Le banche si salvano, cambiano nome….. tanto paga pantalone!

11 06 2009

Un nuovo nome, un restyling al logo e una campagna pubblicitaria con un solo obiettivo: rassicurare. Questa la strategia di molte banche e finanziarie americane per recuperare la fiducia dei clienti, finita ai minimi storici per via della crisi finanziaria. Tra le società più colpite dagli scandali, diverse hanno scelto di «mettere in candeggina» la propra immagine, cambiando nome e logo, coniando nuovi slogan allo scopo di rendersi rassicurante agli occhi degli investitori. Il New York Times, in un lungo articolo, ha preso in esame diversi casi. Come ad esempio quello di Ally bank, un tempo conosciuta come Gmac Bank, braccio finanziario di General Motors (il colosso dell’auto Usa recentemente finito in bancarotta). Nel mese di maggio si è scelta il nuovo nome («Banca Alleata» cioè «una banca amica»), un nuovo logo, un nuovo slogan («Facciamo i soldi con te, non senza di te») e una campagna di spot televisivi per promuovere il nuovo brand (eccone un esempio).  C’è poi Bank of America che dopo aver acquistato Countrywide Financial ha pensato bene di cancellare definitivamente il nome della finanziaria specializzata in mutui immobiliari (diventata un simbolo della crisi subprime). Basta aprire Countrywide.com per accorgersene. Il sito rimanda direttamente quello della controllante. Altro caso emblematico è quello di Aig (il colosso delle assicurazioni salvato dal crac grazie a 85 miliardi dei contribuenti americani) e il suo nuovo brand Aiu (American International Underwriters). C’è poi la RedneckBank, divisione online della Bank of the Wichitas. Redneck (la banca sudista) cerca un contatto diretto e leggero col cliente. Ha una mascotte (un cavallo), un sito internet decisamente insolito per un istituto di credito e uno slogan assolutamente originale: «Ecco a voi la banca divertente».  «Prima è arrivato il salvataggio, adesso arriva la messa a lucido» commenta sarcastico il New York Times, che sottolinea l’importanza di un rilancio pubblicitario del marchio, troppo legato a vicende disastrose per molti investitori. Ben 10 banche sono state autorizzate dal Tesoro a restituire gli aiuti pubblici del Tarp (il piano salva-banche del Governo americano). Ma questo non basta per ripulire un’immagine ormai distorta. Secondo alcune stime ci vorranno almeno 20 anni prima che si dissipi la rabbia popolare e lo scetticismo nei confronti degli istituti di credito statunitensi.  Funzionari della Casa Bianca hanno citato la mancanza di fiducia del pubblico come un problema centrale per l’industria. Studi di marketing hanno confermato che è crollato il valore di alcuni marchi bancari. È difficile per le banche sapere esattamente quanto si stia spostando l’umore del pubblico. Nel mese di gennaio, per esempio, Bank of America ha mandato in onda uno spot televisivo chiamato «andare avanti». Nello spot si aprono diverse porte: su un fienile, una cabina di pilotaggio di un aereo, ascensori, fabbriche. Un simbolo di come cambia il mondo e di come la banca può essere un’alleata nelle diverse scelte della vita. Altri giganti, come Citigroup, puntano sul basso profilo: meno pubblicità, maggiori investimenti in iniziative filantropiche e migliori relazioni con i media.

tratto da articolo del Sole24Ore del 10/06/2009

Ecco cosa succede quando, di fronte alla crisi bancaria più feroce di tutti i tempi, chi di dovere non ha il coraggio di muovere uno spillo. In tanti mesi neanche l’ombra di una riforma bancaria, ma solo tanta tanta moneta stampata dalle banche centrali. Finchè dura….. Grazie Bernanke





Signore e Signori….. il signoraggio!

29 05 2009

Ehm….. vogliamo parlare di signoraggio?





Timori inflazionistici soffiano sull’Euribor

27 05 2009

Ve ne parlavo giusto qualche giorno fa in un mio post…. ora ne parla anche il Sole24Ore (chissà se leggono questo blog?!).

