Ehm….. vogliamo parlare di signoraggio?
Ehm….. vogliamo parlare di signoraggio?
“L’America, in stato di emergenza per evitare un altro collasso in borsa questa mattina, resta sotto shock: per la bocciatura di ieri del pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari dato per fatto da democratici e repubblicani in Congresso. Per il vuoto di leadership su ogni livello. Dalla Casa Bianca, alla presidenza della Camera, ai due candidati presidenziali, nessuno e’ apparso in grado di riempire il vuoto politico che si e’ aperto all’improvviso e drammaticamente nella Capitale.”
“Le banche stanno attingendo ai prestiti d’emergenza della Banca centrale europea al ritmo più forte dal 2002. Ma nell’attuale crisi il timore di restare senza fondi è così forte che chi fa provvista di liquidità, poi, torna a depositarla presso l’istituto di Francoforte, pur accettando di ricevere come remunerazione un tasso di appena il 3,25%, ben inferiore a quello che pagherebbe il mercato. Una situazione paradossale: gli istituti di credito prendono soldi in prestito per poi tornare a depositarli presso la Bce, accettando la perdita derivante dal differenziale fra i tassi d’interesse. I tassi sul mercato interbancario sono del resto a livelli record, a testimoniare che gli istituti di credito non vogliono prestarsi reciprocamente liquidità: manca la fiducia nella capacità della controparte di restituire i fondi, dopo il fallimento di un’istituto di primo piano come Lehman Brothers e i numerosi salvataggi pubblici delle banche in entrambe le sponde dell’Atlantico negli ultimi giorni.
La scarsità di fondi è esacerbata dalla fine del trimestre, che coincide con numerosi pagamenti e scadenze. E i fondi comuni, che normalmente investono parte dei propri asset proprio sulla liquidità, sono in fuga dai mercati monetari globali e hanno dirottato i propri investimenti verso i titoli di Stato più affidabili, come i treasury americani o le obbligazioni di stato tedesche.”
“Intanto monta l’indignazione di Main Street contro Wall Street. È una rabbia diretta soprattutto verso un presidente sin troppo impopolare (che fino a poco tempo ha negato l’evidenza della crisi economica in atto), ostile verso i manager miliardari («dovrebbero essere incriminati, non salvati») e soprattutto diretta verso la politica, con il Congresso che in pieno rush pre-elettorale (si vota il 4 novembre), è chiamato a lanciare una ciambella di salvataggio pesantissima per il bilancio dello Stato ai banchieri nei pasticci allo scopo di evitare il tracollo dei mercati e forse dell’intero sistema finanziario.”
“Il Governo irlandese ha annunciato che garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria del Paese sullo sfondo della tempesta sui mercati che ha colpito duramente anche le banche irlandesi.”
Si tratta di stralci presi da articoli del Sole24Ore di questi giorni: una settimana che farà forse da spartiacque tra due mondi, am soprattutto tra due modi di concepire la finanza. (scritto prima del voto al Senato Americano sul piano di salvataggio e dopo la bocciatura data sullo stesso da Congresso).
