Intanto qualcuno scommette sull’inflazione per fare grandi guadagni

16 06 2009

E’ il caso di South36, hedge fund la cui strategia consiste nello sfruttare eventi rari a proprio favore: dopo aver fatto già in passato importanti performance, ora puntano sull’iperinflazione. Ecco l’articolo!

36 South Investment Managers Ltd., whose Black Swan Fund gained 234 percent in 2008, is raising money for a new hedge fund, betting that government efforts to pump money into economies could result in hyperinflation. The Excelsior Fund targets returns that will be five times the average annual rate of inflation of the Group of Five economies — France, Germany, Japan, the U.K. and the U.S. — should the rate exceed 5 percent, Jerry Haworth, co-founder of the firm, said yesterday. Raising $100 million for the fund would be a “good” amount, he said. “There is a sharply increased risk of greater than 5 percent inflation starting from now,” Haworth said in a telephone interview from London. “We are in the lag period between when the seeds of inflation are sown and when their off- spring, that is higher prices, are evident for all to see.” U.S. President Barack Obama is selling record amounts of debt to try to end the steepest U.S. recession in 50 years, while Japanese Prime Minister Taro Aso has unveiled three stimulus packages worth 25 trillion yen ($261 billion) since taking office in September. Governments around the world selling record amounts of debt may devalue currencies against assets and spark inflation. Most investors are underestimating the risk of inflation, Haworth said. Consumer prices in the U.S., the world’s largest economy, are set to rise 1.7 percent next year, following a 0.6 percent decline this year, according to the median of 70 economists surveyed by Bloomberg.

Inflation Risk. “There is certainly talk about inflation but people might think of inflation at 5 percent or 6 percent,” Zimbabwean-born Haworth said. “We’re talking 5, 10, 15, 20 percent or more.” Investor Marc Faber said on May 27 he was “100 percent sure” that U.S. prices may increase at rates “close to” Zimbabwe’s gains, and the U.S. economy will enter “hyperinflation” because the Federal Reserve will be reluctant to raise interest rates. Zimbabwe’s inflation rate reached 231 million percent in July, the last annual rate published by the statistics office. Universa Investments LP, the hedge-fund firm advised by “Black Swan” author Nassim Taleb, is also adding a strategy betting that stimulus efforts won’t prevent deflation or could result in hyperinflation. Inflation will likely be “very low” through 2010, said Alvin Liew, an economist at Standard Chartered Plc in Singapore. There will only be “a risk of very high inflation” starting in 2011 if governments fail to rein in “those excesses that they did to stimulate the economy in the near future,” he said. “For now, I will be more concerned about how sustainable the growth recovery path is,” Liew said. “When we move into the later part of 2010, investors should pay more attention to inflation.”

Options.36 South’s Excelsior Fund will buy long-dated options it considers cheap and that “stand a good chance of outperforming in an inflationary environment,” Haworth said. Options are contracts to buy or sell a security by a certain date at a specific price. The fund will wager on an increase in commodity and equity prices, bond yields and increased currency volatility. “It’s a very high-risk, high-return fund,” said Haworth, who has been trading derivatives for more than 20 years as the former head of equity derivatives at Johannesburg-based Investec Ltd., and co-founder of Peregrine Holdings Ltd., a South African money manager and stockbroker. The firm will be marketing the fund in the next three months. 36 South has closed its Black Swan Fund, which bet on risk- aversion events, and returned the money to investors after profiting from last year’s global markets rout. Returns on the inflation fund “could be even higher than the Black Swan Fund though the likelihood is smaller as options are more expensive than they were when the Black Swan positions were bought,” Haworth said.





Le banche si salvano, cambiano nome….. tanto paga pantalone!

