La solidità delle banche italiane? Parliamone!

23 05 2009

Dopo tanti mesi di crisi finanziaria e bancaria vengono ancora snocciolati dati sulla solidità delle banche italiane rispetto a quelle straniere: in realtà una discussione più inutile che altro. Ditemi voi se Unicredit è una banca italiana! Ha più di metà delle sua attività dislocate all’estero.
Un interessante articolo del Sole24Ore ci ricorda come le banche itlaiane invetano molto meno nelle attvità finanziarie e speculative, eessendo maggiormente presenti nel campo più classico dei finanziamenti (i cosiddetti “impieghi”), rispetto ai quali si potrebbero fare tanti discorsi rispetto all’attuale situazione. Un’analisi interessante, ma siamo sicuri che sia tutto lì? La vera risorsa sono i clienti privati, i depositanti, da cui le banche, specie se italiane, hanno imparato a trarre grandi profitti (vedi fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.).

I risparmiatori se ne sono accorti? Ovviamente no….. tranne quelli iscritti al nostro gruppo Facebook!





Madoff: una truffa e forse un vaso di Pandora

14 12 2008

Lo “schema Ponzi”. La “Catena di Sant’Antonio”. La “Piramide finanziaria”. Tanti nomi per definire quello che sembra l’affare perfetto: dammi i tuoi soldi e porta nuovi membri nell’affare, e li troverai moltiplicati. In realtà, una truffa. Che ingrassa solo i primi soci, i vertici della piramide. E fa perdere gli ultimi malcapitati in fondo alla catena: dai tempi di Pinocchio, i soldi non si moltiplicano. Solo che questa volta, secondo l’Fbi e la procura di New York, al posto del Gatto e la Volpe a proporre l’”affare” agli investitori c’era un uomo considerato una delle colonne di Wall Street. Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato ieri a New York. L’accusa è quella di aver perpetrato una delle più colossali truffe della storia, con un volume complessivo di 50 miliardi di dollari. Madoff è noto per aver fondato una società finanziaria, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, dal 1960 un punto di riferimento dei mercati. Ma secondo le accuse, avrebbe creato anche un hedge fund parallelo, una società di consulenza in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria. Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Secondo gli investigatori, Madoff avrebbe ammesso in un documento di aver montato una enorme catena, e che alcuni dei sottoscrittori avrebbero richiesto indietro il loro denaro per un totale di 7 miliardi di dollari. Ma avrebbe aggiunto che si sarebbe reso alle autorità solo dopo aver utilizzato i 200/300 milioni di dollari che gli restavano per saldare i debiti verso alcuni dipendenti, la famiglia e amici. Se le accuse verranno confermate, il 70enne Madoff rischia fino a vent’anni di carcere e 5 milioni di dollari di multa. “Questo è un colpo durissimo alla confidenza degli investitori negli hedge fund” ha commentato alla Reuters Doug Kass, presidente dell’ hedge fund Seabreeze partners management.

tratto da articolo di Panorama del 13/12/2008

Insomma i maghi della finanza non esistono: perchè non si possono promettere rendimenti, se non frodando!  Tuttavia , la fame di rendimento, guidata dall’avidità, è tanta. Quindi vendere facili promesse diventa un gioco da ragazzi, soprattutto agli investitori non professionali. La via d’uscita esiste: cominciate a spostare l’attenzione dal rendimento al rischio, per setacciare gli onesti dai disonesti e non essere più vittima di facili coscienze pronte ad arricchirsi sulle vostre spalle.

Per entrare nel dettaglio d quanto è successo vi consiglio questo articolo del Sole24Ore.

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La fine di un’epoca: un post da rileggere tra dieci anni

1 10 2008

“L’America, in stato di emergenza per evitare un altro collasso in borsa questa mattina, resta sotto shock: per la bocciatura di ieri del pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari dato per fatto da democratici e repubblicani in Congresso. Per il vuoto di leadership su ogni livello. Dalla Casa Bianca, alla presidenza della Camera, ai due candidati presidenziali, nessuno e’ apparso in grado di riempire il vuoto politico che si e’ aperto all’improvviso e drammaticamente nella Capitale.”

