Derivati…. in Comune

4 06 2009

Un bell’articolo del Sole24Ore in tema di derivati ed Enti Locali.

Ci sono quelli che hanno smesso di pagare e punto, come il comune di Acqui Terme. Ci sono quelli che hanno imboccato la strada della denuncia alla magistratura, ed è il caso dell’amministrazione di Milano. Altre vittime del più micidiale attacco alla finanza locale dell’ultimo decennio – ovvero il bombardamento di derivati venduti dalle banche di cui sono vittima i bilanci del 10% dei Comuni italiani oltre a una foltissima schiera di Province e Regioni (a fine marzo le perdite potenziali, complice il rialzo dei tassi a lungo termine, sono salite a oltre 47 miliardi di euro, fonte Bankitalia) – stanno traendo forza dalle deliberazioni della Corte dei Conti prodotte negli ultimi mesi. Va premesso che la Consob lo ha sostenuto a marzo in commissione al Senato: non tutti, ma certamente molti dei contratti firmati dagli enti con finalità di copertura dal rischio dei tassi erano utili soprattutto alle banche, che ne traevano vantaggi milionari in commissioni. Eppure un conto è sapere di avere ragione, altro è dimostrarlo. Nella giungla di possibili controffensive percorribili sul piano legale, perlopiù mirate a dimostrare la totale assenza di convenienza dei temibili interest rate swap per le amministrazioni locali, sembra farsi largo la tesi che un grimaldello potente sia la presenza di opzioni digital all’interno dei contratti. «La presenza di criticità all’interno dei contratti swap – spiega Marco Delzio, partner di Martingale Risk, società di consulenza indipendente – che siano le opzioni digital o più in generale le clausole che ne configurano la natura speculativa, rendono gli stessi incoerenti rispetto al principio di contenimento dei rischi finanziari dell’ente. Tali criticità possono costituire una leva importante che i Comuni possono azionare verso le banche per ottenere eventualmente l’annullamento delle posizioni in essere o comunque trarre una posizione di vantaggio verso una transazione». Le digital, in particolare, non sono previste dalla legge: sono state bollate come illegittime dalla Corte dei Conti (è il caso della deliberazione n.17/2008, riguardante il Comune di Pozzuoli), in quanto non previste dall’art.3 del D.M. 389/2003 e dalla successiva Circolare del Ministero dell’Economia del 27/05/2004. La magistratura contabile ha comunque richiamato più volte gli stessi amministratori locali, i quali rischiano di pagare di tasca propria, responsabili di avere intrapreso consapevolmente o meno un percorso avventuroso con denari dei contribuenti. «Non so se la sola presenza di digital possa portare in sé all’azzeramento dei contratti – spiega Paolo Bonolis, partner di Cms Adonnino Ascoli & Cavasola Scamoni, legal e tax firm esperta in derivati – . Nell’ottica più generale del contenzioso con la banca si deve far leva anche su aspetti come la falsa rappresentazione delle caratteristiche del contratto oppure sul fatto che spesso l’istituto che ha fatto da advisor ha poi concluso il contratto stesso. Ci sono poi le violazioni delle regole fissate dalla Consob e dal Testo unico della finanza». Di sicuro «le digital sono contra legem: i derivati, che di per sé non sono buoni o cattivi, non dovrebbero andare oltre la copertura di determinati rischi: la presenza delle opzioni digital ha spinto l’asticella troppo in alto». È accaduto così che dopo avere scambiato indebitamenti a tasso fisso con la Cassa depositi e prestiti (a rischio finanziario zero) con una forma di debito a tasso variabile (gli Interest rate swap, appunto) le amministrazioni pubbliche si siano esposte a fluttuazioni insospettabili. Passando, ad esempio, da pagamenti cedolari in migliaia di euro a emorragie da decine di milioni con rischi ipotetici di perdite per centinaia di milioni di qui a venti o trent’anni. «Abbiamo riscontrato – racconta Delzio – che molti contratti venduti dalle maggiori banche italiane contenevano opzioni digitali, sia nella forma di digital cap che di digital floor , anche successivamente al D.M. 389/2003. Le ingenti perdite, realizzate e potenziali, di alcuni enti locali sono effettivamente spiegabili attraverso la presenza di tali opzioni». Capaci, per dire, di vanificare le evoluzioni favorevoli del mercato come l’attuale calo dei tassi d’interesse Bce (Refi) e interbancari (Euribor). Una buona notizia, anche se nel quadro generale può sembrare un pannicello caldo, c’è: negli ultimi mesi molte amministrazioni hanno potuto rifiatare. «Il contenzioso – dice Bonolis – si è ridotto perché le banche non chiedono il pagamento dell’ultima cedola, quella di dicembre 2008, gravata dal picco dell’Euribor di un anno fa: hanno sospeso l’incasso in quanto aspettano una cedola più favorevole, grazie al calo dei tassi a breve, il prossimo 30 giugno. Forse chiederanno la differenza». Ma le amministrazioni non dovrebbero commettere l’errore di abbassare la guardia, accontentandosi di essere in attivo sulle cedole semestrali (che nulla hanno a che vedere con il mark-to-market, ovvero il costo di uscita a scadenza). «Un esame meticoloso dei prodotti – avverte Bonolis – sarebbe utile, andrebbero comunque sostituiti per chiudere o vendere la posizione». E la conferma arriva da casi concreti: «Il monitoraggio costante delle posizioni di alcuni comuni – conclude Delzio – come Telese Terme (Bn), Valledoria (Ss)e Recanati (Mc) ha permesso di estinguere alcuni contratti swap a costo zero oppure a costi assolutamente sopportabili, approfittando di situazioni di momentaneo ribasso delle curve forward e quindi di miglioramento del mark-to-market ».





