Timori inflazionistici soffiano sull’Euribor

27 05 2009

Ve ne parlavo giusto qualche giorno fa in un mio post…. ora ne parla anche il Sole24Ore (chissà se leggono questo blog?!).

Dopo quasi otto mesi di discesa praticamente ininterrotta che ha portato i tassi interbancari ai minimi storici, cinque sedute consecutive di risalita dei tassi interbancari sono un segnale da non sottovalutare. Due gli ordini di fattori che stanno deteminando questo cambio di rotta. «Si fa più concreto – spiega al Sole 24Ore.com Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – il timore di un aumento dell’inflazione nei prossimi mesi, causato dalla forte immissione di liquidità nel sistema finanziario. Una ripresa dell’economia verso fine anno spingerebbe le quotazioni del petrolio e quindi anche l’indice dei prezzi». Punto numero due: «Il mercato – continua Drusiani – inizia a scontare il fatto che la Banca centrale europea potrebbe cambiare idea rispetto alle recenti analisi esposte dal presidente Trichet, secondo il quale i tassi all’1% potevano non essere il limite minimo». Secondo le previsioni di Aritma I.F. per il Sole24ore.com sui tassi a medio-lungo termine peserà la massa di debito pubblico che i governi hanno accumulato per fronteggiare la crisi.

Si, insomma… notizie non tanto carine per la futura rata del mutuo degli Italiani, soprattutto con l’aria che tira.





Tremonti Bond? Meglio rivoltare le banche come un calzino

8 03 2009

Sul Sole24Ore un’interessante spiegazione su come funzionano i cosiddetti Tremonti Bond: uno strumento destinato a essere sottoscritto dal Tesoro ed eventualmente da investitori istituzionali, nato per spingere le banche a non restringere il credito… ma forse sarebbe meglio una maggiore presenza dello Stato nella gestione delle banche per separare ciò che è giusto salvare da ciò che deve fallire.





Separare (salvare) la banca tradizionale (e noi tutti) dalla banca speculativa (il banchiere fallito e cinico)

7 03 2009

«Lo Stato incoraggia e tutela il risparmio, disciplina e controlla l’esercizio del credito». È attorno alla citazione dell’articolo 47 della Costituzione («In questo momento il più importante») che si muove l’intervento del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nel suo intervento ad un congresso sul futuro delle piccole e medie imprese a Busto Arsizio. Il ministro ha citato il testo dell’articolo, chiarendo che il Governo non pretende «che le banche smettano di fare le banche», ma che facciano qualcosa in più con i nuovi strumenti». Secondo Tremonti è necessario salvare le famiglie, il lavoro, le imprese e la parte buona delle banche. «Ma non possiamo salvare i banchieri falliti anche se è quello che si tenta di fare in troppe parti del mondo», ha detto il ministro, aggiungendo con una battuta che le banche dovrebbero agire con la saggezza del “bonus pater familias”, quando invece «troppe volte in banca si è pensato più al bonus che alle famiglie». Mercoledì prossimo, ha spiegato il responsabile dell’Economia, il ministro dell’Interno Maroni incontrerà tutti i prefetti d’Italia per spiegare il funzionamento dell’osservatorio per il credito, affinchè i cosidetti Tremonti-Bond possano effettivamente raggiungere il loro scopo e finanziare le imprese. «Per evitare che le banche si tengano questi fondi – ha spiegato Tremonti – attiveremo osservatori per il credito, che riguarderanno tutte le banche e non solo quelle che hanno richiesto i bond. Questo non significa – ha spiegato – commissariare le banche, ma significa trasparenza ed evidenza». Il ministro ha chiarito che i prefetti non avranno il potere di dominare sugli istituti di credito: «Al tavolo siederanno industriali, sindacati, camere di commercio ed anche la stampa: non saranno tavoli di scontro ma di incontro in cui si cercheranno soluzioni», ha aggiunto il ministro. Tremonti, infine, ha ribadito la volontà del Governo di preservare «la coesione sociale e conservare l’apparato industriale», ma ha anche ammonito la stampa, d’intesa con il presidente del Consiglio Berlusconi, a non produrre allarmismo: «I media stanno producendo un effetto distorsivo di sfiducia, una delle basi per andare avanti è smettere di farci del male».