“Le banche stanno attingendo ai prestiti d’emergenza della Banca centrale europea al ritmo più forte dal 2002. Ma nell’attuale crisi il timore di restare senza fondi è così forte che chi fa provvista di liquidità, poi, torna a depositarla presso l’istituto di Francoforte, pur accettando di ricevere come remunerazione un tasso di appena il 3,25%, ben inferiore a quello che pagherebbe il mercato. Una situazione paradossale: gli istituti di credito prendono soldi in prestito per poi tornare a depositarli presso la Bce, accettando la perdita derivante dal differenziale fra i tassi d’interesse. I tassi sul mercato interbancario sono del resto a livelli record, a testimoniare che gli istituti di credito non vogliono prestarsi reciprocamente liquidità: manca la fiducia nella capacità della controparte di restituire i fondi, dopo il fallimento di un’istituto di primo piano come Lehman Brothers e i numerosi salvataggi pubblici delle banche in entrambe le sponde dell’Atlantico negli ultimi giorni.
La scarsità di fondi è esacerbata dalla fine del trimestre, che coincide con numerosi pagamenti e scadenze. E i fondi comuni, che normalmente investono parte dei propri asset proprio sulla liquidità, sono in fuga dai mercati monetari globali e hanno dirottato i propri investimenti verso i titoli di Stato più affidabili, come i treasury americani o le obbligazioni di stato tedesche.”

“Intanto monta l’indignazione di Main Street contro Wall Street. È una rabbia diretta soprattutto verso un presidente sin troppo impopolare (che fino a poco tempo ha negato l’evidenza della crisi economica in atto), ostile verso i manager miliardari («dovrebbero essere incriminati, non salvati») e soprattutto diretta verso la politica, con il Congresso che in pieno rush pre-elettorale (si vota il 4 novembre), è chiamato a lanciare una ciambella di salvataggio pesantissima per il bilancio dello Stato ai banchieri nei pasticci allo scopo di evitare il tracollo dei mercati e forse dell’intero sistema finanziario.”

“Il Governo irlandese ha annunciato che garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria del Paese sullo sfondo della tempesta sui mercati che ha colpito duramente anche le banche irlandesi.”

Si tratta di stralci presi da articoli del Sole24Ore di questi giorni: una settimana che farà forse da spartiacque tra due mondi, am soprattutto tra due modi di concepire la finanza. (scritto prima del voto al Senato Americano sul piano di salvataggio e dopo la bocciatura data sullo stesso da Congresso).