Timori inflazionistici soffiano sull’Euribor

27 05 2009

Ve ne parlavo giusto qualche giorno fa in un mio post…. ora ne parla anche il Sole24Ore (chissà se leggono questo blog?!).

Dopo quasi otto mesi di discesa praticamente ininterrotta che ha portato i tassi interbancari ai minimi storici, cinque sedute consecutive di risalita dei tassi interbancari sono un segnale da non sottovalutare. Due gli ordini di fattori che stanno deteminando questo cambio di rotta. «Si fa più concreto – spiega al Sole 24Ore.com Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – il timore di un aumento dell’inflazione nei prossimi mesi, causato dalla forte immissione di liquidità nel sistema finanziario. Una ripresa dell’economia verso fine anno spingerebbe le quotazioni del petrolio e quindi anche l’indice dei prezzi». Punto numero due: «Il mercato – continua Drusiani – inizia a scontare il fatto che la Banca centrale europea potrebbe cambiare idea rispetto alle recenti analisi esposte dal presidente Trichet, secondo il quale i tassi all’1% potevano non essere il limite minimo». Secondo le previsioni di Aritma I.F. per il Sole24ore.com sui tassi a medio-lungo termine peserà la massa di debito pubblico che i governi hanno accumulato per fronteggiare la crisi.

Si, insomma… notizie non tanto carine per la futura rata del mutuo degli Italiani, soprattutto con l’aria che tira.





Euribor: finita la discesa?

25 05 2009

Ecco un buon motivo per stare all’erta: l’Euribor rimbalza…. un primo avvertimento sui rischi inflazionistici o semplicemente un rimbalzo tecnico? Ovviamente si tratta di un rilazo molto lieve. Comunque okkio alla rata del mutuo, soprattutto quando il mondo del lavoro è messo in un certo modo!





In realtà la crisi c’è ancora…. ma almeno respira chi ha il mutuo a tasso variabile.

20 05 2009

Se l’erano vista brutta….. quando i tassi sembravano continuare la loro ascesa….. poi la crisi….. ed ecco qua! (l’altra faccia della medaglia nell’andamento del’Euribor a 3 mesi).

Nel frattempo Tremonti sembra voler dare una strigliata alle banche per i tassi troppo alti sui finanziamenti. Sarà mica la solita pantomima? A proposito, ma la portabilità che fine ha fatto?

euribor3m





Chi si rivede? Euribor a 3 mesi sotto il 4%

24 11 2008

Nuovo significativo ribasso per i tassi Euribor con il contratto a tre mesi sceso oggi sotto la soglia del 4% assestandosi al 3,97% dal 4,021% della rilevazione di venerdì. Non scendeva sotto la quota del 4% dal 12 aprile 2007 quando il contratto fu fissato al 3,968%. In flessione anche il contratto a un mese (al 3,484% dal 3,543%) e quello a sei mesi (al 4,02% dal 4,065%). Due i fattori che contribuiscono alla continua flessione dei tassi che ormai scendono da circa sette settimane dopo aver toccato il massimo il 9 di ottobre. In primo luogo, proprio dagli inizi di ottobre, la Bce ha tolto il limite sulle aste accettando di soddisfare tutte le richieste in arrivo dalle banche. Gli istituti bancari dunque non fanno più conto principalmente sul mercato dell’interbancario per soddisfare le proprie esigenze di liquidità, ma guardano all’Eurotower che ha già fatto sapere di voler continuare con la strategia attuale anche dopo la scadenza di fine anno e almeno fino al 20 gennaio. In secondo luogo il mercato interbancario mette già in conto un nuovo deciso intervento sul costo del denaro da parte della Bce a dicembre: appare certo un taglio minimo di 50 punti base al 2,75% ma in molti puntano su una misura ancor più decisa, pari a 75 punti base al 2,50%.