tratto da articolo del Sole24Ore del 7/9/2009

Anche il Ministro ell’Economai comincia a distinguere. Il fatto di dire che non si possono salvare tutti può sembrare causa di scenari tragici: default, dissesti, ecc.. In realtà, se riflettiamo bene, ciò che conta davvero è salvare “la parte buona delle banche”, quella che fornisce il credito alle imprese, al mondo che produce e che fa andare avanti l’economia: Del resto chiediamoci: “E’ davvero un problema se fallisce la divisione di una banca che si occupa di fare speculazioni sui mercati finanziari?” Secondo me no e come il sottoscritto comincia  a pensarla così anche chi consiglia da vicino il Presidente Obama (leggete questa notizia in inglese da Bloomberg)!

Separariamo l’attività bancaria tradizionale (depositi e prestiti) dall’attività di finanza speculativa/creativa!





Macquaire: niente più finanziamenti ipotecari in Italia

6 08 2008

MacQuarie è la banca australiana che ha deciso di chiudere le attività di credito ipotecario aperte tre anni fa in Italia e che fino ad ora era stata considerata una roccaforte del risparmio “sicuro ”. Questo gesto rappresenta un campanello d’allarme sui mutui anche per il nostro paese. Infatti, gli stessi recruiter non sembrano aspettarsi alcun segnale di miglioramento, almeno fino al 2009. Le scorse settimane MacQuaire ha annunciato la “cessazione dell’attività di erogazione di nuovi mutui”, viste le ultime stime di Bankitalia presentate dal governatore Mario Draghi il 31 maggio, che parlavano di una maggiore difficoltà per gli italiani di pagare il mutuo. Ora, anche la Penisola si scopre vulnerabile rispetto al disastro dei mutui avvenuto negli Usa.

tratto da comunicati-stampa.net del 29/07/2008 (autore: Monica Mazzanti di Ogami)

Più che essere allarmistica, la notizia evidenzia la necessità di aspettare ancora diverso tempo per un ritorno del settore dei finanziamenti a dei mutui ad una situazione di normalità.





