ipotesi di reato che vanno dalla truffa all’appropriazione indebita, dall’aggiotaggio all’intermediazione finanziaria illecita, sono indagati intermediari finanziari e funzionari di banche che hanno piazzao gli investimenti. Un copione già visto, si ragiona in piazza Trento Trieste, con le truffe relative ai bond Cirio e Parmalat e a quelli argentini. E la crisi economica, sottolineano in Procura, ha giocato un ruolo non da poco: i clienti che avevano investito in i derivati e, alla scadenza, si sono ritrovati in mano un pugno di mosche, si sono rivolti alla magistratura.

tratto da articolo del Sole24Ore del 29/04/2009

Ma come mai è ripartita tutta questa voglia di parlare di derivati?!?! Faccio presente che intanto le banche continuano a piazzare ai loro clienti obbligazioni più o meno strutturate e spesso si parla a sproposito di capitale garantito.





Investire ed essere guardinghi

2 03 2009

Primo consiglio per evitare le truffe finanziarie: essere sempre guardinghi. “In molti casi alla base del raggiro c’è l’amicizia. E, sempre, c’è un rapporto di fiducia tra la vittima e il truffatore” racconta l’avvocato Roberto Vassalle di Mantova, uno dei legali più noti in Italia nel campo della difesa del risparmio. “A volte i promotori e i funzionari di banca infedeli sono addirittura parenti dei truffati. A Reggio Emilia mi sto occupando di tre clienti che hanno perso un totale di 1,5 milioni di euro fidandosi di un funzionario di banca che era un loro vicino di casa. Alla base della truffa c’era un rapporto di fiducia andato avanti per anni”. Proprio come nel caso Madoff? “Sì. Spesso vengono prodotti estratti conto falsi, mentre quelli veri sono domiciliati presso la banca e occultati al cliente” avverte Vassalle. Seconda avvertenza: non prendere per garantiti nemmeno i consigli, mai disinteressati, delle banche. Agli sportelli in molti casi vengono proposte forme di investimento complicate e rischiose, prodotti finanziari che di sua iniziativa il cliente non comprerebbe mai. Per esempio le obbligazioni strutturate, le polizze unit e index linked o i derivati per le imprese. Tutti strumenti che servono anzitutto a far guadagnare chi li vende.Terzo punto: occorre avere un’idea chiara di quello che si compra. “Attenzione agli ingredienti, bisogna sempre sapere quali titoli contiene il fondo o la polizza in cui s’investe” interviene l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef, associazione di difesa degli utenti bancari. “Altrimenti si scopre magari che i prodotti sono titoli di stato travestiti. Per esempio, è composta per l’84 per cento da titoli di stato la polizza Scudo 42, offerta per risarcire i clienti che avevano titoli Lehman Brothers da parte dell’Unicredit Banca di Roma”. E quali sono le dimensioni delle truffe vere e proprie? Gli importi sono molto variabili, da 100 mila euro fino a 5 milioni. In molti casi si tratta di ammanchi provocati da promotori finanziari. Nel 2008 la Consob, la commissione che controlla le società e la borsa, ha radiato 45 promotori dall’albo, mentre per altri 43 ha adottato una sospensione sanzionatoria (da un minimo di un mese a un massimo di quattro). Inoltre in 31 casi la Consob ha segnalato all’autorità giudiziaria un’attività illecita da parte dei promotori. Comunque nel 2008 le truffe finanziarie sembrano leggermente diminuite dato che nel 2007 le radiazioni di promotori decise dalla Consob erano state 64, le sospensioni cautelari 25 e le sospensioni sanzionatorie 44. Tanza in questo senso consiglia di “accertarsi che si abbia a che fare effettivamente con un promotore, facendogli esibire il tesserino, e poi controllare sui siti della Banca d’Italia e della Consob che non sia stato sospeso o radiato”. Va aggiunto che, per fortuna, la legge italiana tutela i risparmiatori truffati: la banca risponde in solido del comportamento fraudolento di promotori finanziari e funzionari infedeli. “Certo, è rarissimo che la banca si faccia carico spontaneamente della perdita. In genere paga dopo l’iniziativa di un legale” avverte Vassalle, che ha ottenuto centinaia di sentenze favorevoli in cause per investimenti finanziari: è stato il primo avvocato in Italia a vincere in Cassazione sul caso dell’anatocismo (cioè gli interessi sugli interessi, giudicati illegittimi) e sull’uso di piazza (un altro sistema con cui le banche tosavano i clienti applicando tassi più alti). Ha pure ottenuto, nel 2004, la prima condanna di un istituto di credito costretto a rimborsare i tango bond argentini. Per quanto riguarda le truffe orchestrate da promotori e funzionari, secondo Vassalle “metà delle cause si risolve con transazioni, mentre nel 50 per cento dei casi si deve arrivare a sentenza. E se è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre”.Attenzione, però, a quelle che Tanza definisce “le truffe più pericolose, perché organizzate con la complicità dei direttori delle filiali bancarie che presentano promotori esterni, spesso proponendo prodotti completamente inadeguati”. Ma quali sono i tipi di truffa orchestrati dai piccoli Madoff all’italiana? I metodi sono due: il primo è il più semplice, con il promotore che si appropria il denaro versato dal risparmiatore facendosi dare contanti o assegni intestati a lui anziché alla banca. Il secondo sistema, ed è il più ricorrente, è quello in cui il promotore per occultare le perdite architetta nuove operazioni sempre più a rischio, in genere dando ai clienti estratti conto falsi.Non sono solo i promotori a truffare gli investitori. Racconta Vassalle: “Ho avuto un caso a Firenze in cui l’infedeltà era da parte dei funzionari della banca e ho già ottenuto tre sentenze favorevoli, per diversi clienti, con obbligo della banca a restituire complessivamente oltre 1 milione di euro. Per la stessa vicenda ci sono ulteriori cause in corso”. In definitiva, quali sono i consigli per evitare brutte sorprese? Tanza raccomanda: “Non bisogna mai firmare subito il contratto, ma farsi consegnare il prospetto e studiarselo con calma a casa. E poi, nel modulo che si compila per verificare che il rischio sia adeguato, un trucco per evitare fregature è indicare sempre un profilo molto cautelativo. In questo modo sarà lo stesso computer della banca a evitare i prodotti più rischiosi”. Vassalle consiglia di “rivolgersi a consulenti indipendenti che non eseguono direttamente gli investimenti”. Insomma, per non cadere in trappola meglio distinguere i ruoli di chi consiglia e di chi opera sul mercato.