Poste: quelle tedesche le vuole Deutsche Bank

12 09 2008

L’acquisizione di Postbank da parte di Deutsche Bank sarebbe ormai solo questione di ore, a pochissimi giorni dall’annuncio di una fusione tra Commerzbank e Dresdner Bank. L’ultimo ostacolo potrebbe essere Santander che ieri sera è uscita allo scoperto, annunciando di avere fatto anch’essa un’offerta per la banca postale. Deutsche Bank ha confermato nella notte tra mercoledì e giovedì le trattative con Postbank, ancora controllata per il 50% più una azione dalla Deutsche Post. Le voci circolavano da alcuni giorni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). La decisione finale spetta ora al consiglio di sorveglianza di Deutsche Post in una riunione fissata per stamani.
Secondo il quotidiano Financial Times Deutschland, Deutsche Bank sarebbe pronta ad acquistare una quota leggermente inferiore al 30%, pagando circa 2,6 miliardi di euro. L’ammontare è superiore agli attuali valori di mercato, pari a 2,3 miliardi di euro. Il resto verrebbe acquistato successivamente, nel giro di 12-36 mesi.
La partita però non può dirsi del tutto conclusa. Ieri sera, da Madrid, Santander ha confermato di avere fatto una proposta «indicativa» per il 100% di Postbank, una banca che in Germania conta oltre 14 milioni di clienti. Voci di mercato parlano di un’offerta pari a 55 euro ad azione (rispetto a una chiusura ieri a 45,77 euro, in calo dello 0,78%). Una fusione puramente tedesca appariva ieri sera la più probabile. «Per Deutsche Bank acquistare una quota del 30% in Postbank presenta alcuni vantaggi – hanno commentato gli analisti di Sal Oppenheim in un recente studio –. Permette all’istituto di credito di entrare in forza nel capitale della banca postale senza sborsare immediatamente una cifra elevata in un momento difficile per i mercati finanziari». Voci della nuova operazione giungono dopo che la settimana scorsa Commerzbank ha annunciato l’acquisizione di Dresdner Bank per 9,8 miliardi di euro. Entrando in Postbank, Deutsche Bank, che ieri ha annunciato una partnership con la russa Ufg nell’asset management, vuole rafforzare la sua presenza in Germania e nella banca al dettaglio per diversificare le sue attività. Insieme i due istituti avrebbero circa 1.800 filiali e attività per 2.300 miliardi di euro. In genere, gli osservatori hanno accolto positivamente un’operazione che se andrà in porto permetterà alla prima banca tedesca di rafforzarsi anche a livello europeo. Tra i dubbiosi, c’è chi ha ricordato come lo Stato sia ancora presente nel capitale della Deutsche Post e chi ha quindi messo l’accento sulle difficoltà organizzative di un’eventuale integrazione. Postbank non ha sedi proprie, ma si appoggia agli uffici postali della società madre. In questo senso, il Financial Times Deutschland sottolineava ieri «le differenze culturali» tra una banca proiettata sui mercati internazionali e un istituto di credito votato alla gestione del risparmio dei piccoli correntisti. Poco importa: proprio ieri il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha ribadito che il consolidamento del mercato bancario è l’unica strada percorribile. A questo proposito, sempre ieri, intanto, il presidente della Commerzbank, Martin Blessing, non ha escluso la vendita di attività della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, che verrà ereditata dalla prossima fusione con Dresdner Bank. Non mancherebbe probabilmente l’interesse delle grandi banche europee, desiderose di mettere radici in Germania.

tratto da articolo del Sole24Ore del 12/9/2008

Il business delle poste tedesche piace a molti. Deutsche Bank non vuole forselo scappare, soprattutto dopo l’anuncio di fusione tra le altre due principali banche tedesche. L’interesse riguarda ovviamente la parte finanziaria delle poste tedesche: Postbank. Si tratta in sostanza della versione tedesca del nostro Bancoposta. Anche Poste Italiane ha capito ormai da tempo la forza del business finanziario, focalizzandosi sempre più nella vendita di prodotti di risparmio (fondi, polizze, obbligazioni strutturate, ecc.). La forza di Bancoposta è chiara anche alle banche italiane. Chissà se una sua futura quotazione non spingerà una delle nostre banche a tentare di comprarsi questo gioiellino. L’importante è che i risparmiatori sappiano bene che, banca o posta che sia, si tratta sempre della stessa solfa.