Se a luglio l’economia mondiale aveva due problemi (la poca crescita e l’inflazione), adesso ne ha uno solo: la poca crescita. L’inflazione se l’è portata via il petrolio, che nell’ultimo mese è sceso di almeno il 25 per cento e che ancora non ha finito (probabilmente) la sua corsa verso il basso. Fra i due problemi (poca crescita e inflazione) c’è un legame. Il petrolio, infatti, è andato giù di prezzo in parte per le decisioni del governo americano (autorizzazioni a nuove ricerche di greggio), ma in buona misura anche a causa proprio della poca crescita. Ma non solo. Per una volta il mercato ha bastonato quelli che avevano cercato di aggirarlo, e cioè gli hedge funds. Si erano messi in testa, dopo aver portato il petrolio oltre i 100 dollari al barile, che fosse possibile spingerlo prima oltre i 150 e poi fino a 200 dollari. Ma non hanno tenuto conto dei “fondamentali” e sono stati battuti: era impensabile che con una domanda mondiale calante (per via della poca crescita) i prezzi potessero salire. E quindi oggi gli hedge funds che si erano messi sul petrolio sono in fuga e stanno perdendo tanti di questo soldi che per un po’ non si faranno proprio più vedere. E quindi è ragionevole pensare che il prezzo del greggio nelle prossime settimane possa scendere ancora, anche se la maggior parte della strada è già stata fatta. Le autorità e le banche centrali (come è ovvio) stanno ancora insistendo sul pericolo inflazione, ma sanno che sta per rientrare. E infatti se si vanno a vedere le previsioni di Consensus di agosto (una media fra le previsioni di una sessantina fra i maggiori centri mondiali di ricerca) si vede che l’inflazione ha i mesi contati. Nell’area euro, ad esempio, contro un’inflazione che nel 2007 era stata appena del 2,1 per cento nel 2008 si è saliti (dato medio dell’anno) al 3,6 per cento, ma già nel 2009 si scenderà al 2,5 per cento, che è un dato un po’ alto, ma lontanissimo dal 4 per cento a cui si è arrivati in questi mesi. Negli Stati Uniti il copione è praticamente identico. Contro il 2,9 per cento del 2007 nel 2008 si arriverà al 4,3 per cento di inflazione, ma nel 2009 si scenderà di nuovo esattamente al 2,9 per cento (sono sempre previsioni di Consensus, il meglio di cui si può disporre). In un certo senso, quindi, l’inflazione è un problema di ieri (anche se rimarrà fra di noi ancora per un po’). La poca crescita, invece, è una maledizione che non ci toglieremo di torno tanto presto. Non certo entro il 2008 e nemmeno entro il 2009. Anzi, è quasi certo che si andrà aggravando. La crescita mondiale nel 2007 è stata del 3,8 per cento. Nel 2008 scenderà al 2,8 per cento (quindi nessuna recessione tipo 1929). Ma nel 2009, invece di risalire e chiudere la partita, il rallentamento continuerà: 2,6 per cento. Il dato mondiale non dice molto però, perché mischia paesi a forte crescita a paesi quali paralizzati. Nell’area euro, ad esempio, la crescita 2007 era quasi del 3 per cento (2,7, per la precisione), ma nel 2008 scenderà quasi alla metà: 1,5 per cento (e, forse, persino qualcosa meno). Nel 2009 non si avrà però il rimbalzo: si scenderà all’1,1 per cento, cioè a poco più di un terzo rispetto a quello che avevamo visto nel 2007. Le dimensioni del rallentamento in corso, per quel che riguarda l’Europa, sono queste. In Italia le cose vanno ancora peggio. Contro l’1,4 per cento di crescita del 2007, nel 2008 si arriverà (forse) allo 0,3 per cento (o anche, semplicemente, a zero). Nel 2009, comunque, potrebbe esserci una piccola ripresa. Negli Stati Uniti la frenata dell’economia parte da lontano. Nel 2004 la crescita era stata del 3,6 per cento. Nel 2008 sarà (se tutto va bene) solo dell’1,6 per cento. E nel 2009 si va ancora giù: 1,4 per cento. Nessuno, ovviamente, può giurare su queste cifre. Si tratta solo di previsioni, anche se per farle sono scesi in campo i migliori centri di ricerca di tutto il mondo. E quindi è possibile che si manifesti qualche differenza. Qui importa apprezzare le tendenze: mentre l’inflazione già dall’anno prossimo rientra un po’ ovunque, la poca crescita rimane. E quindi è possibile che già fra qualche mese, invece di discutere tanto di prezzi, si passi a discutere di deflazione, cioè di non-crescita. E dalla non-crescita è difficile uscire. C’è solo la speranza che le banche centrali, vista dissolversi l’inflazione, diventino meno rigide e quindi taglino un po’ il costo del denaro, restituendo così ossigeno all’economia mondiale. Ma non c’è da contarci più di tanto. Dopo l’esperienza appena fatta con il credito facile (prestiti sub-prime), è possibile che le banche centrali diventino molto sospettose e molto prudenti di fronte all’ipotesi del denaro a basso costo. Quindi allargheranno i cordoni della borsa, ma con giudizio e con studiata lentezza. In sostanza, siamo dentro una “frenata” mondiale dell’economia e sarà una frenata lunga. Ci farà compagnia anche per tutto il 2009 e forse anche per tutto il 2010.