tratto da articolo di Panorama del 2/3/2009

La consulenza finanziaria indipendente è sempre più una realtà, anche nella tutela dei risparmiatori da eventuali truffe.

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Obbligazioni strutturate: se n’è parlato a Ballarò

16 12 2008

Ecco un video tratto da una recente puntata di Ballarò su Rai3.

Si parla delle difficoltà delle imprese, a corto di finanziamenti per effetto della crisi bancaria. Ma si parla anche dei derivati collocati dalle banche ai risparmiatori (attraverso le obbligazioni strutturate).

Forse non ci crederete, ma lo stesso genere di obbligazioni viene venduto dalle Poste . “CI ABBIAMO RISANATO UN BUDGET” (lo dice addirittura una dipendente di Bancoposta intervistata).

Insomma, senza scomodare le truffe di Madoff, i risparmiatori hanno già di che riflettere, sulla bontà di certi proodotti che gli vengono offerti.

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Lehman Brothers e i risparmiatori

25 09 2008

Sono circa 40mila i risparmiatori italiani che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla Lehman Brothers e che rischiano di veder bruciati “oltre un miliardo di euro investiti”. A sostenerlo il Codacons, in una nota, che ha deciso di “presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating”. Il Codacons annuncia una denuncia penale e una class action contro le banche e le società di rating. “A preoccupare non è solo l’esposizione diretta di banche e assicurazioni italiane che hanno acquistato azioni e obbligazioni del colosso americano – spiega il Codacons – ma è soprattutto il numero dei clienti che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla banca americana. Quarantamila cittadini che rischiano di veder bruciati oltre un miliardo di euro investiti”. Il Codacons ha deciso di presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating, in favore dei risparmiatori coinvolti nel crac Lehman. “La banca americana infatti” prosegue l’associazione “era da tempo considerata a rischio, nonostante il rating. Vogliamo capire allora se ci sono responsabilità da parte degli istituti di credito italiani, degli intermediari finanziari e delle stesse società di rating, che hanno piazzato titoli pericolosi per gli investitori privati”. Intanto, aggiunge il Codacons nella nota, “autori ed editori Siae stanno valutando iniziative legali contro i componenti del cda dell’ente che nel 2003 decisero di investire 40 milioni di euro nella Lehman Brothers, con il voto favorevole di un consigliere che aveva un cugino che lavorava come dirigente presso l’istituto di credito. Vicenda sulla quale attualmente indaga la Procura della Repubblica di Roma”.

tratto da articolo di Panorama del 25/9/2008

Ecco qualche dettaglio più tecnico sull’esposione del mondo finanziario italiano verso Lehman





Banche: leggere della crisi sul web

17 09 2008

Mentre alcune testate, come Panorama, ci ricordano la lunga storia di Lehman Brothers, Giuseppe Turani evidenzia finalmente alcuni elementi utili per capire le origini della crisi finanziaria in atto. Riporto di seguito il suo post.

Week-end con il fiato sospeso, in Italia per il salvataggio (in pericolo) di Alitalia, e in America per quello della banca d’af­fari Lehman Brothers (la più piccola delle grandi banche), appartenente all’aristocrazia degli istituti che hanno fatto la sto­ria di Wall Street e della finanza internazionale. Il lavoro per impedire alla Lehman di fallire stanno andando avanti men­tre esce la notizia che le banche, nel loro complesso, avrebbero bisogno almeno di altri 350 miliardi di dollari per sistemare i pasticci nati in seguito alla vicenda dei prestiti subprime (cioè dei prestiti fatti a gente che non aveva abbastanza garanzie e che ha finito per dichiararsi insolvente).E allora c’è da chiedersi (ancora una volta) come è successo che il mondo intero sia finito dentro a questa crisi, a questo autentico disastro che sta mettendo in difficoltà l’economia di almeno due continenti (Europa e America).Le cause più importanti sembrano essere due: l’avidità dei banchieri e una mancata recessione negli Stati Uniti. 