11 06 2009

Un nuovo nome, un restyling al logo e una campagna pubblicitaria con un solo obiettivo: rassicurare. Questa la strategia di molte banche e finanziarie americane per recuperare la fiducia dei clienti, finita ai minimi storici per via della crisi finanziaria. Tra le società più colpite dagli scandali, diverse hanno scelto di «mettere in candeggina» la propra immagine, cambiando nome e logo, coniando nuovi slogan allo scopo di rendersi rassicurante agli occhi degli investitori. Il New York Times, in un lungo articolo, ha preso in esame diversi casi. Come ad esempio quello di Ally bank, un tempo conosciuta come Gmac Bank, braccio finanziario di General Motors (il colosso dell’auto Usa recentemente finito in bancarotta). Nel mese di maggio si è scelta il nuovo nome («Banca Alleata» cioè «una banca amica»), un nuovo logo, un nuovo slogan («Facciamo i soldi con te, non senza di te») e una campagna di spot televisivi per promuovere il nuovo brand (eccone un esempio).  C’è poi Bank of America che dopo aver acquistato Countrywide Financial ha pensato bene di cancellare definitivamente il nome della finanziaria specializzata in mutui immobiliari (diventata un simbolo della crisi subprime). Basta aprire Countrywide.com per accorgersene. Il sito rimanda direttamente quello della controllante. Altro caso emblematico è quello di Aig (il colosso delle assicurazioni salvato dal crac grazie a 85 miliardi dei contribuenti americani) e il suo nuovo brand Aiu (American International Underwriters). C’è poi la RedneckBank, divisione online della Bank of the Wichitas. Redneck (la banca sudista) cerca un contatto diretto e leggero col cliente. Ha una mascotte (un cavallo), un sito internet decisamente insolito per un istituto di credito e uno slogan assolutamente originale: «Ecco a voi la banca divertente».  «Prima è arrivato il salvataggio, adesso arriva la messa a lucido» commenta sarcastico il New York Times, che sottolinea l’importanza di un rilancio pubblicitario del marchio, troppo legato a vicende disastrose per molti investitori. Ben 10 banche sono state autorizzate dal Tesoro a restituire gli aiuti pubblici del Tarp (il piano salva-banche del Governo americano). Ma questo non basta per ripulire un’immagine ormai distorta. Secondo alcune stime ci vorranno almeno 20 anni prima che si dissipi la rabbia popolare e lo scetticismo nei confronti degli istituti di credito statunitensi.  Funzionari della Casa Bianca hanno citato la mancanza di fiducia del pubblico come un problema centrale per l’industria. Studi di marketing hanno confermato che è crollato il valore di alcuni marchi bancari. È difficile per le banche sapere esattamente quanto si stia spostando l’umore del pubblico. Nel mese di gennaio, per esempio, Bank of America ha mandato in onda uno spot televisivo chiamato «andare avanti». Nello spot si aprono diverse porte: su un fienile, una cabina di pilotaggio di un aereo, ascensori, fabbriche. Un simbolo di come cambia il mondo e di come la banca può essere un’alleata nelle diverse scelte della vita. Altri giganti, come Citigroup, puntano sul basso profilo: meno pubblicità, maggiori investimenti in iniziative filantropiche e migliori relazioni con i media.

tratto da articolo del Sole24Ore del 10/06/2009

Ecco cosa succede quando, di fronte alla crisi bancaria più feroce di tutti i tempi, chi di dovere non ha il coraggio di muovere uno spillo. In tanti mesi neanche l’ombra di una riforma bancaria, ma solo tanta tanta moneta stampata dalle banche centrali. Finchè dura….. Grazie Bernanke





Geithner parla, Roubini risponde!

27 03 2009

Dopo i massicci interventi del Governo e della Federal Reserve per evitare il tracollo di grandi banche e assicurazioni, bisogna cambiare musica. Un passo ineludibile per il nuovo corso della Casa Bianca in vista del G-20 di Londra, dove gli Stati Uniti andranno per non abdicare al ruolo di leader dell’economia mondiale. Ed ecco che il segretario al Tesoro Timothy Geithner è tornato a chiedere con forza un profondo cambiamento del quadro regolamentare. Obiettivo: mettere sotto il controllo di un’authority federale unica il sistema finanziario degli Stati Uniti ed evitare nuove frodi e scandali, costati centinaia di miliardi ai contribuenti. Nel mirino dell’amministrazione Obama non solo le banche, ma anche – e questa sarebbe una novità assoluta – hedge funds (per i quali si prevede l’introduzione di un obbligo di registrazione), fondi di private equity, e mercato dei derivati non regolamentati (i cosiddetti Otc, over-the-counter, che hanno aggravato la crisi amplificando il rischio sistemico). In più si pensa a nuovi standard, ovviamente al ribasso, per i compensi degli executive. Il nuovo “guardiano del rischio” dovrebbe avere poteri sufficienti, è la tesi di Geithner, per costringere le società a rafforzare il proprio capitale o ridurre l’indebitamento, eventualmente assumendone il controllo nel caso in cui finissero in acque tempestose. Per Geithner, che è intervenuto in audizione davanti alla Commissione Servizi finanziari della Camera, il Governo dovrebbe avere sulle società finanziarie non bancarie poteri simili a quelli che la Fdic, la Federal Deposit Insurance Corporation, ha sulle banche: tra questi la possibilità di assumere il controllo, di acquisire i crediti in sofferenza e altri asset illiquidi e di vendere alla concorrenza gli asset in bonis. «Quel che serve – ha specificato il ministro – è una riforma complessiva: non qualche piccolo aggiustamento in corsa, ma nuove regole del gioco». Si corre contro il tempo: in questo momento l’amministrazione Obama può contare sul fatto che gli americani sono molto arrabbiati con Wall Street. Ancora di più dopo lo scandalo dei bonus milionari di Aig, il colosso assicurativo salvato dal fallimento con un fiume di denaro pubblico (180 miliardi di dollari) mentre premiava lautamente i manager (218 milioni in tutto) nonostante il tracollo. D’altra parte Geithner deve fare i conti con le forti resistenze del mondo finanziario a un consistente ridimensionamento. Non solo. Il Governo degli Stati Uniti intende affrontare anche il problema della complessa interconnessione dei mercati globali: per questo nei piani di Geithner c’è anche un’accelerazione sul piano della cooperazione internazionale su aspetti delicati e controversi come i paradisi fiscali e le centrali mondiali del riciclaggio. «I casi Lehman Brothers e Aig hanno messo in luce ampie mancanze del nostro sistema finanzario – ha detto tra l’altro Geithner – dobbiamo fare in modo che il nostro Paese non debba affrontare questa situazione mai più». Il segretario al Tesoro ha detto che le conseguenze dell’azione spregiudicata del colosso assicurativo, ancor oggi protagonista negativo delle cronache finanziarie, «contengono una tragica ingiustizia di base: quelli che sono stati prudenti e responsabili nelle loro scelte personali e professionali vengono colpiti dalle azioni di coloro che hanno agito senza prudenza e con meno attenzione». A queste parole ha fatto eco il numero uno della Banca Centrale Usa, Ben Bernanke, evidenziando che se a settembre, quando sono venuti alla luce tutti i problemi di Aig, il Governo avesse avuto i poteri chiesti da Geithner, la società sarebbe stata commissariata e le autorità sarebbero state in grado di «risolvere i problemi», proteggendo i clienti assicurati. «Ci saremmo trovati in una situazione di gran lunga migliore di quella in cui ci troviamo ora», ha detto ancora il presidente della Federal Reserve, aggiungendo che non si sarebbero ovviamente mai visti i bonus a sette cifre pagati di recente ai top manager.

