“Mai una volta che scegliamo la strada normale. La via italiana verso la convivenza civile è piena di buche, salti, scossoni, scontri, frenate e ripartenze. La nostra è una democrazia- rally, e la vicenda dei «redditi in Rete» ne è la prova. Non l’unica, né l’ultima. La più recente. La retromarcia dell’Agenzia delle entrate, bacchettata dal Garante della privacy e indagata dalla procura di Roma, è tardiva: gli elenchi sono stati scaricati e adesso girano allegramente sulla Rete attraverso siti di condivisione, detti «p2p» («peer to peer», «da pari a pari»). È facile immaginare sviluppi della faccenda: aspettiamoci elenchi, per città o per professioni. Chi vorrà, saprà. È solo «voyeurismo fiscale», o c’è dell’altro? La diffusione di quei dati è certamente irrituale, un altro modo per dire: discutibile. E, infatti, stiamo discutendo. Non perché «così si aiuta la criminalità organizzata », un argomento debole, che curiosamente accomuna Beppe Grillo, comico benestante, e Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di finanza, ora parlamentare Pdl. I criminali, in certe parti d’Italia, guardano ai patrimoni reali, non ai redditi dichiarati. Il motivo di perplessità è un altro. Molti cittadini considerano il reddito un «dato riservato», come un’informazione sanitaria o sessuale. Da anni i redditi vengono pubblicati dai giornali di provincia, nel silenzio del Garante e per la goduria dei provinciali. Ma questo non conta, apparentemente. Ora c’è Internet, che rende facile la consultazione. Quindi, stop! Fra trasparenza e riservatezza, tanti italiani scelgono la riservatezza. Molti di loro vanno capiti: perché un modesto 730 dev’essere di dominio pubblico? Anche gli uffici del personale sono irritati: il gioco del «divide et impera», basato sul segreto retributivo, diventa complicato. Ma più di tutti sono scocciati quelli che portano a casa 300 e dichiarano 40. Sono loro l’oggetto della curiosità e dell’indignazione: le migliaia di professionisti che dichiarano poco più della segretaria, non qualche dozzina di calciatori. È la stramba via italiana alla normalità, che passa attraverso le eccezioni. Per ripulire il calcio e la Banca d’Italia, s’è resa necessaria l’indiscutibile barbarie delle intercettazioni. Per arrivare alla decenza fiscale, dobbiamo passare attraverso l’indecenza dei dati in Rete? Altra via non si vede. Non sono i controlli e le punizioni che spingono uno scandinavo, uno scozzese o un californiano a pagare le tasse. È la pressione sociale. La vergogna d’essere considerato — dai parenti, dai consoci al Lions Club, dagli amici del figlio — un evasore. Uno che costringe un altro a pagare di più. Uno che fornisce al fisco la giustificazione per alzare le aliquote, complicare le norme, aumentare i controlli. Uno che ti sorride, ma ti frega. Chi s’arrabbia per la pubblicazione dei redditi va capito. Ma prima di regalargli la vostra solidarietà, chiedetegli — privatamente, s’intende — quanto dichiara, quante case ha in giro e che auto tiene in garage. La privacy è importante, ma è altrettanto importante rompere un’imbarazzante tradizione: l’Italia è l’unica, tra le grandi democrazie, dove l’evasione è epidemica. Forse per questo negli Usa e in Gran Bretagna nessuno s’è mai sognato di mettere i redditi in Rete. Forse per questo ogni sondaggio (compreso quello di Corriere.it) dice la stessa cosa: la maggioranza, probabilmente a malincuore, è a favore della pubblicazione dei redditi. Tutti guardoni? Non credo.”tratto da articolo di Beppe Servergnini su
Corriere.it
Caro Severgnini, sono spesso d’accordo con Lei nell’interpretare i fatti con realismo e infatti, ritengo anch’io che i “favorevoli” a questa diffusione di dati non siano tutti guardoni. Ma possiamo davvero accontentarci di questo per liquidare la questione? Sempre molto giustamente sottolinea come le strade italiane verso la convivenza civile siano stranamente tortuose e incomprensibili, ma leggo nelle sue parole un certo grado di rassegnazione: in fondo sembra che Le vada bene così, se serve a combattere l’epidemia dell’evasione fiscale (ma serve davvero?).
Non credo che un miglioramento delle regole di convivenza possa passare dall’accettazione di un certo “mal costume”; del resto non potrà negare che i “voyeur fiscali” esistano e anche Lei ammette che in molti altri paesi nemmeno si sognerebbero di divulgare certe informazioni a chiunque. Allora forse è bene chiedersi qualcosa di diverso: “A cosa serve pubblicare sulla rete i redditi di tutti? Contribuisce davvero a ridurre l’evasione fiscale?”. Chi di fisco ne capisce sa bene che la risposta è negativa, e ,salvo che l’Italia sia un popolo di commercialisti e ispettori dell’Agenzia con le dovute competenze, tutti quei “favorevoli” emersi dal sondaggio del Corriere non sanno esattamente ciò che dicono.
Oggi il risultato è uno solo: dati personali scambiati senza limiti sul web, con persone disposte anche a pagare per entrarne in possesso. Insomma, come al solito chi ha pelo sullo stomaco ha già capito come guadagnarci qualcosa, magari anche in modo illecito, fiducioso di rimanere impunito.
Dott. Severgnini, la strada verso una convivenza più civile non si raddrizza inserendo una curva in più lungo il percorso.