tratto da articolo del Sole24Ore del 24 novembre 2008

Il termometro della crisi finanziaria sembra scendere al di sotto di una soglia importante, ma forse è più l’effetto del taglio dei tassi BCE, atteso tra pochi giorni, piuttosto che il sintomo di una crisi in via di risoluzione. Ancora manca all’appello il capitolo delle carte di credito che ha reso American Express tra le società bancarie/finanziarie più rischiose sul mercato: colpa dei tanti finanziamenti concessi tramite le molteplici carte di credito presenti nel portafoglio di molti consumatori americani.

Intanto un pò di sollievo per i mutui!!!!!!!!!!!!!!





Crisi finanziaria: a proposito di pronti contro termine

17 10 2008

Sono tra gli strumenti preferiti dalle famiglie italiane che li hanno riscoperti dopo un periodo di oblìo (anche per l’aggressiva – e tutt’altro che disinteressata – campagna di marketing del sistema bancario), che li prediligono per la loro semplicità, l’aliquota fiscale ridotta e il breve orizzonte temporale. Tanto che, negli ultimi mesi, complice anche la crisi finanziaria che ha scatenato la corsa agli investimenti liquidi, hanno messo a segno una crescita a doppia cifra. Ma i pronti contro termine non sono esenti da rischi (peraltro sinora solo ipotetici), non sono garantiti, non sono vigilati e soprattutto da mesi non tutelano il capitale dal l’inflazione. I pronti contro termine sono contratti (tradizionalmente della durata da uno a sei mesi, massimo un anno) in cui una banca riceve liquidità contro la vendita di titoli (di solito di Stato), impegnandosi al contempo con il cliente al loro riacquisto a termine e a un prezzo prefissato, che incorpora un rendimento. Secondo gli ultimi dati trasmessi dall’Associazione bancaria italiana, da gennaio del 2007 al giugno scorso la massa di liquidità allocata in p/t è aumentata quasi di un quarto, passando da poco meno di 97,5 a oltre 118,7 miliardi di euro. Un tasso di crescita più che doppio rispetto a quello medio della raccolta bancaria a breve che ha portato il “peso” di questi strumenti a un settimo del totale. Ma nelle ultime settimane, secondo numerosi operatori, i p/t hanno vissuto un boom che solo tra qualche giorno sarà nei radar delle statistiche del Centro studi Abi che elaborano i dati della Banca d’Italia. Da un lato, il crollo delle Borse ha scatenato tra i risparmiatori la ricerca di investimenti liquidi a breve termine: esattamente l’identikit dei p/t. Dall’altro, la crisi di fiducia tra gli operatori del credito ha esposto le banche all’”infarto” del mercato interbancario: l’esaurimento della liquidità ha sparato alle stelle il tasso Euribor, aumentando in modo esponenziale i costi di raccolta. Così gli istituti hanno potenziato una poderosa campagna di marketing che, tra p/t tradizionali, proposti allo sportello, e la loro versione hi-tech, presentata sui conti online, ha riportato in alto la raccolta. Un’operazione win-win, dunque? Non proprio. Come si può osservare dalla tabella in basso, che riporta dati Istat e Abi, i rendimenti dei pronti contro termine, pur situandosi nella fascia alta di quelli offerti dagli strumenti di liquidità, sono comunque inferiori all’andamento medio dell’Euribor (quello, per intenderci, ai quali sono agganciate le rate dei mutui a tasso variabile). Insomma, se il risparmiatore riceve un rendimento allettante, gli istituti di credito hanno una convenienza ancora maggiore, perché i p/t consentono loro di finanziarsi a tassi più bassi di quelli del mercato interbancario.
Ma sul fronte dei tassi c’è anche un altro problema: da maggio in avanti i rendimenti dei pronti contro termine, al netto dell’aliquota fiscale ridotta (al 12,5% invece del 27% di altre forme di investimento, come i libretti postali ordinari), hanno perso regolarmente la gara con l’inflazione. Il capitale, quindi, non è garantito dall’erosione del carovita. Un’area, quella delle garanzie, che presenta altre note dolenti. Se la Banca d’Italia vigila le banche e dunque l’uso dei pronti contro termine come strumenti di raccolta, questi contratti però non passano sotto la lente della Consob perché, in base alle norme sulla Mifid, non rientrano tra gli investimenti dotati di un prospetto. Inoltre, siccome non si tratta di depositi bancari ma di forme di investimento, non godono delle tutele del Fondo interbancario di garanzia.