tratto da articolo del Sole24Ore del 26/03/2009

Tutti pronti ad un nuovo rally? Verso l’alto o verso il basso? Roubini ha un ‘idea chiara, come potete leggere in un bell’articolo su Bloomberg. Di seguito ecco il video dell’intervista.





Turani e i dollari di Bernanke: bell’articolo!

3 11 2008

C’è una vecchia battuta dell’attuale presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che sta tornando di attualità: per evitare una nuova grande depressione sono pronto a riempire di dollari degli elicotteri e poi andare a gettare quei dollari sulle città americane. Perché la gente spenda e l’economia riparta. Ecco, non siamo ancora a quel punto, ma quasi. Giovedì scorso sono usciti i dati sul Pil americano nel terzo trimestre dell’anno, cioè sulla crescita della più grande economia del mondo. E, poiché il Pil invece di aumentare è diminuito e poiché questo fatto si ripeterà ancora per alcuni trimestri, è chiaro che gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente in recessione. Ma, in un certo senso, la notizia peggiore non è nemmeno questa, che era attesa e prevista, soprattutto da quando la crisi finanziaria targata sub-prime è prima accelerata e poi esplosa. Il dato più brutto contenuto nelle cifre relative al Pil americano è quello che riguarda i consumi, che sono diminuiti del 3,1 per cento rispetto al trimestre precedente (il dato è però annualiz­zato, cioè moltiplicato per quattro). E, se si escludono i beni durevoli e si sta sugli altri (cibo e vestiti, ad esempio), si scopre che il calo è stato addirittura del 6,4 per cento. Il consumatore americano, cioè è stanco. Sta rallentando i suoi acquisti e anche vistosamente. Joe l’idraulico (ma anche Mary la massaia) ormai vanno al supermercato con prudenza e, soprattutto, si stanno guardando intorno per vedere se c’è una macchina più piccola. E anche una casa più modesta. E questo è appunto il guaio. Il consumatore americano è stato una specie di eroe del mondo moderno. In tempi recenti ha superato senza fermarsi il crollo della new economy e l’attacco alle Twin Towers. Ma adesso ha il fiato corto e si sta mettendo al risparmio. Sospinto dai tempi difficili, ma anche dal nuovo verbo virtuoso e austero che sta circolando un po’ in tutto il mondo. E, ripeto, questo è il guaio. Il consumatore americano, fino a ieri dissennato spendaccione, pieno di debiti e sempre pronto a vivere al di sopra dei propri mezzi, è però un personaggio che in questi anni si è portato sulle spalle il 20 per cento del Pil mondiale. Nel senso che un quinto della ricchezza prodotta ogni anno sul pianeta dipende dalle spese del consumatore americano. Se lui si ferma, i capi dei governi possono convocare anche 40 riunioni di G90 (grandi paesi), ma non riparte proprio niente. Non almeno su questo pianeta e con questo mondo. C’è addirittura chi sostiene che in questi mesi si è rotto uno schema che ha garantito al mondo crescita e benessere dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Lo schema sarebbe questo: il mondo ha accettato il dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, lasciando all’America la possibilità di stampare dollari a volontà. In questo modo gli Stati Uniti hanno finanziato le loro spese (scaricando i debiti sull’estero), consentendo al consumatore americano una vita al di sopra del giusto. Ma questa vita al di sopra del giusto è quella che ha fatto crescere il mondo perché è stata il centro della domanda mondiale di beni e servizi. Oggi questo schema si è rotto o si sta rompendo. E ci si domanda se, in prospettiva, questo schema (dentro il quale siamo vissuti per oltre mezzo secolo e che ha avuto i suoi vantaggi) debba essere abbandonato o in qualche modo mantenuto, sia pure con le opportune correzioni. Ma questo è un dibattito per il quale ci sarà tempo. Al momento la cosa importante da fare, e in fretta, è di spedire di nuovo Joe l’idraulico e Mary la massaia al supermercato, se si vuole che la recessione che è già cominciata non si trasformi in Grande Depressione. E per ottenere questo risultato non ci sono molti modi. O si ricorre a quello che suggerisce la battuta di Bernanke, cioè si gettano in giro dollari a pioggia (dollari, ovviamente, stampati la sera prima). Oppure si cerca di spendere soldi in modo intelligente. Il potere pubblico in America si mette, cioè, a costruire come un dannato ponti, aeroporti, strade, ospedali, scuole. Riapre, in una parola, il grande cantiere americano. Invece di gettare soldi dagli elicotteri, gli Stati Uniti possono mettersi a distribuire stipendi e a migliorare un po’ se stessi. I soldi che servono per questo lavoro immane, li stampa. Invece di far girare le pale degli elicotteri, farà girare le rotative. L’Europa potrebbe fare esattamente la stessa cosa. Tutto questo può impedire che la recessione (che potrebbe anche essere relativamente dolce) si trasformi davvero in una Grande Depressione. Anche in questo modo, comunque, non si tornerà al felice mondo di prima della crisi. Joe l’idraulico deve tornare a fare il suo dovere di bravo consumatore, ma è impossibile che torni a vivere (come ha fatto per mezzo secolo) a credito e a spese degli altri. In ogni caso, cioè, tutti saranno più prudenti e virtuosi. E la crescita futura, per anni e anni, sarà assai più modesta di quella di prima, proprio perché si sarà tutti un po’ migliori.