1- Sul primo punto non ci sono molti ragionamenti da fare. Basta leggere i giornali. Pur di fare soldi, i maggiori banchieri del mondo hanno trovato il modo di prestare soldi anche a chi non aveva i requisiti necessari di solvibilità. La “tecnologia” per fare questo è abbastanza semplice e l’aveva già scoperta, in Italia, Michele Sindona moltissimi anni fa. Si tratta del “pacchetto”. Sindona era diventato famoso perché, come banchiere d’affari, a volte comprava società decotte, mezze fallite, che nessun altro voleva. A chi gli chiedeva come contava di liberarsene, lui rispondeva tranquillo: farò un pacchetto. Nel senso che avrebbe messo quell’azienda decotta insieme a una cosa buona (una banca, una finanziaria rispettabile). E il cliente avrebbe dovuto comperare l’intero pacchet­to, non divisibile. Affari suoi, poi, decidere che cosa fare dell’azienda decotta.Le grandi banche internazionali hanno adottato lo stesso sistema. Emettevano obbligazioni per finanziare gente che non avrebbe dovuto essere finanziata. Ma quelle obbligazioni non venivano collocate direttamente sul mercato (presso i rispar­miatori). Erano “chiuse” in un pacchetto insieme a obbliga­zioni relative a crediti più decenti e in ogni caso solvibili. Naturalmente, non c’era una formula fissa per questo cocktail fra buono e cattivo, per questa macedonia di frutta buona e di frutta marcia. Ogni volta il cocktail era diverso e variamente assortito, messo insieme con formule sempre più elaborate. E le obbligazioni “cocktail” hanno invaso il mondo, fornendo a tutti in una prima fase rendimenti elevati e sicuri. Si è così generato un fiume di denaro che alla fine ha oscurato la mente di tutti i protagonisti, completamente dimentichi che stavano facendo soldi su affari che, semplicemente, non si sarebbero mai dovuti fare. I soldi erano così tanti e così facili che fermarsi a chiedersi da dove arrivavano sarebbe stato davvero inopportuno.Alla fine, quando il costo del denaro è salito un po’, e molti dei prestiti subprime sono saltati, è partito un effetto domino che non è ancora finito oggi, a oltre un anno di distanza e che ha travolto numerose rispettabili (fino a ieri) istituzioni finan­ziarie. E non si vede ancora l’uscita da questo tunnel infernale. 2- La seconda ragione per cui tutto questo esplode ha a che fare con una recessione non fatta. Nel 2001, quando c’è l’at­tacco alle Twin Towers, l’America sta andando in recessione. Subito dopo l’attacco terroristico, si decide che non si può mandare la più grande economia del mondo in recessione: sarebbe come dar ragione ai terroristi, a Bin Laden. Sarebbe come dimostrare che sono davvero in grado di mettere in crisi la potenza più potente del pianeta. A sistemare le cose ci pensa il presidente della Federal Reserve di allora, Alan Greenspan. E ricorre al metodo più semplice: abbassa drasticamente il costo del denaro. Questo salva l’A­me­rica dalla recessione (che probabilmente arriva solo adesso, a sette anni di distanza). Ma fornire denaro a costo zero (o an­che meno, se si tiene conto del costo reale, al netto dell’in­flazione) è un po’ come regalare alcool alla popolazione. La percentuale di alcolismo sale inevitabilmente. E è appunto quel­lo che accade. Decollano vari boom (da quello immobiliare a quello di Borsa) e alla fine, quando i tassi di interesse devo­no salire un po’ per via dell’inflazione, esplode tutto. Solo che probabilmente, grazie all’avidità dei banchieri, l’inquinamento del mercato (i famosi cocktail di roba buona e di roba marcia) è andato, nel corso di sette anni, ben al di là di quello che tutti noi possiamo immaginare.Questo spiega perché dopo un anno e moltissimi crack bancari questa storia non è ancora finita. E perché tutti temono che possa riservare altre e ancora più sgradevoli sorprese. In realtà, nessuno sa quanti di questi cocktail siano stati serviti alla clientela e chi se li sia bevuti. L’unico modo per capirci qual­co­sa è aspettare che i bevitori caschino per terra e poi por­tar­li via. Sembra una faccenda di ubriaconi al bar, ma è esattamente quello che sta accadendo.