tratto dal blog di Giuseppe Turani del 18/08/2008
L’articolo di Turani evidenzia una maggiore preoccupazione per la crescita economica piuttosto che all’inflazione. Personalmente, ritengo che il citato calo del petrolio non vada preso come punto di riferimento per qualsiasi stima dell’inflazione dei prossimi mesi o anni. Essendo peraltro molto scettico sulle capacità previsive dei tanti analisti in giro per il mondo, preferisco pensare con realismo, sapendo bene come le cause dell’inflazione possano essere anche altre: esempio, il basso costo dei prodotti cinesi non durerà all’infinito. In fondo, lo stesso prezzo del petrolio è molto legato a dinamiche speculative piuttosto che ad elementi di carattere fondamentale. Lo dimostra il recente calo delle quotazioni, che più che indicare perdite per i tanti speculatori, evidenzia le tante prese di profitto, a scapito di chi ha scelto di cominciare a speculare un pò tardi. Non a caso, l’ultimo anno ha visto il proliferare di prodotti di risparmio legati alle materie prime, con cui anche i piccoli risparmiatori hanno fatto il loro ingresso (tardivo???) in questo tipo di mercato.
I promotori finanziari l’hanno presa male. Di loro, e del lavoro svolto in questi anni presso i risparmiatori, non si parla nel Rapporto del gruppo di lavoro sui fondi comuni costituito presso la Banca d’Italia. Il Rapporto, che rilancia anche gli inviti formulati sull’argomento dal governatore Mario Draghi, ripone però molta fiducia sui consulenti finanziari indipendenti. Sono loro il grimaldello con il quale far saltare il blocco della distribuzione in conflitto di interessi, tramite la raccolta ordini per conto dei clienti su fondi low-cost trattati su piattaforme telematiche. Anche se la loro attività, almeno all’inizio, «si rivolgerà a un pubblico ristretto».
Il Rapporto pare ignorare che c’è un quarto del mercato dei fondi, quello intermediato dai promotori, che non è stato colpito dai disastrosi deflussi che hanno invece caratterizzato i network di sportelli. La circostanza meritava qualche approfondimento in più. D’altra parte non pare il caso che i promotori debbano temere i consulenti indipendenti. Le due forme possono felicemente convivere nell’interesse dei risparmiatori, come accade altrove. Sarebbe strano se, dopo 30 anni in cui hanno potuto operare in assenza dei consulenti fee-only, i promotori si preoccupassero del loro fisiologico ingresso. A meno che qualcuno di loro non rimpianga che in questo periodo non trascurabile si potesse fare di più. Si poteva ad esempio conquistare una quota di mercato del risparmio – in presenza di servizi bancari di scarsa qualità – assai più alta di quel 6% che è attribuito oggi alle reti di promotori. Le quali sono in gran parte di proprietà bancaria o assicurativa. L’imprenditorialità è stata poca, con soli due casi di successo (Azimut e Mediolanum). Ciò è stato dovuto a un insieme di condizioni oggettive di mercato, ma ha frenato l’affermazione di questa categoria di professionisti. Nei cuori dei risparmiatori e in quelli degli autori del Rapporto.
tratto da articolo de IlSole24Ore del 26/07/2008
Il Governatore ha forse compreso come la via maestra per la tutela dei risparmiatori non stia soltanto nella trasparenza dei prodotti finanziari, ma anche nella presenza di un soggetto che sia inevitabilmente dalla parte del risparmiatore nel rapporto con la sua banca.
Anche la tutela dei risparmiatori sembra influenzata dalle mode, le stesse che riempiono il banco dei prodotti presentati in successione dalle banche. Così, le pagine dei giornali economici, dopo essersi focalizzate su fondi comuni e polizze vita, puntano ora l’indice contro le cosiddette “obbligazioni strutturate”, prendendo spunto dalla maggiore attenzione delle autorità su questo genere di prodotti.