tratto da post di Giuseppe Turani del 3/11/2008

L’articolo di Giuseppe Turani, affresco nitido di ciò che è stato e potrà essere la nostra economia, arriva giusto nel giorno in cui la Commissione Europea divulga le proprie aspettative di crescita economica per l’area Euro nei prossimi anni. Tutto sommato la crisi si è incancrenita solo lo scorso settembre, ma per il 2009 le previsioni sono già piuttosto grigie, con una crescita  appena positiva. Per l’Italia si prevede una variazione  negativa del Pil già nel 2008 (secondo il Fondo Monetario Internazionale).





Il discorso di Bush e l’opinione schietta di Frankel

25 09 2008

«Dieci o quindici anni» era il tempo indicato da Jeffrey Frankel perché dollaro ed euro potessero avere un ruolo simile come moneta internazionale, uscendo da un rapporto chiaramente senior/junior quale è stato finora. «Ma dopo quanto successo a Wall Street, credo che i tempi possano essere più brevi». Frankel è fra gli economisti americani che maggiormente si sono interrogati sui destini del dollaro. Professore di economia alla Kennedy School of Government di Harvard, responsabile del programma di Finanza internazionale e macroeconomia in seno al National Bureau of economic research, Frankel, 55 anni, è stato anche dal ‘96 al ‘99 fra i Consiglieri economici del presidente Clinton. Esprime un giudizio negativo sul piano di salvataggio presentato martedì 23 settembre al Congresso dal ministro del Tesoro, Hank Paulson, e dal presidente Fed, Ben Bernanke. E considera di portata storica il tracollo di Wall Street. «Anche se le possibilità di una ripresa e del mantenimento del ruolo centrale ci sono tutte: occorre saperle ricreare. Ma il 2008 rimarrà scolpito nella pietra». Frankel ha risposto, sul dollaro e altro, ad alcune domande de Il Sole 24 Ore.
Quale il suo giudizio sul piano di salvataggio di Paulson e Bernanke? Negativo. Prima di tutto per il fatto, ironico se non fosse tragico, che a presentare un piano di salvataggio di proporzioni mai viste sono le stesse persone che hanno condiviso l’esaltazione del libero mercato, sempre e comunque. E poi il piano ha bisogno di profondi cambiamenti. Il primo, che balza con tutta evidenza, riguarda i controlli sulla sua attuazione: con quelle cifre non si può dare carta bianca a nessuno.
I costi del programma del Tesoro, i 700 miliardi di cui si parla, non intaccano la credibilità finanziaria? Lo sapremo a processo inoltrato se c’è questo rischio. Le tasche dello zio Sam sono profonde, e il rapporto deficit-Pil è molto inferiore a quello medio europeo. È difficile prevederlo.
È stata una caduta di portata storica? Mah, osservo che c’è molto di ironico in ciò che due anni fa si è detto e scritto. Si sono fatte indagini per dire e dimostrare che New York era in difficoltà, il suo mercato perdeva colpi perché era troppo regolato, soprattutto dopo la legge Sarbanes-Oxley del 2002, seguita allo scandalo Enron. E si diceva che Wall Street perdeva business a vantaggio di Londra, assai meno regolata. Ora viene fuori che anche Londra ha dei problemi, e soprattutto che il tutto è dovuto a cattiva e insufficiente regolamentazione, non a troppa supervisione. Quanto alla perdita di prestigio, è forte e netta. Ma non so dove questo porterà. Non bisogna sottovalutare le capacità di reazione.
Ritorna il dollaro debole? La cosa curiosa è che fino alla settimana scorsa, e da due mesi, il dollaro riprendeva quota. Ma ora una vera inversione di tendenza, ben oltre le scivolate di questa settimana in risposta a situazioni eccezionali sui mercati, potrebbe davvero esserci. Aumenta nettamente negli Stati Uniti la spinta alla spesa in deficit. Con interventi di portata così ampia a carico della mano pubblica, qualcuno in giro per il mondo si chiede se la politica monetaria americana riuscirà a difendere il valore della moneta.
Teme un ricorso all’inflazione da parte della Fed? Credo che la Fed cercherà di evitarlo, ma potrebbe essere forzata dagli eventi a utilizzare anche questo sistema per far fronte agli impegni del bilancio pubblico. Potrebbe trovarsi spinta su questo sentiero. Anche qui, qualcuno in giro per il mondo se lo chiederà presto, se lo sta già chiedendo. E potrebbero sorgere timori. Il dollaro è il dollaro da così tanto tempo, nonostante tutto, perché gli Stati Uniti in genere e la piazza di New York in particolare sono stati considerati, da quasi un secolo, il rifugio sicuro per eccellenza. Una storia incominciata con la prima guerra mondiale, straconfermata dalla seconda, e continuata sempre. Nei momenti difficili, in caso di disastri finanziari, di guerre e cose di questa gravità, la corsa era sempre al dollaro e a New York. Ora qualcosa potrebbe cambiare. Lei ha sempre detto che sarebbero stati necessari 10-15 anni per arrivare veramente a un euro moneta internazionale di importanza più o meno analoga a quella del dollaro. Cambia qualcosa?
I fatti di questa settimana dicono che può cambiare qualcosa. Ma occorrono segnali più chiari che potremo vedere nelle prossime settimane. Per ora constato che fino alla scorsa settimana c’era un afflusso, e non un deflusso sui titoli del Tesoro da parte dei capitali internazionali.