Dopo quasi otto mesi di discesa praticamente ininterrotta che ha portato i tassi interbancari ai minimi storici, cinque sedute consecutive di risalita dei tassi interbancari sono un segnale da non sottovalutare. Due gli ordini di fattori che stanno deteminando questo cambio di rotta. «Si fa più concreto – spiega al Sole 24Ore.com Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – il timore di un aumento dell’inflazione nei prossimi mesi, causato dalla forte immissione di liquidità nel sistema finanziario. Una ripresa dell’economia verso fine anno spingerebbe le quotazioni del petrolio e quindi anche l’indice dei prezzi». Punto numero due: «Il mercato – continua Drusiani – inizia a scontare il fatto che la Banca centrale europea potrebbe cambiare idea rispetto alle recenti analisi esposte dal presidente Trichet, secondo il quale i tassi all’1% potevano non essere il limite minimo». Secondo le previsioni di Aritma I.F. per il Sole24ore.com sui tassi a medio-lungo termine peserà la massa di debito pubblico che i governi hanno accumulato per fronteggiare la crisi.

Si, insomma… notizie non tanto carine per la futura rata del mutuo degli Italiani, soprattutto con l’aria che tira.





L’Euro e i paradossi della crisi.

22 02 2009

E’ un periodo davvero strano! La crisi economica sembra mettere in dubbio ogni nostra certezza e la cosa più incredibile è che vengono messe in discussione anche quelle opinioni generalmente negative che abbiamo sentito negli ultimi anni, ad esempio sull’Euro. Ma è davvero così?

Da una parte abbiamo i cosiddetti “catastrofisti”, secondo cui l’euro andrà incontro inevitabilmente al proprio dissolvimento, sotto i colpi della crisi. Dall’altra c’è chi, all’interno della BCE, sottolinea che solo dentro l’eurosi può essere protetti. Ecco il parere di Bini Smaghi tratto da articolo del Sole24Ore del 23 febbraio 2009…..

Chi è fuori dall’area Euro vuole entrarvi rapidamente perché «fuori dall’area dell’euro non si è protetti»: lo ha detto Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Banca Centrale Europea, parlando a margine della presentazione del suo libro ‘Il paradosso dell’Euro’ a Firenze, nell’ambito di Eunomiamaster. «Se dovessi cambiare qualcosa cambierei il titolo – ha detto Bini Smaghi – la crisi ha dimostrato che l’Euro non è un paradosso, i cittadini hanno capito che senza l’Euro sarebbe molto peggiore, e la dimostrazione è che i Paesi che stanno fuori dall’area dell’Euro vogliono entrare rapidamente». Un atteggiamento adottato da questi Paesi, secondo l’esponente della Bce, dal momento che «questa crisi economica li colpisce di più perché porta a fermare un po’ i flussi di capitale che si erano riversati verso questi paesi in tutti questi anni, a far deprezzare il cambio. Per i Paesi che stanno fuori – ha sottolineato – non è escluso un percorso virtuoso, che li porti a mettere in atto quegli aggiustamenti che potrebbero consentire loro di raggiungere i criteri di convergenza molto piu’ rapidamente. Certo la fase di aggiustamento immediata è difficile. Non è una cosa positiva, ma da questa crisi bisogna cercare di trarre insegnamenti – ha concluso Bini Smaghi – molti di questi paesi stanno cercando di accelerare anche per creare consenso politico per accelerare le riforme».