tratto da articolo del Sole24Ore del 16/10/2008

Insomma se si vuole fare un pronti contro termine è bene sapere qual è il titolo sottostante: un Titolo di Stato o magarai un’obbligazione bancaria? A fronte di un’eventuale insolvenza della banca, costituisce un elemento di valutazione fondamentale.

Nel frattempo, nonostante l’ulteriore calo delle borse, causato dall’imminente fase di recessione economica, l’Euribor scende ancora di qualche centesimo: buon segno per la tenuta del sistema economico-finanziario mondiale, nonchè per i mutui a tasso variabile di tante famiglie.





Banche: i Governi si svegliano

15 10 2008

I paesi europei sembrano aver fatto mente locale (finalmente!) sullo stato di emergenza dell’intero sistema economico mondiale; non è più una crisi che riguarda grandi speculatori, bensì un cataclisma finanziario che rischia (o rischiava) di trascinare ciascuno di noi verso il baratro economico. Evidentemente, seppur in ritardo, anche i più riottosi a intervenire profondamente sul problema hanno ritenuto ormai ineludibile che i Governi diventassero primi attori: anche la BCE ha dovuto fare un’eccezione e abbassare i tassi d’interesse di ben mezzo punto.

Le buone notizie arrivano per fortuna dall’Euribor: il tasso al quale le banche si prestano denaro tra loro è sceso negli ultimi 3 giorni, forse proprio grazie all’intervento degli Stati europei a garanzia dei prestiti interbancari….. unica vera soluzione alla mancanza di fiducia tra le banche.





Mutui: sale la rata

3 09 2008

Tassi record a luglio per i contratti di mutuo stipulati dalle banche con le famiglie. Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, i tassi per i nuovi finanziamenti di oltre dieci anni legati all’acquisto di abitazioni sono saliti oltre il 6%. Tassi così alti non si registravano dall’agosto 2002. Il tasso medio per le nuove operazioni sale al 5,92% dal 5,84% di giugno mentre il taeg, comprende le spese di istruttoria, balza al 6,07% (5,98%).Va segnalato che il tasso euribor a tre mesi, parametro di riferimento per molti mutui variabili, a giugno ha raggiunto il massimo da fine 2000, attestandosi appena sotto il 5 per cento. L’euribor ad un mese, invece, aveva fatto un balzo improvviso sopra questa soglia a novembre 2007, per tornare poi intorno al 4,5% dove si è stabilizzato. Convenzione Abi-Tesoro per la rinegoziazione: aderisce il 92% del sistema bancario. Sono 407, per un totale di 30.634 sportelli, gli istituti di credito che hanno aderito alla convenzione Abi-Tesoro sulla rinegoziazione dei mutui casa. Lo apprende Radiocor. Le banche aderenti rappresentano oltre il 92% dell’intero sistema.

tratto da articolo de IlSole24Ore del 3/9/2008

Queste notizie sottolineano come la scelta di accensione di un mutuo dovrebbe esere guidata non tanto dal dilemma tasso fisso – tasso variabile, quanto piuttosto dalla domanda: “quanto è opportuno che mi imndebiti per comprare casa? Negli ultimi anni i bassi tassi d’interesse hanno fatto dimenticare a molti quale fosse il nocciolo del problema, spingendoli a fare il passo più lungo della gamba, assistiti magari da una banca interessata a piazzare i propri prodotti di finanziamento per guadagnare. I danni sono risultati peraltro  amplificati dal conseguente aumento dei prezzi degli immobili e successiva encessità di aumentare ulteriormente il fabbisogno di finanziamenti delle famiglie.