Calano i profitti delle banche

27 05 2008

La crisi dei subprime Usa è passata come un ciclone sulla finanza mondiale, spazzando anche i conti dei big del credito. Addio ai pingui profitti del 2006 quando, con un risultato corrente cresciuto del 15%, le banche europee avevano potuto festeggiare il miglior anno del decennio. Ma, a mettere in fila i dati più recenti sulle perdite delle grandi banche internazionali – come ha fatto R&S-Mediobanca nell’ultima indagine dedicata al comparto – si scopre che a farne le spese più di tutti non è stata una banca americana bensì la svizzera Ubs, una volta quasi sinonimo di conservatorismo nel credito. Nel semestre orribile che va da ottobre 2007 a marzo 2008, il numero uno elvetico ha riportato perdite complessive per 14,8 miliardi di euro. È andata meglio (si fa per dire) Citigroup, che pur operando nell’epicentro del terremoto finanziario, è arrivata solo seconda con un passivo di 9,9 miliardi. Benitenteso, non si tratta solo di mutui allegri, perché il risultato netto recepisce tutte le perdite del conto economico. Per esempio SocGen deve principalmente ai derivati fuori controllo i 3,35 miliardi di rosso dell’ultimo trimestre 2007, solo parzialmente compensato dal ritorno all’utile, per 1,1 miliardi, dei primi tre mesi del 2008. Le italiane, meno esposte al fenomeno, se la sono cavata, mantenendo i conti in attivo, ma rinunciando ai superprofitti dell’anno prima. Solo nei primi tre mesi del 2008, a Unicredit e IntesaSanPaolo sono venuti a mancare oltre 3,2 miliardi di utili netti rispetto allo stesso periodo del 2007, quando non c’era ancora avvisaglia della crisi mondiale. E tuttavia, il conto economico riflette solo metà della storia, perché se si guarda al portafoglio titoli delle banche (questa volta i dati sono riferiti al 2006), dove si trovano anche le cartolarizzazioni dei mutui, si scopre che per esempio le americane classificano come “disponibili per la vendita” il 51,2% dei titoli, le cui minusvalenze finiscono per pesare sul patrimonio netto, decurtandolo. Per le banche Usa solo la metà dei titoli (il 48,7%) è detenuta per negoziazione, nel qual caso le perdite potenziali vanno a deprimere gli utili. Per le banche europee l’insidia patrimoniale è limitata al 31,7% del portafoglio, contro il 65,3% che, in caso di problemi, minaccia invece i profitti. Ma vogliamo parlare anche delle perdite su crediti? Qui la finanza non c’entra, ma le banche hanno iniziato ad avere la mano pesante già nella prima metà del 2007.Tant’è che l’anno scorso negli Usa le svalutazioni crediti hanno raggiunto un picco del 28% dei ricavi. Le americane sono corse però subito ai ripari con iniezioni di capitale così da non compromettere il coefficiente di stabilità,confermato al 12%,mentre da un anno all’altro quelle europee, per l’aumento delle posizioni a rischio, hanno visto il parametro scendere dall’11,7% all’11%. Peraltro mentre la copertura dei crediti dubbi è sempre integrale negli Usa, in Europa è del 68%, in Giappone del 66%. Tra finanza allegra e crediti facili, comunque, a farne le spese sono state anche le casse statali: 20 miliardi di dollari di introiti in meno per il fisco americano nel 2007, 11 miliardi di euro in meno per le amministrazioni del Vecchio continente. Peraltro le banche europee godono di un tax rate più favorevole rispetto alle sorelle americane: 24,1 contro 32,2 (nel 2006). Nei nove anni che vanno dal 1998 al 2006, se le banche europee avessero avuto lo stesso trattamento delle statunitensi, avrebbero pagato maggiori imposte per 66 miliardi. Forse non è un caso che l’Europa del credito vinca la sfida del Roe: 19,8% nel 2006 contro il 18% delle banche Usa (il 13,3% delle cinesi, e appena il 9,9% delle giapponesi). Non c’è però solo il Fisco a spiegare la maggior redditività del credito nel Vecchio continente. Nel periodo ‘98-2006, infatti, le banche europee hanno visto aumentare i ricavi per dipendente del 42% a fronte di un aumento del costo del lavoro pro capite del 36%. Dinamica inversa sull’altra sponda dell’Atlantico, dove l’aumento del costo del lavoro pro-capite (+52%) è stato superiore all’incremento della produttività (+46%). Fa storia a sè l’Italia: i ricavi per addetto nello stesso periodo sono cresciuti solo del 6%, ma il costo del lavoro unitario, grazie anche all’espansione verso l’Est europeo, è addirittura sceso del 4 per cento. Ma dove le differenze sono ancora abissali è nel grado di concentrazione del sistema. Se l’aggregato delle banche taglia extralarge censite da R&S si è sfoltito in otto anni, passando da 109 a 66, l’istantanea delle tre macro-aree occidentali è tutt’altro omogenea. Le europee sono grandi, grandissime per dimensioni assolute e in termini relativi a casa loro, ma le prime cinque banche nel 2006 contavano solo per il 30% sultotale dell’attivo nel complesso continentale, contro l’80% in Giappone o il 75% negli Stati Uniti. Come dire: l’euro ha unito le valute, ma nel credito i confini nazionali dividono ancora.

tratto dal sito del Sole24Ore del 27/05/2008

Con le lacrime agli occhi per i pochi profitti realizzati dal sistema bancario, voglio solo ricordare quanto detto in questi giorni dal grande finanziere Warren Buffett: “…le banche, e solo loro, sono responsabili della crisi finanziaria. Si sono esposte oltre ogni logica, assumendo così rischi troppo elevati. E’ talmente evidente la loro colpa che non vale assolutamente la pena cercare altri responsabili”.