Banche e fallimenti: ne seguiranno altri dopo Lehman?

16 09 2008

Ci sono altre 9 mila banche in America e 14mila in Europa. Con l’aria che tira è inevitabile che altri istituti siano a rischio ». Con queste parole lapidarie il Ceo di una grande banca della City ci ha detto che, sebbene casi come quello di Lehman Brothers probabilmente non si ripeteranno, la mattanza nel mondo del credito rischia di continuare sotto varie forme. «La Lehman, peraltro, è stata paradossalmente un buon segno – prosegue il banchiere – poiché mentre nel caso di Bear Sterns il segretario al Tesoro Usa Paulson non se l’è sentita di farla saltare e ha pilotato e facilitato la vendita a Jp Morgan, questa volta ha abbandonato la quarta grande banca d’affari Usa al suo destino. Il che vuol dire che inizia a crescere la fiducia nel sistema e nella capacità di affrontare le avversità, anche perché i problemi di Lehman erano da tempo noti e il mercato ha avuto tempo di digerirli ». È un fatto però che nella City regna un grande nervosismo poiché per qualche giorno i mercati si troveranno a digerire le conseguenze sistemiche del crack della banca americana. E le banche europee saranno destinate a dover navigare in acque agitate. Secondo una nota del broker Kbw, specializzato in banche, il mercato in questo momento procede con i piedi assolutamente di piombo, spostandosi verso lidi ritenuti tranquilli. Kbw cita come scommesse prudenti la britannica Hsbc, le spagnole Santander e Bbva, l’italiana Intesa SanPaolo e la francese Bnp o l’austriaca Raffeisen, data la loro bassa esposizione al rischio. Discorso ben diverso, con rischi elevati, per le banche d’investimento, come per le inglesi Hbos e Bradford & Bingley, esposte al mercato dei mutui anche perché hanno una base minore di depositi. Ma è un fatto che la crisi che è iniziata nell’investment banking e nei mercati all’ingrosso, a misura che peggiorano le prospettive dell’economia è destinata a lambire sempre più le banche al dettaglio. Solidi bilanci saranno necessari per attraversare la crisi.