Le obbligazioni strutturate sono il nuovo cavallo di battaglia che le banche, in realtà, hanno cominciato a proporre già da qualche anno ai propri clienti; anche la cara vecchia “Posta” ha saputo ritagliarsi un interessante ruolo commerciale in questo genere di prodotti finanziari! Il loro successo è stato tale da contribuire alla crisi dei fondi comuni che negli ultimi anni hanno visto diminuire vistosamente i propri partecipanti.
Queste obbligazioni non sono altro che prestiti fatti dal risparmiatore ad una banca, spesso la propria o magari una delle tante che preferisce collocare questo prestito attraverso le agenzie Bancoposta (che ovviamente si fa pagare adeguatamente). Il rendimento si basa solitamente su una specie di “scommessa” che vede contrapposti il risparmiatore e la banca “finanziata”: il conflitto di interessi è evidente….. insomma, non posso certo credere che la banca per farmi un favovre decida di avere in bilancio dei costi così alti. Ed è proprio su queste “scommesse”, (di solito sul livello futuro di indici azionari o materie prime) che Consob ha acceso qualche riflettore chidendo maggiore trasparenza alle banche emittenti e ai collocatori. In particollare, data la complessità di questi strumenti la Consob, in un proprio documento, ha indicato la necessità di com unciare il valore e quo di un’obbligazione, sia prima dell’emissione (spacchettando il titolo nelle sue diverse componenti, tra cui spesso “strumenti derivati”) che dopo il collocamento (attraverso l’indicazione delle modalità di smobilizzo e delle condizioni di riacquisto).
La Consob vuole quindi incidere su una delle problematiche rilevate dai clienti: la liquidità di questi strumenti e quindi la possibilità di rivenderli ad un prezzo conveniente.
Se volete condividere con gli altri lettori vostre esperienze su questi prodotti scrivete pure un vostro commento sul forum.
Chi segue attentamente l’operato delle banche centrali e il loro approccio alle problematiche macroeconomiche sa bene come la BCE sia generalmente molto improntata alla lotta senza quartiere all’inflazione: ne abbiamo già parlato in passato e la banca centrale si è rivelata sostanzialmente coerente anche nelle fasi di grave crisi del sistema bancario e finanziario.
Oggi fa quindi più notizia ascoltarte le prime voci su possibili intenzioni della Federal reserve, che apparirebbe più disposta a valutare un rialzo dei tassi d’interesse. Finita forse la fase più critica della tempesta subprime, la banca centrale americana si sente più libera nel maneggiare le proprie armi.
Ed è proprio di stamattina la diffusione dei dati Istat sull’inflazione italiana: fiammata al 3,6%, molto lontano dall’obiettivo europeo del 2% nel medio termine!
Il caro petrolio e le tensioni sull’inflazione europea fanno volare i rendimenti dei BTp. Collocati in asta dal Tesoro questa mattina, i titoli di Stato italiani hanno infatti registrato un deciso rialzo dei rendimenti, che hanno raggiunto vette mai viste dal 2002. Il tasso d’interesse lordo dei BTp decennali è salito dal 4,65% dell’ultima asta (era il 29 aprile) al 4,86%: record dall’agosto 2002. I BTp triennali sono saliti ancora di più: dal 4,15% di fine aprile al 4,49% di oggi. Massimo dal maggio 2002. Il loro movimento, ovviamente, ricalca quello dei mercati secondari nell’ultimo mese: i rendimenti sono infatti saliti su tutta Europa. Basti pensare che il Bund decennale (cioè il titolo di Stato tedesco paragonabile al nostro BTp) dal minimo toccato il 17 marzo scorso al 3,68% è arrivato oggi al 4,43% di rendimento lordo. Ieri, infine, è stato collocato con un rendimento lordo del 4,43% anche il CcT.
tratto dal sito del Sole24Ore del 29/05/2008
Un altro elemento a sostegno di attese di rialzo dei tassi ufficiale nell’area Euro entro fine anno. Il mercato sembra quasi dettare la politica monetaria alla Bce o forse ne anticipa semplicemente le azioni?