Finanziamenti personali: una nuova bolla?

19 05 2008

Gli italiani che chiedono i finanziamenti più «pesanti»? Nel 2007 la palma è toccata agli abitanti di Chieti: l’importo medio per pratica di prestito personale, 14.882 euro, ha portato i residenti della provincia abruzzese in cima alla classifica nazionale. Secondi i viterbesi, con 14.579 euro, e terzi i ragusani, con 14.560. Lo testimoniano le analisi di Crif Decision Solutions su Eurisc, il sistema proprietario di informazioni creditizie che solo nello scorso anno ha registrato i dati di svariati milioni di pratiche di credito al consumo. Secondo i dati della società bolognese – che dalla fondazione nell’88 a oggi è divenuta un operatore internazionale di sistemi di informazioni creditizie – sono invece i residenti in provincia di Pesaro e Urbino gli italiani più «parchi» nel ricorrere alla leva del debito. Gli ultimi nella classifica delle 107 province d’Italia l’anno scorso hanno acceso prestiti personali per un valore medio di “appena” 10.350 euro a pratica, seguiti dai triestini con 10.580 euro e dai parmensi con 10.669. Ma i dati non cambiano solo da provincia a provincia: ogni segmento del credito al consumo ha tendenze peculiari. Se tra i prestiti personali, quelli con le erogazioni medie per pratica più “pesanti”, la forbice della differenza tra il massimo di Chieti e il minimo di Pesaro-Urbino rispetto alla media nazionale (12.388 euro) è inferiore al 37%, nel segmento più “leggero” dei prestiti finalizzati è molto più ampia la differenza tra i primi e gli ultimi in classifica. Dagli 8.400 euro medi per pratica erogata a Bolzano ai 4.496 di Brindisi c’è infatti un divario di 63 punti percentuali rispetto alla media nazionale (6.186 euro). Le motivazioni di questa geografia a macchie di leopardo sono molteplici. Non influiscono solo fattori economici, come le differenze nel reddito disponibile o le dinamiche dei tassi di interesse. «Bisogna sempre ricordare che il ricorso al credito, oltre che dall’economia, è influenzato anche da fattori che attengono alla cultura e agli atteggiamenti delle famiglie», spiega Silvia Ghielmetti, direttore di Crif. «L’Italia, dopo gli anni del boom, si sta avvicinando a una fase di maturità del settore, con caratteristiche nazionali peculiari rispetto a quelle dei Paesi del nord Europa». La corsa continua, insomma, ma il ritmo sta calando. «L’importo medio dei prestiti personali erogati l’anno scorso in Italia è aumentato dell’8% rispetto al 2006, mentre per i prestiti finalizzati l’incremento annuo si è fermato a quota 7,6%», spiega Daniela Bastianelli, senior analyst di Crif. «Il trend premia i prestiti personali rispetto a quelli finalizzati per le diverse politiche commerciali degli operatori e per il differente numero di pratiche erogate».
C’è poi un effetto della leva pubblica. Bastianelli spiega che «negli ultimi due anni le dinamiche dei consumi durevoli sono state sostenute anche dalle agevolazioni fiscali e dagli incentivi, rinnovati nell’ultima Finanziaria, sia per politiche di efficienza energetica degli elettrodomestici “bianchi” sia per il settore auto, che nel 2007 ha registrato un discreto numero di immatricolazioni». Un ruolo ce l’ha anche la psicologia: «, Pur crescendo meno del 2006, resta un interesse specifico per i prestiti finalizzati dedicati agli acquisti di beni durevoli. La domanda è concentrati sull’elettronica di consumo. Una dinamica sostenuta dall’innovazione tecnologica e dalle mode, che spingono a rinnovare di frequente questi prodotti, anche grazie al sostegno di politiche commerciali di dilazione dei pagamenti a tassi promozionali», conclude Bastianelli. Nell’anno delle Olimpiadi e degli Europei di calcio c’è da scommettere che l’appeal di maxischemi tv ultrapiatti e cellulari 3G non mancherà di farsi sentire.

trattto dal sito del Sole24Ore del 19/5/2008

Una nuova bolla? Nel frattempo i costumi nazionali, storicamente orientati al risparmio, sono stati modificati dall’evoluzione negativa dei redditi! 