tratto da articolo del Sole24Ore del 16/9/2008

Se è vero che è bene preferire banche con solidi bilanci, c’è da chiedersi come valutare i rischi insiti nelle banche stesse. Di per sè sono difficili da valutare anche per gli esperti, che sanno bene come si tratti in realtà di una specie di vaso di Pandora.  Lo sanno bene in Bank of America, che nella notte di domenica, di fronte alla possibilità di comprare Lehman Brothers a prezzi ridicoli, hanno preferito ripensarci, spostando l’attenzione su un’altra banca in difficoltà: Merrill Lynch.

Postilla: la crisi non è ovviamente un fatto americano, ma riguarda anche le nostre province. Le obbligazioni Merrill Lynch sono presenti anche nei portafogli dei piccoli risparmiatori italiani che le hanno potute comprare presso la cara vecchia “posta” (nelle varie versioni index linked, ecc.). Oggi le quotazioni di quei titoli sono decisamente sotto il loro valore di rimborso a scadenza.





Poste: quelle tedesche le vuole Deutsche Bank

12 09 2008

L’acquisizione di Postbank da parte di Deutsche Bank sarebbe ormai solo questione di ore, a pochissimi giorni dall’annuncio di una fusione tra Commerzbank e Dresdner Bank. L’ultimo ostacolo potrebbe essere Santander che ieri sera è uscita allo scoperto, annunciando di avere fatto anch’essa un’offerta per la banca postale. Deutsche Bank ha confermato nella notte tra mercoledì e giovedì le trattative con Postbank, ancora controllata per il 50% più una azione dalla Deutsche Post. Le voci circolavano da alcuni giorni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La decisione finale spetta ora al consiglio di sorveglianza di Deutsche Post in una riunione fissata per stamani.
Secondo il quotidiano Financial Times Deutschland, Deutsche Bank sarebbe pronta ad acquistare una quota leggermente inferiore al 30%, pagando circa 2,6 miliardi di euro. L’ammontare è superiore agli attuali valori di mercato, pari a 2,3 miliardi di euro. Il resto verrebbe acquistato successivamente, nel giro di 12-36 mesi.
La partita però non può dirsi del tutto conclusa. Ieri sera, da Madrid, Santander ha confermato di avere fatto una proposta «indicativa» per il 100% di Postbank, una banca che in Germania conta oltre 14 milioni di clienti. Voci di mercato parlano di un’offerta pari a 55 euro ad azione (rispetto a una chiusura ieri a 45,77 euro, in calo dello 0,78%). Una fusione puramente tedesca appariva ieri sera la più probabile. «Per Deutsche Bank acquistare una quota del 30% in Postbank presenta alcuni vantaggi – hanno commentato gli analisti di Sal Oppenheim in un recente studio –. Permette all’istituto di credito di entrare in forza nel capitale della banca postale senza sborsare immediatamente una cifra elevata in un momento difficile per i mercati finanziari». Voci della nuova operazione giungono dopo che la settimana scorsa Commerzbank ha annunciato l’acquisizione di Dresdner Bank per 9,8 miliardi di euro. Entrando in Postbank, Deutsche Bank, che ieri ha annunciato una partnership con la russa Ufg nell’asset management, vuole rafforzare la sua presenza in Germania e nella banca al dettaglio per diversificare le sue attività. Insieme i due istituti avrebbero circa 1.800 filiali e attività per 2.300 miliardi di euro. In genere, gli osservatori hanno accolto positivamente un’operazione che se andrà in porto permetterà alla prima banca tedesca di rafforzarsi anche a livello europeo. Tra i dubbiosi, c’è chi ha ricordato come lo Stato sia ancora presente nel capitale della Deutsche Post e chi ha quindi messo l’accento sulle difficoltà organizzative di un’eventuale integrazione. Postbank non ha sedi proprie, ma si appoggia agli uffici postali della società madre. In questo senso, il Financial Times Deutschland sottolineava ieri «le differenze culturali» tra una banca proiettata sui mercati internazionali e un istituto di credito votato alla gestione del risparmio dei piccoli correntisti. Poco importa: proprio ieri il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha ribadito che il consolidamento del mercato bancario è l’unica strada percorribile. A questo proposito, sempre ieri, intanto, il presidente della Commerzbank, Martin Blessing, non ha escluso la vendita di attività della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, che verrà ereditata dalla prossima fusione con Dresdner Bank. Non mancherebbe probabilmente l’interesse delle grandi banche europee, desiderose di mettere radici in Germania.