tratto da articolo del Sole24Ore del 25/9/2008

Davvero un’opinione interessante, soprattutto se letta dopo il discorso di Bush agli Americani! Intanto Warren Buffett e alcune banche giapponesi entrano nelle banche americane con quote importanti.





Banche: leggere della crisi sul web

17 09 2008

Mentre alcune testate, come Panorama, ci ricordano la lunga storia di Lehman Brothers, Giuseppe Turani evidenzia finalmente alcuni elementi utili per capire le origini della crisi finanziaria in atto. Riporto di seguito il suo post.

Week-end con il fiato sospeso, in Italia per il salvataggio (in pericolo) di Alitalia, e in America per quello della banca d’af­fari Lehman Brothers (la più piccola delle grandi banche), appartenente all’aristocrazia degli istituti che hanno fatto la sto­ria di Wall Street e della finanza internazionale. Il lavoro per impedire alla Lehman di fallire stanno andando avanti men­tre esce la notizia che le banche, nel loro complesso, avrebbero bisogno almeno di altri 350 miliardi di dollari per sistemare i pasticci nati in seguito alla vicenda dei prestiti subprime (cioè dei prestiti fatti a gente che non aveva abbastanza garanzie e che ha finito per dichiararsi insolvente).E allora c’è da chiedersi (ancora una volta) come è successo che il mondo intero sia finito dentro a questa crisi, a questo autentico disastro che sta mettendo in difficoltà l’economia di almeno due continenti (Europa e America).Le cause più importanti sembrano essere due: l’avidità dei banchieri e una mancata recessione negli Stati Uniti. 1- Sul primo punto non ci sono molti ragionamenti da fare. Basta leggere i giornali. Pur di fare soldi, i maggiori banchieri del mondo hanno trovato il modo di prestare soldi anche a chi non aveva i requisiti necessari di solvibilità. La “tecnologia” per fare questo è abbastanza semplice e l’aveva già scoperta, in Italia, Michele Sindona moltissimi anni fa. Si tratta del “pacchetto”. Sindona era diventato famoso perché, come banchiere d’affari, a volte comprava società decotte, mezze fallite, che nessun altro voleva. A chi gli chiedeva come contava di liberarsene, lui rispondeva tranquillo: farò un pacchetto. Nel senso che avrebbe messo quell’azienda decotta insieme a una cosa buona (una banca, una finanziaria rispettabile). E il cliente avrebbe dovuto comperare l’intero pacchet­to, non divisibile. Affari suoi, poi, decidere che cosa fare dell’azienda decotta.Le grandi banche internazionali hanno adottato lo stesso sistema. Emettevano obbligazioni per finanziare gente che non avrebbe dovuto essere finanziata. Ma quelle obbligazioni non venivano collocate direttamente sul mercato (presso i rispar­miatori). Erano “chiuse” in un pacchetto insieme a obbliga­zioni relative a crediti più decenti e in ogni caso solvibili. Naturalmente, non c’era una formula fissa per questo cocktail fra buono e cattivo, per questa macedonia di frutta buona e di frutta marcia. Ogni volta il cocktail era diverso e variamente assortito, messo insieme con formule sempre più elaborate. E le obbligazioni “cocktail” hanno invaso il mondo, fornendo a tutti in una prima fase rendimenti elevati e sicuri. Si è così generato un fiume di denaro che alla fine ha oscurato la mente di tutti i protagonisti, completamente dimentichi che stavano facendo soldi su affari che, semplicemente, non si sarebbero mai dovuti fare. I soldi erano così tanti e così facili che fermarsi a chiedersi da dove arrivavano sarebbe stato davvero inopportuno.Alla fine, quando il costo del denaro è salito un po’, e molti dei prestiti subprime sono saltati, è partito un effetto domino che non è ancora finito oggi, a oltre un anno di distanza e che ha travolto numerose rispettabili (fino a ieri) istituzioni finan­ziarie. E non si vede ancora l’uscita da questo tunnel infernale. 