Panorama si occupa dei consigli della banca ai risparmiatori

10 09 2008

Domanda: se un risparmiatore ha un gruzzolo e vuole investirlo senza correre rischi, la scelta migliore è un obbligazione index linked collegata agli indici o alle valute? Seconda domanda: se un risparmiatore punta a rendimenti elevati sul lungo termine, è giusto che faccia un forte ricorso ai pronti contro termine (il cliente acquista titoli che la banca si riprende qualche settimana dopo a prezzo prefissato)? In entrambi i casi la risposta dovrebbe essere un no. Eppure, l’esperienza dimostra che in banca non è raro incappare proprio in suggerimenti del genere, poco adeguati alle vere esigenze delle persone. E questo nonostante l’indubbio impegno delle aziende di credito nel formare il personale addetto ai borsini; la pressione della Banca d’Italia per fare in modo che gli obiettivi commerciali, di prodotto o di bilancio degli istituti non vadano a scapito dei risparmiatori; e malgrado sia ormai in vigore la direttiva europea Mifid, che accolla alle banche la responsabilità di capire che cosa sia meglio per i clienti.Sul tema è interessante leggere l’ultima inchiesta di Altroconsumo, associazione di difesa dei consumatori. All’inizio di giugno, 15 giorni prima che scattasse per le banche l’obbligo di far compilare un corposo questionario ai risparmiatori, gli attivisti di Altroconsumo si sono presentati come potenziali clienti in 93 agenzie, 32 a Roma, 21 a Torino e 40 a Milano. In ogni banca hanno chiesto di essere assistiti, presentando diverse tipologie di propensione al rischio e di scadenza temporale. I risultati? Tempo medio di attenzione: appena un quarto d’ora. Pochi prospetti informativi sui prodotti consegnati ai clienti e, accanto ad alcune proposte adeguate, non pochi suggerimenti considerati sbagliati dagli esperti di Altroconsumo. Il primo tipo di investitore simulato era una signora di 40 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila euro da impiegare con un orizzonte temporale di 10 anni. Tre delle 32 agenzie bancarie visitate a Roma hanno proposto un fondo obbligazionario (o direttamente obbligazioni), più un investimento pronti contro termine, tipico di un impiego a breve scadenza; altre tre banche un semplice fondo obbligazionario, non proprio il più indicato per un investimento a 10 anni; in 16 agenzie sono state proposte obbligazioni bancarie (come dire, il prodotto della casa). In altre tre agenzie il responso è stato: obbligazioni più una polizza index linked, investimento che gli esperti di Altroconsumo hanno definito “costoso e poco redditizio”. La seconda tipologia di investitore era relativa a un signore di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire per 5 anni, in modo da poter acquistare poi una nuova auto. Nelle 21 agenzie visitate a Torino, molti sono stati i prospetti informativi consegnati (18), un po’ piu alto il tempo medio di attenzione (26 minuti) e anche in questo caso le obbligazioni bancarie sono state il prodotto più suggerito (13 casi), seguito dalle polizze index linked. Per la terza tipologia di investitore, una signora di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto, 20 mila da investire a breve termine e con scarsa propensione al rischio, in una delle 20 agenzie bancarie visitate a Milano e stato offerto un prestito per investire in un fondo obbligazionario a lungo termine; un’altra azienda ha suggerito un certificato di deposito in yen.Infine, un tipo di risparmiatore piu propenso al rischio, un giovane di 30 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire a 20 anni. Anche in questo caso molte proposte poco adeguate. Addirittura in un caso e stato suggerito un mix con il 30 per cento messo in un fondo azionario e il resto investito tutto in pronti contro termine.

tratto da articolo di Panorama del 10/9/2008

E’ incredibile come ancora ci si stupisca di come le banche facciano il loro normale interesse. Anche Altroconsumo non sembra voler sottolineare nelle opinioni espresse l’importanza del conflitto d’interesse: come può la banca consigliare al meglio il proprio cliente quando guadagna denaro vendendo certi prodotti?(peraltro legittimamente). Ancora oggi non è chiara l’importanza dell’indipendenza di chi deve erogare consigli su come investire denaro.





Banca e risparmio: non solo conto corrente!