Chi si rivede? Euribor a 3 mesi sotto il 4%

24 11 2008

Nuovo significativo ribasso per i tassi Euribor con il contratto a tre mesi sceso oggi sotto la soglia del 4% assestandosi al 3,97% dal 4,021% della rilevazione di venerdì. Non scendeva sotto la quota del 4% dal 12 aprile 2007 quando il contratto fu fissato al 3,968%. In flessione anche il contratto a un mese (al 3,484% dal 3,543%) e quello a sei mesi (al 4,02% dal 4,065%). Due i fattori che contribuiscono alla continua flessione dei tassi che ormai scendono da circa sette settimane dopo aver toccato il massimo il 9 di ottobre. In primo luogo, proprio dagli inizi di ottobre, la Bce ha tolto il limite sulle aste accettando di soddisfare tutte le richieste in arrivo dalle banche. Gli istituti bancari dunque non fanno più conto principalmente sul mercato dell’interbancario per soddisfare le proprie esigenze di liquidità, ma guardano all’Eurotower che ha già fatto sapere di voler continuare con la strategia attuale anche dopo la scadenza di fine anno e almeno fino al 20 gennaio. In secondo luogo il mercato interbancario mette già in conto un nuovo deciso intervento sul costo del denaro da parte della Bce a dicembre: appare certo un taglio minimo di 50 punti base al 2,75% ma in molti puntano su una misura ancor più decisa, pari a 75 punti base al 2,50%.

tratto da articolo del Sole24Ore del 24 novembre 2008

Il termometro della crisi finanziaria sembra scendere al di sotto di una soglia importante, ma forse è più l’effetto del taglio dei tassi BCE, atteso tra pochi giorni, piuttosto che il sintomo di una crisi in via di risoluzione. Ancora manca all’appello il capitolo delle carte di credito che ha reso American Express tra le società bancarie/finanziarie più rischiose sul mercato: colpa dei tanti finanziamenti concessi tramite le molteplici carte di credito presenti nel portafoglio di molti consumatori americani.

Intanto un pò di sollievo per i mutui!!!!!!!!!!!!!!





La Fed taglia ancora i tassi: il Giappone si avvicina?

30 10 2008

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro. Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi. L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento. A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

tratto da articolo di Panorama del 29/10/2008

I paragoni sono ormai facili e inevitabili. non mancano analogie sia sulle cause che sugli effetti. In molte cose la crisi finanziaria attuale ricorda quella giapponese: la bomba immobiliare innanzitutto e il taglio forsennato dei tassi ufficiali come tentato rimedio. Forse non è finita qui: non è da escludere che, alla luce di tassi interbancari ancora molto scostati da quelli ufficiali delle banche centrali, la strada da percorrere per arrivare ai “tassi zero” debba essere interamnte portata a termine. Intanto, il Giappone, a distanza di quasi 20 anni dalla sua crisi interna, non è ancora uscito dal tunnel: crescita stentata, rischio deflazione, borse che non hanno mai recuperato interamente dai massimi della bolla degli anni Ottanta.

Intanto le prossime decisioni spetteranno alla BCE: per il 6 novembre potrebbe arrivare un nuovo taglio dei tassi: ma in questo caso i “tassi zero” sono ancora molto lontani.





Banche: i Governi si svegliano

15 10 2008

I paesi europei sembrano aver fatto mente locale (finalmente!) sullo stato di emergenza dell’intero sistema economico mondiale; non è più una crisi che riguarda grandi speculatori, bensì un cataclisma finanziario che rischia (o rischiava) di trascinare ciascuno di noi verso il baratro economico. Evidentemente, seppur in ritardo, anche i più riottosi a intervenire profondamente sul problema hanno ritenuto ormai ineludibile che i Governi diventassero primi attori: anche la BCE ha dovuto fare un’eccezione e abbassare i tassi d’interesse di ben mezzo punto.

Le buone notizie arrivano per fortuna dall’Euribor: il tasso al quale le banche si prestano denaro tra loro è sceso negli ultimi 3 giorni, forse proprio grazie all’intervento degli Stati europei a garanzia dei prestiti interbancari….. unica vera soluzione alla mancanza di fiducia tra le banche.





La fine di un’epoca: un post da rileggere tra dieci anni

1 10 2008

“L’America, in stato di emergenza per evitare un altro collasso in borsa questa mattina, resta sotto shock: per la bocciatura di ieri del pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari dato per fatto da democratici e repubblicani in Congresso. Per il vuoto di leadership su ogni livello. Dalla Casa Bianca, alla presidenza della Camera, ai due candidati presidenziali, nessuno e’ apparso in grado di riempire il vuoto politico che si e’ aperto all’improvviso e drammaticamente nella Capitale.”