2- La seconda ragione per cui tutto questo esplode ha a che fare con una recessione non fatta. Nel 2001, quando c’è l’at­tacco alle Twin Towers, l’America sta andando in recessione. Subito dopo l’attacco terroristico, si decide che non si può mandare la più grande economia del mondo in recessione: sarebbe come dar ragione ai terroristi, a Bin Laden. Sarebbe come dimostrare che sono davvero in grado di mettere in crisi la potenza più potente del pianeta. A sistemare le cose ci pensa il presidente della Federal Reserve di allora, Alan Greenspan. E ricorre al metodo più semplice: abbassa drasticamente il costo del denaro. Questo salva l’A­me­rica dalla recessione (che probabilmente arriva solo adesso, a sette anni di distanza). Ma fornire denaro a costo zero (o an­che meno, se si tiene conto del costo reale, al netto dell’in­flazione) è un po’ come regalare alcool alla popolazione. La percentuale di alcolismo sale inevitabilmente. E è appunto quel­lo che accade. Decollano vari boom (da quello immobiliare a quello di Borsa) e alla fine, quando i tassi di interesse devo­no salire un po’ per via dell’inflazione, esplode tutto. Solo che probabilmente, grazie all’avidità dei banchieri, l’inquinamento del mercato (i famosi cocktail di roba buona e di roba marcia) è andato, nel corso di sette anni, ben al di là di quello che tutti noi possiamo immaginare.Questo spiega perché dopo un anno e moltissimi crack bancari questa storia non è ancora finita. E perché tutti temono che possa riservare altre e ancora più sgradevoli sorprese. In realtà, nessuno sa quanti di questi cocktail siano stati serviti alla clientela e chi se li sia bevuti. L’unico modo per capirci qual­co­sa è aspettare che i bevitori caschino per terra e poi por­tar­li via. Sembra una faccenda di ubriaconi al bar, ma è esattamente quello che sta accadendo.





Inflazione: anche per la Fed la tentazione di rialzare i tassi

30 05 2008

Chi segue attentamente l’operato delle banche centrali e il loro approccio alle problematiche macroeconomiche sa bene come la BCE sia generalmente molto improntata alla lotta senza quartiere all’inflazione: ne abbiamo già parlato in passato e la banca centrale si è rivelata sostanzialmente coerente anche nelle fasi di grave crisi del sistema bancario e finanziario.

Oggi fa quindi più notizia ascoltarte le prime voci su possibili intenzioni della Federal reserve, che apparirebbe più disposta a valutare un rialzo dei tassi d’interesse. Finita forse la fase più critica della tempesta subprime, la banca centrale americana si sente più libera nel maneggiare le proprie armi.

Ed è proprio di stamattina la diffusione dei dati Istat sull’inflazione italiana: fiammata al 3,6%, molto lontano dall’obiettivo europeo del 2% nel medio termine!





Il balletto dell’inflazione

21 05 2008

Da sempre il calcolo dell’inflazione è stato oggetto di dibattito e a volte di dure critiche: da una parte i governi in carica e gli istituti ufficiali di statistica, dall’altra le forze politiche di opposizione, i sindacati e le associazioni dei consumatori. Il punto del contendere è sempre stato il divario tra inflazione ufficiale inflazione percepita (dai consumatori). Si tratta di un problema non certo irrilevante che influisce fortemente sulle politiche economiche, i rinnovi contrattuali e l’evoluzione complessiva del sistema economico e finanziario.

Come scrive Ennio Caretto in un suo articolo nel numero de “Il Mondo” di settimana scorsa, l’argomento sta diventando caldo anche negli USA a seguito dell’attuale surriscaldamento dei prezzi. E anche se la Federal Reserve respinge ogni critica sul calcolo dell’inflazione, non si può fare a meno di notare la verve critica del “Wall Street Journal” sull’argomento.