Leggendo ieri le notizie sul petrolio pubblicate dal sito di Bloomberg è emerso (ma non è una novità) come le analisi diffuse da una potente banca d’affari (in questo caso Morgan Stanley) siano in grado di influire sulle quotazioni; è bastato che la banca diffondesse le proprie stime su un rialzo del prezzo del greggio fino a 150 dollari, che le quotazioni in poco tempo sono salite di due dollari circa, in un certo senso negando i movimenti lievemente ribassisti di questi ultimi giorni. Osservando tali fenomeni ci si può chiedere se sui prezzi fissati dai mercati incidano più i fondamentali economici o le opinioni di poteri influenti. Il rischio di possibili conflitti d’interesse (tutti da provare) dovrebbe essere forse meglio approfondito dalle autorità di vigilanza.
Intanto, il prezzo del greggio preoccupa sempre più il potere politico, cosciente di come sia difficile gestire il consenso quando il costo della vita cresce troppo e l’inflazione è un ormai un problema gestibile solo dalla banca centrale, almeno nell’area Euro. Ne sa qualcosa Sarkozy, che propone la riduzione dell’IVA, preoccupato anche dal calo epocale della fiducia dei consumatori in Francia!
Da sempre il calcolo dell’inflazione è stato oggetto di dibattito e a volte di dure critiche: da una parte i governi in carica e gli istituti ufficiali di statistica, dall’altra le forze politiche di opposizione, i sindacati e le associazioni dei consumatori. Il punto del contendere è sempre stato il divario tra inflazione ufficiale inflazione percepita (dai consumatori). Si tratta di un problema non certo irrilevante che influisce fortemente sulle politiche economiche, i rinnovi contrattuali e l’evoluzione complessiva del sistema economico e finanziario.
Come scrive Ennio Caretto in un suo articolo nel numero de “Il Mondo” di settimana scorsa, l’argomento sta diventando caldo anche negli USA a seguito dell’attuale surriscaldamento dei prezzi. E anche se la Federal Reserve respinge ogni critica sul calcolo dell’inflazione, non si può fare a meno di notare la verve critica del “Wall Street Journal” sull’argomento.
Va detto che un tale dibattito non deve certo sorprendere. Chi tesse le politiche economiche di un paese sa bene quanto contino le aspettative, soprattutto in tema di inflazione. Più si incrementano le attese di un’alta cresita dei prezzi, maggiore sarà la spinta in questo senso: insomma, una sorta di profezia autorealizzantesi. In tal senso, l’approccio di banche centrali e governi non è del tutto biasimabile.
Tuttavia c’è da chiudersi se sia biasimabile un atteggiamento dettato dalla volontà di minimizzare una dinamica inflazionistica sfavorevole. Ad esempio, perchè non creare indicatori alternativi e complementari al classico “indice dei prezzi al consumo (o alla produzione)” nelle sue svariate versioni?
Una corretta analisi economica e sociologica del potere d’acquisto (e quindi non semplicemente dei prezzi) potrebbe tenere in considerazione le relazioni tra stipendi e costo di accesso alla casa o tra retribuzioni e costo di accesso all’automobile. L’intento non sarebbe quello di sconfessare i dati statistici classici di inflazione, quanto completarli per avere un dato sociologico ed economico più trasparente: il concetto di potere d’acquisto non va visto solo in funzione della spesa al supermercato, ma anche in relazione alla possibilità di acquistare beni funzionali alla dignità della persona e all’equità nell’accesso alle risorse, alla tecnologia e ai mezzi di informazione.
Le banche si salvano, cambiano nome….. tanto paga pantalone!
11 06 2009tratto da articolo del Sole24Ore del 10/06/2009
Ecco cosa succede quando, di fronte alla crisi bancaria più feroce di tutti i tempi, chi di dovere non ha il coraggio di muovere uno spillo. In tanti mesi neanche l’ombra di una riforma bancaria, ma solo tanta tanta moneta stampata dalle banche centrali. Finchè dura….. Grazie Bernanke
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