“Le banche stanno attingendo ai prestiti d’emergenza della Banca centrale europea al ritmo più forte dal 2002. Ma nell’attuale crisi il timore di restare senza fondi è così forte che chi fa provvista di liquidità, poi, torna a depositarla presso l’istituto di Francoforte, pur accettando di ricevere come remunerazione un tasso di appena il 3,25%, ben inferiore a quello che pagherebbe il mercato. Una situazione paradossale: gli istituti di credito prendono soldi in prestito per poi tornare a depositarli presso la Bce, accettando la perdita derivante dal differenziale fra i tassi d’interesse. I tassi sul mercato interbancario sono del resto a livelli record, a testimoniare che gli istituti di credito non vogliono prestarsi reciprocamente liquidità: manca la fiducia nella capacità della controparte di restituire i fondi, dopo il fallimento di un’istituto di primo piano come Lehman Brothers e i numerosi salvataggi pubblici delle banche in entrambe le sponde dell’Atlantico negli ultimi giorni.
La scarsità di fondi è esacerbata dalla fine del trimestre, che coincide con numerosi pagamenti e scadenze. E i fondi comuni, che normalmente investono parte dei propri asset proprio sulla liquidità, sono in fuga dai mercati monetari globali e hanno dirottato i propri investimenti verso i titoli di Stato più affidabili, come i treasury americani o le obbligazioni di stato tedesche.”

“Intanto monta l’indignazione di Main Street contro Wall Street. È una rabbia diretta soprattutto verso un presidente sin troppo impopolare (che fino a poco tempo ha negato l’evidenza della crisi economica in atto), ostile verso i manager miliardari («dovrebbero essere incriminati, non salvati») e soprattutto diretta verso la politica, con il Congresso che in pieno rush pre-elettorale (si vota il 4 novembre), è chiamato a lanciare una ciambella di salvataggio pesantissima per il bilancio dello Stato ai banchieri nei pasticci allo scopo di evitare il tracollo dei mercati e forse dell’intero sistema finanziario.”

“Il Governo irlandese ha annunciato che garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria del Paese sullo sfondo della tempesta sui mercati che ha colpito duramente anche le banche irlandesi.”

Si tratta di stralci presi da articoli del Sole24Ore di questi giorni: una settimana che farà forse da spartiacque tra due mondi, am soprattutto tra due modi di concepire la finanza. (scritto prima del voto al Senato Americano sul piano di salvataggio e dopo la bocciatura data sullo stesso da Congresso).





Trichet: inflazione, crescita e petrolio

11 09 2008

«L’inflazione rimarrà probabilmente elevata per un certo tempo e una moderazione graduale arriverà solo nel corso del 2009». La crisi finanziaria legata ai mutui «è un processo ancora in corso sul quale bisogna essere estremamente attenti in modo permanente». Così il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, di fronte al Comitato affari economici e monetari del Parlamento europeo. Trichet ha spiegato che l’outlook economico sconta ancora i rischi di un rallentamento, mentre le pressioni inflative potrebbero spingere i prezzi al rialzo.
Sul fronte della crescita si sta assistendo a «un episodio di debolezza», che però secondo la Bce verrà seguito da «una graduale ripresa nel 2009, in particolare se proseguirà il rientro dei prezzi petroliferi», ha aggiunto Trichet. «La maggior parte delle analisti indica che avremo un graduale recupero» del ciclo economico «nei prossimi anni». Il recupero seguirà un secondo trimestre giudicato da Trichet «molto debole» e un terzo trimestre previsto «debole». La scorsa settimana il Consiglio direttivo della Bce ha confermato al 4,25% il livello dei tassi di interesse in vigore per l’area dell’euro. Riprendendo quanto spiegato a seguito della decisione del Consiglio, Trichet ha detto agli eurodeputati che la Bce ritiene che il livello attuale del costo del danaro sia «idoneo a contribuire» a riportare l’inflazione verso i valori obiettivo (2% di crescita annua sulla media di 18-24 mesi). Per quanto riguarda le nuove regole sui collaterali, Trichet ha detto che «non danneggeranno» la capacità delle banche di ottenere liquidità sul mercato. Sul prezzo delle materie prime ha detto: «Nessuno ha nulla da guadagnare dal persistere della volatilità del prezzo del petrolio» e da una eventuale stabilizzazione «a livelli elevati» non accettabili, «nè il fronte dell’offerta, nè quello della domanda». Trichet ha concluso: «E’ necessario capire meglio l’impatto degli investimenti finanziari sul prezzo delle materie prime, anche se non devono diventare un capro espiatorio».