2 09 2008

Bonifici bancari, pagamenti delle bollette, estratti conti e prelievi Bancomat in sportelli differenti dalla propria banca. Voci che fanno lievitare anche di alcune decine di euro le spese di gestione del conto corrente. Spesso, però, bastano alcuni accorgimenti per riuscire a tagliare i costi del c/c fino al 40 per cento. Il migliore mezzo per abbattere le spese è senza dubbio Internet. Una operazione bancaria comune come il bonifico allo sportello costa mediamente 3,31 euro, via web (0,77 euro) si risparmia quasi l’80 per cento. Senza contare che le banche online spesso non applicano alcuna commissione sui bonifici. Il divario tra canale tradizionale e Internet è ancora più evidente per l’estratto conto trimestrale: 0,05 euro per l’invio tramite posta elettronica contro 0,65 euro per la spedizione attraverso Posta ordinaria. Il consorzio di banche italiane “PattiChiari” ha messo a punto le cinque regole da seguire per tagliare le spese che zavorrano i conti. Per scegliere inoltre il c/c adatto alle diverse esigenze il sito www.pattichiari.it mette a confronto i 500 prodotti di conto corrente offerti in oltre 22mila sportelli grazie all’indicatore sintetico di prezzo. Ecco, nel dettaglio, il vademecum per diventare un correntista più parsimonioso.
1) Usare Internet. Oltre a garantire una netta riduzione delle spese per molte operazioni bancarie e consultare i propri movimenti in tempo reale, la gestione del conto corrente online elimina i tempi morti di attesa in fila allo sportello.
2) Domiciliare. Perchè andare alla filiale per pagare le bollette quando si può sottoscrivere il servizio di domiciliazione? Questa operazione consente sia di risparmiare sul costo delle operazioni di pagamento sia di avere la sicurezza della continuità degli addebiti, con la possibilità di bloccare eventuali importi anomali e azzerando il rischio di un «taglio» delle utenze dovuto a una dimenticanza. In termini pratici: il costo medio per il pagamento delle utenze in banca costa 1,91 euro, via Internet 0,003 euro. Ovvero il 98% in meno.
3) Chiedere informazioni al Bancomat. Utilizzando i Bancomat del proprio istituto per la richiesta di elenco movimenti significa risparmiare, in media, il 2% del costo annuo totale del conto corrente. Il servizio offerto attraverso lo sportello automatico è infatti generalmente gratuito o comunque richiede commissioni inferiori rispetto al servizio offerto allo sportello.
4) Scegliere i Bancomat della propria banca. I prelievi dagli sportelli dell’istituto dove si ha il conto sono generalmente gratuiti, mentre le altre banche applicano una commissione che varia da 1,5 a 1,7 euro.
5) Fare acquisti con la carta. Che sia di credito o di debito (il PagoBancomat), la carta consente di limitare i rischi del contante. Inoltre il PagoBancomat non prevede costi aggiuntivi e l’estratto conto è sempre gratuito.

tratto da notizia Radiocor del Sole24Ore del 2/9/2008.

Il conto corrente non è il solo strumento su cui il risparmiatore può cavarsela con meno. Sono altri i prodotti su cui le banche guadagnano molto: i fondi comuni, le polizze vita, le forme individuali di previdenza, le obbligazioni strutturate, ecc.. Tutti strumenti carichi di commissioni! Altro che conto correnti!





L’opinione di Giuseppe Turani sul risparmio gestito in Italia

17 06 2008

I Fondi di investimento italiani sono morti? Non ancora del tutto, ma non dovrebbe mancare molto. A meno di un mira­colo, ma non si vede quale, i nostri Fondi sono destinati a diventare reperti archeologici, avanzi di un’epoca che gloriosa non è mai stata, testimonianza di un passato che sarà meglio dimenticare presto.A maggio, i riscatti (cioè i clienti che sono scappati con i soldi, uscendo di corsa dall’avventura dei Fondi) sono ammontati in tutto a oltre 8 miliardi e nei primi cinque mesi dell’anno (da gennaio a maggio) i riscatti sono arrivati a 35 miliardi di euro. In sostanza, quest’anno in cinque mesi i Fondi hanno visto uscire tanti soldi quanti ne erano usciti in tutto il 2007. Siamo di fronte a un’accelerazione. E la fuga in massa dei risparmiatori italiani dai Fondi sta diventando una sorta di esodo tumultuoso. C’è da domandarsi, allora, che cosa sta succedendo. Perché la gente scappa dai Fondi, che erano stati inventati, invece, proprio per garantire al risparmiatore non professionale una serena e equilibrata gestione dei suoi soldi? Perché quello che doveva essere un porto sicuro per geometri in pensione e vec­chie zie si sta trasformando in un mare in tempesta? Le ragioni sono due. Da una parte c’è il fatto che i Fondi, mediamente, sono sempre stati gestiti molto male. Nel senso che i responsabili della gestione, in genere, sono stati più bravi a perdere soldi che a guadagnarne. E questo, certo, non ha incoraggiato i risparmiatori. La questione, detta in termini un po’ spicci e brutale, è questa: la gente si è stancata di dare soldi ai Fondi perché glieli perdessero. Se si tratta di questo (cioè di bruciare del denaro), ognuno può fare per sé, non ha bisogno di pagare ricche commissioni a Fondi che poi li girano a gestori mediamente incapaci. E, se uno decide di perdere soldi in proprio, magari può anche divertirsi, puntando sui cavalli o festeggiando a caviale e champagne tutte le sere. Ma c’è di più e di peggio. E tutto ci riporta alla maledetta crisi dei prestiti sub-prime. Questa, come si sa, ha creato seri problemi di liquidità a tutte le banche. Detto in termini meno tecnici: anche le banche si sono trovate a corto di soldi perché sul mercato ci sono meno soldi e quindi ottenere prestiti inter-bancari è diventato difficile. Non solo: il 2008 sarà un anno infelice per le banche, uno dei più tristi che la mente umana ricordi. Un po’ per via della cattiva congiuntura e un po’ perché (non avendo soldi) complicato difficile fare affari. Come si rimedia? Le nostre banche hanno trovato la strada. Hanno trovato, cioè, un modo per rimettere insieme un po’ di liquidità e per guadagnare qualche soldo extra, in modo da poter presentare a fine anno bilanci meno disastrosi.Questo modo consiste nella morte pilotata dei Fondi di investimento. Ecco come funziona il meccanismo. I nostri Fondi sono in gran parte controllati dalle banche. E queste ultime, da qualche tempo, spiegano ai loro clienti che è meglio disfarsi dei Fondi e comperare obbligazioni (ovviamen­te della banca). In questo modo le banche ottengono un doppio risultato: prendono soldi dai loro clienti (a cui hanno fatto vendere le quote dei Fondi) in cambio di carta (le obbligazioni) e, in più, incassano anche qualche buona commissione (per aver organizzato tutto questo giro di carta). Alla fine le banche si ritrovano con un po’ più di liquidità in cassa e con bilanci un po’ migliori. In sostanza, la fuga dai Fondi un po’ è spontanea, ma per una gran parte è organiz­zata dalle stesse banche che li controllano. I Fondi muoiono, alla fine, perché i loro genitori (le banche) hanno deciso che devono essere sacrificati per fornire liquidità alle banche in un momento di scarsa liquidità e di cattiva congiuntura.