Mutui: critiche all’accordo Governo-ABI

22 05 2008

Il provvedimento del Governo in materia di mutui è cosa di questi giorni: si tratta in sostanza di un allungamento delle durate, concordato con le banche, per riportare in basso l’importo della rata mensile. Possiamo definirla una risposta strutturale al problema? Benchè apprezzabile sembra tuttavia una misura che non guarda in faccia le cause e che, pur alleggerendo il peso attuale per le famiglie, non cambia nulla dal puinto di vista strutturale. C’è infatti da chiedersi quali siano le cause di una tale situazione: un movimento inaspettato dei tassi  d’interesse o lo “consulenze” poco accurate (e in conflitto d’interesse) nei confronti di chi in questi anni aveva bisogno di un mutuo?

Ecco di seguito un articolo tratto Primapress.it su come l’ADUC commenta il nuovo provvedimento.

 

Ieri il Governo ha sbandierato un accordo con l’associazione delle banche prevedendo “un risparmio pari a circa 850 euro all’anno” per 1.250.000 famiglie circa. Peccato che la notizia sia falsa. Nel comunicato dell’Abi si legge che l’accordo non prevede alcun risparmio, ma solo una dilazione nel pagamento: si concede un ulteriore finanziamento (a tassi abbastanza agevolati: l’IRS decennale piu’ lo 0,5%). Le famiglie, quindi, non risparmieranno alcunche’, ma pagheranno ulteriori interessi! Il forte sospetto e’ che questa operazione sia un ulteriore tentativo di bloccare le surroghe che sono, invece, un vero risparmio per i mutuatari (e quindi un costo per le banche). In questi anni gli spread di mercato applicati ai tassi (fissi o variabili) dei mutui sono molto diminuiti. Sostituire un mutuo oggi implica, quasi sempre, avere uno spread piu’ basso. Con la negoziazione-beffa proposta dal Governo e dalla banca si applicherebbe lo stesso spread. Questa operazione consentirebbe alle banche di non perdere i vecchi mutui (tanto remunerativi per loro e tanto costosi per i clienti). Crediamo sia sintomatico che il Governo non abbia deciso di dare attuazione (manca ancora lo specifico decreto) a quanto gia’ previsto in materia nella Finanziaria 2008, cioe’ la sospensione di alcune rate da pagare quando si e’ in difficolta’. Ci rendiamo conto che faccia piu’ effetto populistico e mediatico un nuovo decreto che attuare una legge prevista dal precedente Governo di una maggioranza politica diversa, ma se al centro della propria politica ci fossero gli interessi dei mutuatari questi problemi dovrebbero essere affrontati in modo diverso. La falsa notizia del risparmio di 850 euro e’ figlia di questa logica e sintomatica di una partenza quantomeno sgradevole del nuovo Governo. La rinegoziazione proposta dal Governo e dall’Abi, puo’ essere utile a chi e’ in difficolta’ a pagare le rate aumentate (e non troverebbe alcuna soluzione migliore nel mercato), per cui e’ meglio bloccare la rata ai tassi del 2006, anche se questo implica un aumento degli interessi da pagare. Chi e’ in grado di pagare il vecchio mutuo a tasso variabile (o puo’ accedere ad una surroga con tassi migliorati) e’ bene che non faccia questa rinegoziazione perche’ non risparmia niente, anzi aumenta gli interessi da dare alla banca. In alcuni casi, una rinegoziazione (vera) del mutuo o una sostituzione dello stesso implica dei risparmi, ma non in questo. Vediamo come funziona questa rinegoziazione-beffa: 1) la nuova rata e’ al tasso medio del 2006, quindi -nell’immediato- si paga meno di oggi; 2) la differenza fra vecchia e nuova rata si paga attraverso un nuovo finanziamento che la banca concede al tasso IRS decennale piu’ lo 0,5% (oggi sarebbe circa il 5,1%); 3) se i tassi dovessero scendere e la vecchia rata fosse inferiore a quella rinegoziata, la differenza diminuirebbe il finanziamento col quale si sono pagate parte delle precedenti rate. Il tasso Euribor a sei mesi medio nel 2006 e’ circa il 3,5%, oggi e’ oltre il 4,8%: prima che questo accada passera’ molto tempo. Il grosso degli interessi, quindi sara’ gia’ pagato (accumulando un nuovo debito non indifferente). 4) quando si sara’ finito di pagare le rate previste dal vecchio mutuo, si continuera’ a pagare le rate fino al rimborso completo del nuovo finanziamento. Questa rinegoziazione implica quindi dei costi e mai un risparmio. Il Governo ha solo concordato con l’Abi un piano di finanziamento agevolato per pagare parte delle rate dei mutui a tasso variabile. Ci dispiace dirlo, ma sul fronte della tutela degli utenti bancari, il Governo e’ partito male.