Social lending: credito e web 2.0

21 11 2007

Dopo aver stravolto il mondo della tv e della musica con siti come MySpace o YouTube, la rivoluzione web 2.0 sbarca nel settore del credito. In questi giorni prendono il via in Italia i primi esperimenti di social lending. Portali in stile web 2.0 dove un privato disposto a prestare denaro potrà incontrare chi ne ha bisogno, raggiungere un accordo e concludere la trattativa senza l’intermediazione di una banca o di una finanziaria, riuscendo così ad avere prezzi più bassi e interessi più convenienti. Il primo si chiama Zopa.it ed è la versione italiana di un sito lanciato in Inghilterra dalla banca online Egg e dagli stessi investitori di eBay e Skype. A Zopa si aggiunge ora l’iniziativa di Boober, società olandese che ha creato una joint venture per l’Italia con Centax. Obiettivo, dare la possibilità di prestare e prendere in prestito denaro tramite il web a tassi più bassi di quelli bancari, tra il 5,50 e il 7,50 per cento. Altri esperimenti del genere sono nati negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.
Certo le somme prestate sono di piccola entità e il fenomeno non sembra poter impensierire i grossi istituti di credito, ma la loro popolarità è in crescita. Zopa, che quest’anno ha ricevuto il Webby Award (gli oscar del web secondo il New York Times) come miglior sito nella categoria “Best Banking/Bill Paying website,” in due anni è arrivato a contare 175mila iscritti. «Zopa Italia punta ad arrivare a 80 mila utenti iscritti», dice a IlSole24Ore.com Carlo Vitali, marketing manager della neonata società.
Come funzionano. Nella community di Zopa.it si incontrano il richiedente (chi ha bisogno di un prestito) e il prestatore (chi investe il proprio denaro prestandolo ad altri). Il sito, in sostanza, funge da intermediatore guadagnandoci con delle commissioni. Le condizioni di credito possono variare a seconda di quanti rischi è disposto a prendersi chi presta denaro. Ad ogni richiedente infatti è assegnato un grado di affidabilità (A+, A, B, C) che è come il rating per le società. Il giudizio viene dato incrociando la storia creditizia dell’utente (basata sulla banca dati Experian) con le informazioni richieste nel form di applicazione (tipo il reddito, la professione ecc.). Chi accetta di prestare a clienti poco affidabili verrà premiato con un tasso d’interesse più alto e viceversa. Anche Boober può essere usato per prestare o ricevere in prestito denaro e chiede i dati necessari a classificare la solvibilità attribuendo un rating proprio come succede per le emissioni obbligazionarie da parte delle agenzie alla Moody’s. In genere si gioca su piccole somme, tra i 2000 e i 10000 euro, da restituire entro 5 anni. L’internauta finanziatore, dopo la registrazione, può scegliere il tipo di investimento, la cifra da investire a quali tassi e con quali rischi. A Boober, però, va il 10% del rendimento.
Investimenti rischiosi ma redditizi. L’investimento su Zopa.it si basa sul rischio cliente e pertanto prevede una forbice di tassi più ampia della media (dal 6 all’11% secondo le previsioni). «Dubito che un prodotto di questo tipo possa avere successo nel mercato italiano – commenta Fabio Picciolini di Adusbef – Non siamo abituati a investimenti così rischiosi e a spread così ampi. La stessa legislazione pone molti più paletti rispetto ai paesi come l’Inghilterra o gli Stati Uniti dove questo fenomeno è partito». Zopa Italia ha le sue ricette per far “digerire” il rischio ai consumatori italiani. Innanzitutto la rigorosità nel dare il grado di affidabilità. «Se un utente non può dimostrare di avere un reddito sicuro, come uno studente, è automaticamente escluso». E poi la diluizione del rischio. Ogni prestito è frazionato tra 50 richiedenti. «Se uno dei miei debitori è insolvente – spiega Vitali – su un prestito di 10mila euro rischio al massimo 200 euro». Ma soprattutto i costi molto bassi. «Mediamente una banca o una finanziaria chiedono il 7 o l’8% di intermediazione. Noi arriviamo al massimo al 2%». La novità, è la scommessa di Zopa Italia, non spaventerà, ma sarà il traino del social lending nel nostro paese. «Prima che aprissimo 3000 persone si erano già prenotate un nickname sul nostro sito – fa sapere il marketing manager Carlo Vitali – da quando è attivo il sito poi, la nostra community è arrivata a contare 5000 utenti. Il popolo della rete ha mostrato di gradire la novità di Zopa.it».
Il credito “peer to peer” negli Usa. Il sistema dei prestiti peer to peer è attivo da diverso tempo negli Stati Uniti. Sono tre i principali siti: Lendingclub.com, Globefunder.com e Prosper.com. Quest’ultimo è stato il primo negli States. Aprendo la sua homepage si vede una lista di foto. Sono gli utenti del sito che rendono pubblico, oltre che la propria faccia, anche quanto hanno chiesto in prestito, quanto finora hanno restituito e a che tasso d’interesse sarebbero disposti a prestare il proprio denaro. Si perchè su Prosper.com non c’è separazione tra prestatori e richiedenti, ogni utente può passare da debitore a creditore. Con commissioni tra l’1 e il 2% su prestiti annuali, Prosper ha raccolto finora 40 milioni di dollari. Un altro portale molto famoso è Lendingclub.com. Come Zopa, anche lendingclub funziona con i giudizi di affidabilità. Le classi però sono molte di più. Un utente molto affidabile di classe A1 può ottenere prestiti con un interesse del 7,12%. Uno di classe G1 può arrivare al massimo ad un tasso del 17,86. L’ultimo arrivato si chiama Globefunder.com. Online da ottobre, il sito sta raccogliendo adesioni in vista dell’avvio delle contrattazioni tra i suoi utenti. L’azienda ha base a Kalamazoo, nel Michigan, ma ha una rete dei soci in tutto il mondo. 