tratto da articolo del Sole24Ore del 12/9/2008

Il business delle poste tedesche piace a molti. Deutsche Bank non vuole forselo scappare, soprattutto dopo l’anuncio di fusione tra le altre due principali banche tedesche. L’interesse riguarda ovviamente la parte finanziaria delle poste tedesche: Postbank. Si tratta in sostanza della versione tedesca del nostro Bancoposta. Anche Poste Italiane ha capito ormai da tempo la forza del business finanziario, focalizzandosi sempre più nella vendita di prodotti di risparmio (fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.). La forza di Bancoposta è chiara anche alle banche italiane. Chissà se una sua futura quotazione non spingerà una delle nostre banche a tentare di comprarsi questo gioiellino. L’importante è che i risparmiatori sappiano bene che, banca o posta che sia, si tratta sempre della stessa solfa.





Panorama si occupa dei consigli della banca ai risparmiatori

10 09 2008

Domanda: se un risparmiatore ha un gruzzolo e vuole investirlo senza correre rischi, la scelta migliore è un obbligazione index linked collegata agli indici o alle valute? Seconda domanda: se un risparmiatore punta a rendimenti elevati sul lungo termine, è giusto che faccia un forte ricorso ai pronti contro termine (il cliente acquista titoli che la banca si riprende qualche settimana dopo a prezzo prefissato)? In entrambi i casi la risposta dovrebbe essere un no. Eppure, l’esperienza dimostra che in banca non è raro incappare proprio in suggerimenti del genere, poco adeguati alle vere esigenze delle persone. E questo nonostante l’indubbio impegno delle aziende di credito nel formare il personale addetto ai borsini; la pressione della Banca d’Italia per fare in modo che gli obiettivi commerciali, di prodotto o di bilancio degli istituti non vadano a scapito dei risparmiatori; e malgrado sia ormai in vigore la direttiva europea Mifid, che accolla alle banche la responsabilità di capire che cosa sia meglio per i clienti.Sul tema è interessante leggere l’ultima inchiesta di Altroconsumo, associazione di difesa dei consumatori. All’inizio di giugno, 15 giorni prima che scattasse per le banche l’obbligo di far compilare un corposo questionario ai risparmiatori, gli attivisti di Altroconsumo si sono presentati come potenziali clienti in 93 agenzie, 32 a Roma, 21 a Torino e 40 a Milano. In ogni banca hanno chiesto di essere assistiti, presentando diverse tipologie di propensione al rischio e di scadenza temporale. I risultati? Tempo medio di attenzione: appena un quarto d’ora. Pochi prospetti informativi sui prodotti consegnati ai clienti e, accanto ad alcune proposte adeguate, non pochi suggerimenti considerati sbagliati dagli esperti di Altroconsumo. Il primo tipo di investitore simulato era una signora di 40 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila euro da impiegare con un orizzonte temporale di 10 anni. Tre delle 32 agenzie bancarie visitate a Roma hanno proposto un fondo obbligazionario (o direttamente obbligazioni), più un investimento pronti contro termine, tipico di un impiego a breve scadenza; altre tre banche un semplice fondo obbligazionario, non proprio il più indicato per un investimento a 10 anni; in 16 agenzie sono state proposte obbligazioni bancarie (come dire, il prodotto della casa). In altre tre agenzie il responso è stato: obbligazioni più una polizza index linked, investimento che gli esperti di Altroconsumo hanno definito “costoso e poco redditizio”. La seconda tipologia di investitore era relativa a un signore di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire per 5 anni, in modo da poter acquistare poi una nuova auto. Nelle 21 agenzie visitate a Torino, molti sono stati i prospetti informativi consegnati (18), un po’ piu alto il tempo medio di attenzione (26 minuti) e anche in questo caso le obbligazioni bancarie sono state il prodotto più suggerito (13 casi), seguito dalle polizze index linked. Per la terza tipologia di investitore, una signora di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto, 20 mila da investire a breve termine e con scarsa propensione al rischio, in una delle 20 agenzie bancarie visitate a Milano e stato offerto un prestito per investire in un fondo obbligazionario a lungo termine; un’altra azienda ha suggerito un certificato di deposito in yen.Infine, un tipo di risparmiatore piu propenso al rischio, un giovane di 30 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire a 20 anni. Anche in questo caso molte proposte poco adeguate. Addirittura in un caso e stato suggerito un mix con il 30 per cento messo in un fondo azionario e il resto investito tutto in pronti contro termine.