La prova di tutto ciò sta nei numeri. Nel 2007 si è registrata una fuga dai Fondi per 34 miliardi di euro, ma nello stesso anno lebanche hanno piazzato obbligazioni per 80 miliardi. E nei primi quattro mesi del 2008 i soldi ritirati dai Fondi sono ammontati a 27 miliardi, ma le banche hanno piazzato 33 miliardi di obbligazioni. Più chiaro di così. Ciò a cui stiamo assistendo quindi è la morte dei Fondi, ma anche la morte del risparmio gestito. Un po’ tutti in questi ultimi dieci anni ci siamo sbracciati a spiegare al signor Rossi e al signor Bianchi che non dovevano andare in Borsa da soli, ma servirsi appunto dei Fondi e degli esperti, ma da come le cose stanno andando dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati. Le banche (che sono le vere padrone dei Fondi, e quin­di del risparmio gestito) ancora una volta hanno tradito i loro clienti, facendoli andare di qui e di là come marionette con l’unico obiettivo di fare gli interessi non dei risparmiatori, ma delle banche stesse. L’errore è stato commesso quando si è permesso che gli istituti di credito diventassero, di fatto, i monopolisti del risparmi gestito. E’ successo che fra difendere gli interessi dei clienti o i propri, le banche alla fine hanno scelto i propri. Brutta storia, ma anche, purtroppo, una storia molto italiana.

tratto dal blog di Giuseppe Turani (giornalista di Repubblica) del 10 giugno 2008.

Senza dubbio le conclusioni di Turani sono corrette ed è proprio nella scelta di vendere nuovi strumenti finanziari (obbligazioni bancarie, magari strutturate) che si spiega parte della fuga dei risparmiatori dal mondo dei fondi comuni: ma se ciò è vero, si conferma purtroppo come tali movimenti non siano frutto di scelte consapevoli della clientela quanto di un’efficace marketing da parte delle banche, che conoscono bene il potere magico del termine “capitale garantito”. Va detto tuttavia che le banche stesse, per effetto del deflusso di risparmio gestito, perdono una fonte di guadagni non soggetta di per sè a un rischio finanziario (siete voi clienti a investire): la scelta di far sottoscrivere proprie obbligazioni ai clienti coimporta infatti di dover impiegare quel denaro sui mercati finanziari o in attività di finanziamento: questo aspetto non è banale, soprattutto considerando che le banche hanno già dimostrato di non essere poi così scaltre nella gestione dei propri rischi.