(tratto da articolo di Corriere.it del 20 novembre 2007)

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/11/credito-2-punto-zero.shtml?uuid=df7b57ba-974a-11dc-be8b-00000e251029&DocRulesView=Libero&area=box09

Il web 2.0 che si integra con il mondo del credito….. un nuovo modello di business….. un’opportunità illuminante per tutti o un rischio di ulteriori eccessi nel settore finanziario? Credo proprio che si potrebbe approfondire il tema, di cui ho letto in questo articolo per la prima volta.





Profitti in calo nelle banche

16 10 2007

Merrill Lynch ha lanciato un allarme profitti sul terzo trimestre annunciando che il periodo si concluderà con una perdita di circa 50 centesimi ad azione. Sui conti peseranno svalutazioni volontarie per circa 4,5 miliardi di dollari dovute alla crisi dei mutui subprime e al conseguente tracollo delle cartolarizzazioni di settore. La banca d’investimenti americana vede però un graduale miglioramento nel quarto trimestre. e nondimeno rimane cauta sull’outlook di più lungo periodo anche perché il mercato delle cartolarizzazioni rimane difficile dopo la crisi di agosto. «Sebbene le condizioni dei mercati fossero alquanto difficili e la turbativa dell’attività senza precedenti – ha detto l’amministratore delegato Stan O’ Neal – siamo nondimento delusi dalle performance delle nostre divisioni attive nelle cartolarizzazioni di mutui. Possiamo fare meglio nel gestire questo tipo di rischio, così come abbiamo fatto per altre classi di asset, incluse le attività di trading, di investimento e di compravendita di valute». Continuano comunque a farsi sentire le conseguenze della sovraesposizione di alcune grandi banche – che da agosto stanno ripulendo i bilanci e in alcuni casi rivoluzionando il top management – agli investimenti in obbligazioni strutturate sui mutui ad alto rischio americani. Le recenti trimestrali, che Wall Street attendeva con timore per quantificare i danni del terremoto finanziario dell’estate, si chiude così con un sostanziale pareggio: Goldman Sachs, la investment bank numero uno nel mondo, è stata l’unica a potere vantare una crescita grazie ad altre attività pura accusando perdite legate ai mutui, Lehman Brothers ha contenuto i danni, mentre Morgan Stanley e Bear Stearns hanno pagato il conto più salato. In Europa hanno accusato il colpo sia il colosso svizzero Ubs (la rivale Crédit Suisse ha dribblato l’ostacolo) che la banca numero uno in Germania, Deutsche Bank, che mercoledì ha annunciato perdite per 350 milioni di euro nell’investment banking. (Al.An.)