Va detto che un tale dibattito non deve certo sorprendere. Chi tesse le politiche economiche di un paese sa bene quanto contino le aspettative, soprattutto in tema di inflazione. Più si incrementano le attese di un’alta cresita dei prezzi, maggiore sarà la spinta in questo senso: insomma, una sorta di profezia autorealizzantesi. In tal senso, l’approccio di banche centrali e governi non è del tutto biasimabile.

Tuttavia c’è da chiudersi se sia biasimabile un atteggiamento dettato dalla volontà di minimizzare una dinamica inflazionistica sfavorevole. Ad esempio, perchè non creare indicatori alternativi e complementari al classico “indice dei prezzi al consumo (o alla produzione)” nelle sue svariate versioni?

Una corretta analisi economica e sociologica del potere d’acquisto (e quindi non semplicemente dei prezzi) potrebbe tenere in considerazione le relazioni tra stipendi e costo di accesso alla casa o tra retribuzioni e costo di accesso all’automobile. L’intento non sarebbe quello di sconfessare i dati statistici classici di inflazione, quanto completarli per avere un dato sociologico ed economico più trasparente: il concetto di potere d’acquisto non va visto solo in funzione della spesa al supermercato, ma anche in relazione alla possibilità di acquistare beni funzionali alla dignità della persona e all’equità nell’accesso alle risorse, alla tecnologia e ai mezzi di informazione.





La finanza globale è senza governo

21 05 2008

Che cosa possono fare le Banche centrali per interrompere la crisi finanziaria? La risposta è sempre più chiara: ben poco. Le autorità hanno due strumenti: il tasso d’interesse, per gli obiettivi macroeconomici (crescita e inflazione); e il controllo della liquidità, per la stabilità dei mercati finanziari. Entrambi si stanno rivelando inutilizzabili o inefficaci. La discesa dei tassi d’interesse è frenata dal timore dell’inflazione, che a novembre ha raggiunto il 4,3% negli Stati Uniti e il 3,1% nell’area euro. Troppo, rispetto agli obiettivi. Sia la Fed che la Bce devono stare attente a non perdere il controllo delle aspettative di inflazione. La Banca d’Inghilterra si trova nella stessa situazione. Quanto alla liquidità, non si riesce a farla arrivare a chi ne ha bisogno. Mercoledì scorso cinque Banche centrali (tra cui la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra) hanno annunciato nuovi interventi coordinati per immettere un’ingente quantità di liquidità nel sistema. Ma i mercati non hanno battuto ciglio. Anzi, per via delle cattive notizie sull’inflazione, il giorno dopo l’annuncio le Borse di tutto il mondo sono scese del 2-3 per cento. Anche in seguito alle prime immissioni coordinate di liquidità, ieri i tassi interbancari in dollari e sterline sulle scadenze più lunghe restavano ben al di sopra dei tassi obiettivo. L’impotenza delle Banche centrali riflette la trasformazione dei mercati finanziari nell’ultimo decennio. La possibilità di rivendere i prestiti impacchettandoli in strumenti scambiati sui mercati, il consolidamento delle Banche in grandi istituzioni molto più complesse e la crescita di intermediari diversi dalle banche, quali hedge funds, banche di investimento e altri investitori, hanno trasformato il circuito del credito nell’economia. Nel vecchio mondo, una banca tradizionale si indebitava a breve per investire in prestiti illiquidi e con un certo grado di rischio. Questo è anche ciò che succede nel nuovo mondo dei mercati finanziari più complessi. Ma vi sono due differenze importanti. Primo, una quota rilevante degli intermediari, non essendo banca, è sottratto alla regolamentazione. Secondo, tutto l’attivo di bilancio di questi nuovi intermediari (e in parte anche delle banche) è valutato ai valori di mercato.
Come stiamo scoprendo in questi mesi, ciò può essere fonte di grave instabilità. Se gli investimenti sono valutati ai valori di mercato, quando le cose vanno bene l’attivo si gonfia. Ciò consente all’intermediario di indebitarsi mantenendo il capitale costante. Quando le cose vanno male, è vero il contrario: il valore dell’attivo scende, e se non vuole intaccare il capitale l’intermediario deve ridurre le dimensioni del suo bilancio. Cioè il leverage (il rapporto tra attivo e capitale) è prociclico: si muove con il mercato. Detto in modo un po’ brutale: mi indebito per fare una scommessa; se la vinco, aumento la posta e mi indebito ancora di più. Se perdo, ridimensiono il gioco. Se tutti si comportano così, il ciclo del credito crea instabilità: quando i mercati salgono tutti vincono e investono di più, facendo salire i prezzi ulteriormente. Viceversa, quando i mercati scendono tutti perdono e ciò induce ulteriori vendite. Questa amplificazione degli shock aggregati non opera con le banche tradizionali, sia perché il valore dei prestiti è fisso e non fluttua con il mercato, sia perché sono soggette a regolamentazione. Ora che il ciclo del credito è entrato nella spirale negativa, non è facile per le Banche centrali porvi rimedio. Da un lato, la liquidità immessa raggiunge le banche che hanno accesso alla Banca centrale. Ma chi è più esposto, cioè gli intermediari non bancari, rimane tagliato fuori. Dall’altro, almeno per gli intermediari più indebitati, vi è ormai anche rischio di insolvenza. Ma se il problema è la mancanza di capitale, la liquidità delle Banche centrali è solo un palliativo.
Spesso si sente dire che la crisi di oggi è colpa della “Greenspan put”, cioè di una politica monetaria che, in occasione delle crisi recenti (il collasso del fondo Ltcm a fine anni 90, lo scoppio della bolla tecnologica nei primi anni 2000) ha sostenuto i mercati con tassi d’interesse troppo bassi. Sicuramente, con il senno di poi, la Fed ha commesso degli errori, ma la critica non coglie nel segno. Oggi, come in occasione delle crisi passate, la Fed sceglie i tassi d’interesse per stabilizzare crescita e inflazione, non per sostenere i mercati. Ovviamente, stabilizzare la crescita aiuta anche i mercati, se questi temono la recessione. Davvero qualcuno pensa che la Banca centrale dovrebbe lasciare che l’economia entri in recessione, pur di non sostenere i mercati? Per errore lo hanno fatto la Fed negli anni 30 e la Banca del Giappone negli anni 90, e il risultato è stata una deflazione durata molti anni. L’instabilità finanziaria di oggi non è colpa di una politica monetaria che in passato è riuscita a stabilizzare l’economia. Essa è il frutto delle profonde trasformazioni dei mercati finanziari negli ultimi dieci anni. Non tutte queste trasformazioni sono negative. L’innovazione finanziaria ha aperto il mercato del credito a nuove categorie di debitori che prima ne erano escluse, ha aumentato l’efficienza allocativa, ha spinto le imprese a diventare più produttive. Ma come sempre quando si innova, sono stati commessi errori ed eccessi. E spesso a pagare non è chi ha sbagliato, ma qualcun altro: le famiglie che si troveranno senza casa, o i risparmiatori meno accorti o meno fortunati. È qui probabilmente che hanno sbagliato le autorità americane: nel non accorgersi per tempo che l’innovazione finanziaria andava disciplinata e sottoposta a regolamentazione, e soprattutto che gli eccessi nel mercato subprime andavano fermati. Ora sarà necessario riconsiderare alcuni aspetti della regolamentazione finanziaria, aumentare la trasparenza dei bilanci delle banche, rendere più efficace il coordinamento internazionale delle politiche di supervisione su intermediari bancari e non. Ma bisognerà riuscire a farlo senza rinunciare all’innovazione.