tratto da articolo di Panorama del 10/9/2008

E’ incredibile come ancora ci si stupisca di come le banche facciano il loro normale interesse. Anche Altroconsumo non sembra voler sottolineare nelle opinioni espresse l’importanza del conflitto d’interesse: come può la banca consigliare al meglio il proprio cliente quando guadagna denaro vendendo certi prodotti?(peraltro legittimamente). Ancora oggi non è chiara l’importanza dell’indipendenza di chi deve erogare consigli su come investire denaro.





Obbligazioni strutturate: i riflettori della Consob

22 07 2008

Anche la tutela dei risparmiatori sembra influenzata dalle mode, le stesse che riempiono il banco dei prodotti presentati in successione dalle banche. Così, le pagine dei giornali economici, dopo essersi focalizzate su fondi comuni e polizze vita, puntano ora l’indice contro le cosiddette “obbligazioni strutturate”, prendendo spunto dalla maggiore attenzione delle autorità su questo genere di prodotti.

Le obbligazioni strutturate sono il nuovo cavallo di battaglia che le banche, in realtà, hanno cominciato a proporre già da qualche anno ai propri clienti; anche la cara vecchia “Posta” ha saputo ritagliarsi un interessante ruolo commerciale in questo genere di prodotti finanziari! Il loro successo è stato tale da contribuire alla crisi dei fondi comuni che negli ultimi anni hanno visto diminuire vistosamente i propri partecipanti.

Queste obbligazioni non sono altro che prestiti fatti dal risparmiatore ad una banca, spesso la propria o magari una delle tante che preferisce collocare questo prestito attraverso le agenzie Bancoposta (che ovviamente si fa pagare adeguatamente). Il rendimento si basa solitamente su una specie di “scommessa” che vede contrapposti il risparmiatore e la banca “finanziata”: il conflitto di interessi è evidente….. insomma, non posso certo credere che la banca per farmi un favovre decida di avere in bilancio dei costi così alti. Ed è proprio su queste “scommesse”, (di solito sul livello futuro di indici azionari o materie prime) che Consob ha acceso qualche riflettore chidendo maggiore trasparenza alle banche emittenti e ai collocatori. In particollare, data la complessità di questi strumenti la Consob, in un proprio documento, ha indicato la necessità di com unciare il valore e quo di un’obbligazione, sia prima dell’emissione (spacchettando il titolo nelle sue diverse componenti, tra cui spesso “strumenti derivati”) che dopo il collocamento (attraverso l’indicazione delle modalità di smobilizzo e delle condizioni di riacquisto).

La Consob vuole quindi incidere su una delle problematiche rilevate dai clienti: la liquidità di questi strumenti e quindi la possibilità di rivenderli ad un prezzo conveniente.

Se volete condividere con gli altri lettori vostre esperienze su questi prodotti scrivete pure un vostro commento sul forum.