Banche: di nuovo nel mirino, come ne usciranno?

17 05 2008

Con l’insediamento del nuovo governo sembra che le banche siano tornate un pò nell’occhio del ciclone e verso di loro viene puntato il dito in merito a diversi argomenti: dalla portabilità dei mutui, di cui abbiamo parlato ieri, a una maggiore tassazione IRAP nei loro confronti.

Sembra quindi levarsi un soffio di speranza per chi ha contratto un mutuo o per chi magari spera in una minore tassazione sui lavoratori dipendenti. Da sempre sono tuttavia convinto che le situazioni vadano interpretate in un quadro molto più generale ed è in questo senso che vanno lette le richieste fatte dal sistema bancario in concomitanza con gli annunci fatti dal nuovo Governo: maggiore incentivo all’utilizzo di bancomat e carte di credito e una riforma fiscale che permetta ai fondi comuni di diritto italiano di combattere la concorrenza dei fondi di diritto estero.

Soprattutto su quest’ultimo punto le banche sono pronte a riequilibrare i propri conti per difendere la propria redditività. Da diverso tempo ormai il risparmio gestito è una forma di vera e propria rendita per il sistema, che incamera ingenti commissioni a fronte di un servizio che personalmente giudico inadeguato! Il continuo deflusso di denaro che sta colpendo il “risparmio gestito” (leggi fondi comuni essenzialmente) costituisce una potenziale minaccia alla quale al momento le banche non hanno trovato ancora soluzione con prodotti diversi ma altrettanto redditizi per i propri bilanci……. e le “obbligazioni bancarie strutturate?” (alzi la mano chi le ha sottoscritte!…appunto!)





La cavalcata degli Etf, +30% in un anno

3 01 2008

Replicano i listini azionari o qualunque altra cosa su cui è possibile investire: oro, argento, indici obbligazionari o prezzi del petrolio. Tutto è lecito per gli Etf, acronimo della parola inglese Exchange Traded Funds, strumenti finanziari che stanno conquistando investitori italiani e internazionali, spodestando i più tradizionali fondi comuni d’investimento. Da quest’anno al 2011, la società di consulenza americana Boston consulting group (Bcg) stima un aumento del 30% circa l’anno a livello mondiale dei patrimoni gestiti in fondi-cloni. Al momento, sulla base di recenti previsioni della banca d’affari americana Morgan Stanley (report del 7 novembre), il denaro investito in Etf ammonta a 745 miliardi di dollari.

L’exploit di Milano. In particolare a Piazza Affari, secondo i consulenti di Bcg, nel quadriennio 2002-2006 gli strumenti finanziari che replicano gli indici (non solo Etf, introdotti in Italia nel 2002, ma anche fondi azionari e obbligazionari passivi) hanno registrato una crescita annuale composta (Cagr) delle masse gestite pari al 142 per cento. Inoltre, i 187 Etf quotati attualmente sul listino milanese hanno visto incrementare il controvalore degli scambi di quasi il 50 per cento, passando dai 17,5 miliardi di euro del 2006 ai 25,8 miliardi di quest’anno (gennaio-ottobre 2007). Il clone più scambiato nel 2007 è stato il Lyxor DJ Eurostoxx 50 (Societe Generale): il controvalore registrato (dati al 30 ottobre) è stato di quasi 3,7 miliardi di euro.

Americani campioni di Etf. Lyxor Asset Management, assieme agli Etf Ishares di Barclays Global Investors (Bgi), si colloca ai primi posti in Europa nel settore. Ma è Bgi che detiene lo scettro a livello internazionale con 382 miliardi di dollari di masse, seguita da State Street Global Advisors. Da segnalare che sono gli investitori Usa i più innamorati del prodotto. Negli Stati Uniti, a fine settembre, i patrimoni gestiti superavano i 530 miliardi di dollari contro i 125 miliardi (sempre in dollari) dell’Europa e i 38 del Giappone.