articolo di Guido Tabellini tratto dal sito del Sole24Ore del 19 dicembre 2007

Il mondo si è accorto che ormai la globalizzazione è senza governo. I grandi paesi sembrano aver delegato finora la gestione di questo grande processo alle tecniche della finanza e alla forza propulsiva della tecnologia informatica. Oggi sembra quindi affacciarsi la necessità di definire regole e meccanismi e ovviamente la finanza mondiale sembra non poter esimersi da questo. Si studiano i meccanismi della recente crisi finanziaria e se ne cercano i difetti. Guido Tabellini illustra efficacemente il Suo pensiero, che ritengo assolutamente condivisibile. In particolare, come si può salvare l’innovazione finanziaria, evitando allo stesso tempo ogni eccesso speculativo o ogni pratica finanziariamente deprecabile?





Banche centrali: il loro ruolo secondo Bini Smaghi

20 05 2008

A seguito della crisi finanziaria dei subprime continua il dibattito sull’effettivo ruolo che dovrebbero rivestire le banche centrali in queste occasioni. Come già scritto negli scorsi giorni la FED ha già iniziato a fare un pò di autocritica e sembra intenzionata a rivedere il suo ruolo, almeno nella fase di formazione delle bolle speculative e del loro successivo scoppio.

In questo senso appare interessante il parere di un componente del board della BCE, Lorenzo Bini Smaghi. Se ne riporta di seguito uno stralcio tratto da Finanza Live.

 

Durante la conferenza “Dialogo sulla finanza internazionale” tentutasi a Firenze, Lorenzo Bini Smaghi, componente del board della Bce, ha affermato a proposito della crisi economica:  “Ci vorra’ probabilmente piu’ tempo di quanto si pensa per completare l’aggiustamento, proprio perche’ gli squilibri che sono all’origine dell’attuale fase vengono da lontano, nell’immediato questo puo’ comportare una crescita piu’ lenta, per alcuni anni.” Ha inoltre aggiunto che gli aiuti da parte delle banche centrali alle istituzioni finanziarie in difficoltà a causa dei mutui subprime non devono permettere che i colpevoli evitino le pene, una linea seguita sia dalla Bce che dalla Fed.