(tratto dal sito del Sole 24Ore del 5 ottobre 2007)

La punta di un iceberg?





Ancora sul subprime!

25 09 2007

Ammontano a circa 200 miliardi di dollari le perdite di sistema registrate da febbraio 2007 dal settore dei mutui «subprime», concessi alla clientela con giudizio di credito non eccellente, e alle relative cartolarizzazioni e strumenti finanziari, superando di 30 miliardi le precedenti previsioni più negative: sono le stime degli esperti del Fondo monetario internazionale, contenute nel Global Financial Stability Report. Si tratta di un’indicazione approssimativa in quanto «i timori su liquidità e incertezza dei mercati potrebbero aver spinto ancora più al ribasso i valori dei titoli, fin sotto quello degli asset in garanzia».

Il Fondo monetario mette sotto tiro agenzie di rating e turbolenze dei mutui «subprime» sui mercati: malgrado i correttivi apportanti dopo l’esplosione della crisi, «restano ampi problemi di metodologie e processi di valutazione dei prodotti di credito strutturato». Gli esperti del Fmi sottolineano come, dopo una prima impennata di downgrade di Abs decisa dalle agenzie di rating ad aprile ne è seguita poi un’altra più pesante, nel pieno della crisi subprime, a luglio, agosto e settembre.Spesso, rileva il rapporto, gli interventi al ribasso hanno interessato in modo pesante (anche di 3-4 livelli) emissioni che godevano della «tripla A», cioè del miglior giudizio di credito.La drastica revisione è stata a vario titolo giustificata con la «perfomance più debole delle aspettative dei mutui, soprattutto in relazione a quelli erogati negli ultimi anni, con l’articolazione del rischio e la scarsa qualità dei dati». Allo stato, le agenzie hanno aggiustato il tiro, prevedendo ad esempio un peggioramento del mercato immobiliare, ben oltre le stime iniziali, così come nel caso delle insolvenze. Sono misure che lasciano dubbi, secondo i tecnici di Washington. Ad esempio, i prodotti di credito strutturato avranno «prevedibilmente una correzione più pesante». In più, prevedere un peggioramento per i mutui significa avere un effetto domino sugli Abs e sui Cdo, sugli strumenti finanziari che hanno come collaterale i prestiti stessi. Inoltre, il rating sul credito valuta solo il rischio d’insolvenza e non i rischi di mercato e liquidità: «questo sembra essere sottostimato da molti investitori».

I rischi del credito e dei mercati finanziari sono aumentati, così come la volatilità: la correzione in corso, partita dal peggioramento della disciplina del credito degli ultimi anni riscontrabile soprattutto nei settori «nonprime mortgage» e «leveraged loan market» degli Stati Uniti, «è prevedibile debba andare ancora avanti». Malgrado «la significativa correzione in corso nei mercati finanziari, la crescita globale resta solida». Le condizioni del credito «potrebbero non tornare normali a breve e – rimarcano gli esperti del Fmi – alcune pratiche che si sono sviluppate nei comparti del credito strutturato devono cambiare».

(articolo tratto dal sito del Sole 24Ore del 25 settembre 2007)

Dopo la FED, anche il Fondo Monetario Internazionale espone le proprie opinioni, forse ancora più pungenti e approfondite, sia sul ruolo delle agenzie di rating che sulle magagne di un’ingegneria finanziaria diventata troppo “maliziosa”.