tratto da articolo del Sole24Ore dell’11/9/2008

La dichiarazione di Trichet evidenzia non solo conferme sulla politica attuale della banca centrale ma sembra voler aprire un dibattito su come la speculazione finanziaria professionale possa aver influito sul rialzo delle materie prime degli ultimi anni e di conseguenza sul potere d’acquisto della moneta. Si tratta di un elemento di cui già da tempo si discute ma che, nella stanza dei bottoni, salvo qualche rara eccezione, non era stata così presente.

Intanto sembra raffreddarsi l’inflazione in Cina, fattore non irrilevante per la stabilità dei prezzi di chi come l’Europa importa molte manifatture cinesi.





Una crisi destinata a durare ancora

5 09 2008

CERNOBBIO – Gli economisti presenti nella prima giornata del forum Ambrosetti sembrano piuttosto scettici sulla fine delle difficoltà nei mercati finanziari provocate dalla crisi subprime, sia sul versante dell’economia reale che sul versante puramente finanziario. «Se l’inflazione fa meno paura – ha detto il britannico Jim O’Neill, capo del Global Economic Research alla Goldman Sachs – oggi la vera preoccupazione arriva dall’economia europea candidata a una stagnazione prolungata». L’americano Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e ora docente ad Harvard, ha invitato a non dare per scontata la fine della crisi finanziaria negli Stati Uniti. La crescita stagnante nelle economie dei principali Paesi europei, ha spiegato O’Neill, inventore dell’acronimo Brics (le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina), rappresenta il vero problema attuale. «Invece Ieri (giovedì 4 settembre) la Bce ha lasciato invariati il tasso di riferimento al 4,25% con la motivazione opposta prevedendo un calo dell’inflazione nell’Eurozona sotto il 2% solo nel 2010». Per il capo economista di Goldman Sachs la Bce «dovrà dovrà diventare un po’ più morbida e abbassare i tassi di interesse nel 2009»; anzi a suo avviso, se «lo scorso luglio l’Eurotower avesse avuto le informazioni disponibili oggi, forse non avrebbe aumentato i tassi». Secondo O’Neill, mentre «tutti si sono concentrati sul problema dei mutui, nessuno ha notato il miglioramento della bilancia commerciale Usa», tanto che «nel secondo trimestre la crescita degli Usa è stata più forte di quella di Europa e Giappone». L’economia mondiale registra complessivamente un tasso di crescita del 3% grazie ai Paesi emergenti, mentre le economie del G7 sono «vicine alla recessione» e l’Italia si trova in una posizione di grande debolezza nell’Eurozona «a causa della bassa crescita della produttività». O’Neill però, invita a non essere pessimisti: «Asia e Brics vanno bene e globalmente l’economia viaggia con una crescita del 3,5%». Quanto agli Stati Uniti Rogoff ha detto che i governi e i mercati sbaglierebbero a considerare «finita» la crisi finanziaria: «Il superamento degli effetti della crisi subprime sarà un processo molto lungo». L’opinione di Rogoff è che un ridimensionamento della taglia del settore finanziario globale è ora una necessità e che non va ostacolato il consolidamento bancario, visto che i depositanti sono garantiti dai fondi assicurativi statali.

tratto da articolo del Sole24Ore del 5/9/2008

Il bello della finanza è che le opinioni possono essere continuamente cambiate, in fondo non è mai chiaro chi abbia ragione. Questa è una notizia che potete facilmente trovare dopo ogni giornata di forte ribasso azionario. Alla prima giornata di discreto rialzo avremo modo di leggere qualcosa di ben diverso….. come se gli scenari economici potessero cambiare in pochi giorni o magari in poche ore. :-)