Sforbiciata ai costi. A monte di tale «innamoramento finanziario» vi sono di certo i bassi costi. Niente gestori da pagare e dunque commissioni meno onerose. Nel report elaborato dall’analista di Morgan Stanley, Deborah Fuhr, emerge che le commissioni totali annue degli Etf oscillano fra 0,07% e 1,11% contro una forchetta ben più larga dei fondi tradizionali (0,39%–1,91%). A Milano, i «cloni» hanno costi annui tra 0,16% e 0,9 per cento.

Altri motivi del successo. A sostenere la crescita, secondo Fuhr, vi sarebbero altre cause. Tra queste, il costante aumento del numero di Etf nei portafogli degli investitori istituzionali (fondi pensione, banche, compagnie): l’anno scorso erano 2.200 e il numero è destinato a crescere. Scelta agevolata dalla miriade di prodotti specializzati che sono di volta in volta lanciati dalle principali società del settore. Gli investitori istituzionali hanno, però, le competenze interne per valutare pro e contro: gli Etf, come qualunque altro strumento finanziario, non sono immuni da rischi. Da qui la necessaria attenzione dei risparmiatori al momento dell’acquisto. Sui mercati non ci sono regali. Neanche a Natale.

(tratto da articolo del Sole 24Ore del 15 dicembre 2007)

Iniziamo pure il nuovo anno così come l’abbiamo chiuso, ricordandoci quanto sia importante non perdere di vista i costi di gestione del patrimonio, ma ovviamente anche i rischi degli strumenti finanziari in cui investiamo. Sui mercati finanziari il “Sacro Graal” non esiste, anche se effettivamente è molto facile da vendere (ai risparmiatori)….. o forse no?

BUON ANNO!





Estrarre valore? Sì, anche a spese dei risparmiatori

7 12 2007

«Estrarre valore» è un’espressione che piace ai consulenti “strategici” delle banche e agli analisti finanziari, che alle presentazioni si vogliono sentire dire dai top manager degli istituti che le loro organizzazioni perseguono obiettivi di redditività sempre più ambiziosi. Soprattutto quando si tratta di integrare strutture acquisite, come è accaduto con l’operazione Mps-Antonveneta. La gioia per gli azionisti e i top manager delle banche è quindi garantita quando questa «estrazione» ha successo. Ai clienti delle banche tuttavia questa espressione potrebbe ricordare di più l’ultima, dolorosa seduta dal dentista. Perché le esperienze degli ultimi anni ci hanno insegnato che non è facile «estrarre valore» dai clienti e contemporaneamente farli ricchi e felici.
Le commissioni del risparmio gestito non trovano corrispettivo nel valore aggiunto creato per i sottoscrittori, come dimostrano molteplici analisi sulle performance dei fondi comuni. E questo è solo un esempio. Poi ci sono le polizze Vita con costose scatole sovrapposte e le obbligazioni con strutture difficilmente comprensibili e troppo spesso perdenti rispetto ai Btp. Gli alti margini ricorrenti massimizzano la valutazione che la Borsa assegna alla raccolta bancaria. Piazza Affari valorizza 100 euro di attivi dei clienti 6,3 euro nel caso di Intesa Sanpaolo, 6,6 euro per Ubi Banca, 5 euro per Banco Popolare, 4,4 euro per Mps. Negli Usa un intermediario multicanale come Charles Schwab, additato come esempio di soddisfazione per i clienti, è valutato 2 dollari per ogni 100 dollari di raccolta. I modelli di business sono in parte diversi, così come la patrimonializzazione, ma è difficile non pensare che la valutazione meno generosa di Schwab sia dovuta anche a una maggiore concorrenza e a minori deficit cognitivi dei clienti. Finché questi ultimi – laddove insoddisfatti – non se ne vanno, le valutazioni delle banche italiane sono strameritate.

 Articolo di Marco Liera tratto dal Sole24Ore del 17 novembre 2007

 

Che dire di più?! Sottoscrivo! Ma la gente capirà finalmente???? Dott. Liera, talvolta non ha l’impressione di predicare nel deserto? (mi scusi l’eccesso del paragone biblico)