L’opinione di Giuseppe Turani sul risparmio gestito in Italia

17 06 2008

I Fondi di investimento italiani sono morti? Non ancora del tutto, ma non dovrebbe mancare molto. A meno di un mira­colo, ma non si vede quale, i nostri Fondi sono destinati a diventare reperti archeologici, avanzi di un’epoca che gloriosa non è mai stata, testimonianza di un passato che sarà meglio dimenticare presto.A maggio, i riscatti (cioè i clienti che sono scappati con i soldi, uscendo di corsa dall’avventura dei Fondi) sono ammontati in tutto a oltre 8 miliardi e nei primi cinque mesi dell’anno (da gennaio a maggio) i riscatti sono arrivati a 35 miliardi di euro. In sostanza, quest’anno in cinque mesi i Fondi hanno visto uscire tanti soldi quanti ne erano usciti in tutto il 2007. Siamo di fronte a un’accelerazione. E la fuga in massa dei risparmiatori italiani dai Fondi sta diventando una sorta di esodo tumultuoso. C’è da domandarsi, allora, che cosa sta succedendo. Perché la gente scappa dai Fondi, che erano stati inventati, invece, proprio per garantire al risparmiatore non professionale una serena e equilibrata gestione dei suoi soldi? Perché quello che doveva essere un porto sicuro per geometri in pensione e vec­chie zie si sta trasformando in un mare in tempesta? Le ragioni sono due. Da una parte c’è il fatto che i Fondi, mediamente, sono sempre stati gestiti molto male. Nel senso che i responsabili della gestione, in genere, sono stati più bravi a perdere soldi che a guadagnarne. E questo, certo, non ha incoraggiato i risparmiatori. La questione, detta in termini un po’ spicci e brutale, è questa: la gente si è stancata di dare soldi ai Fondi perché glieli perdessero. Se si tratta di questo (cioè di bruciare del denaro), ognuno può fare per sé, non ha bisogno di pagare ricche commissioni a Fondi che poi li girano a gestori mediamente incapaci. E, se uno decide di perdere soldi in proprio, magari può anche divertirsi, puntando sui cavalli o festeggiando a caviale e champagne tutte le sere. Ma c’è di più e di peggio. E tutto ci riporta alla maledetta crisi dei prestiti sub-prime. Questa, come si sa, ha creato seri problemi di liquidità a tutte le banche. Detto in termini meno tecnici: anche le banche si sono trovate a corto di soldi perché sul mercato ci sono meno soldi e quindi ottenere prestiti inter-bancari è diventato difficile. Non solo: il 2008 sarà un anno infelice per le banche, uno dei più tristi che la mente umana ricordi. Un po’ per via della cattiva congiuntura e un po’ perché (non avendo soldi) complicato difficile fare affari. Come si rimedia? Le nostre banche hanno trovato la strada. Hanno trovato, cioè, un modo per rimettere insieme un po’ di liquidità e per guadagnare qualche soldo extra, in modo da poter presentare a fine anno bilanci meno disastrosi.Questo modo consiste nella morte pilotata dei Fondi di investimento. Ecco come funziona il meccanismo. I nostri Fondi sono in gran parte controllati dalle banche. E queste ultime, da qualche tempo, spiegano ai loro clienti che è meglio disfarsi dei Fondi e comperare obbligazioni (ovviamen­te della banca). In questo modo le banche ottengono un doppio risultato: prendono soldi dai loro clienti (a cui hanno fatto vendere le quote dei Fondi) in cambio di carta (le obbligazioni) e, in più, incassano anche qualche buona commissione (per aver organizzato tutto questo giro di carta). Alla fine le banche si ritrovano con un po’ più di liquidità in cassa e con bilanci un po’ migliori. In sostanza, la fuga dai Fondi un po’ è spontanea, ma per una gran parte è organiz­zata dalle stesse banche che li controllano. I Fondi muoiono, alla fine, perché i loro genitori (le banche) hanno deciso che devono essere sacrificati per fornire liquidità alle banche in un momento di scarsa liquidità e di cattiva congiuntura.

La prova di tutto ciò sta nei numeri. Nel 2007 si è registrata una fuga dai Fondi per 34 miliardi di euro, ma nello stesso anno lebanche hanno piazzato obbligazioni per 80 miliardi. E nei primi quattro mesi del 2008 i soldi ritirati dai Fondi sono ammontati a 27 miliardi, ma le banche hanno piazzato 33 miliardi di obbligazioni. Più chiaro di così. Ciò a cui stiamo assistendo quindi è la morte dei Fondi, ma anche la morte del risparmio gestito. Un po’ tutti in questi ultimi dieci anni ci siamo sbracciati a spiegare al signor Rossi e al signor Bianchi che non dovevano andare in Borsa da soli, ma servirsi appunto dei Fondi e degli esperti, ma da come le cose stanno andando dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati. Le banche (che sono le vere padrone dei Fondi, e quin­di del risparmio gestito) ancora una volta hanno tradito i loro clienti, facendoli andare di qui e di là come marionette con l’unico obiettivo di fare gli interessi non dei risparmiatori, ma delle banche stesse. L’errore è stato commesso quando si è permesso che gli istituti di credito diventassero, di fatto, i monopolisti del risparmi gestito. E’ successo che fra difendere gli interessi dei clienti o i propri, le banche alla fine hanno scelto i propri. Brutta storia, ma anche, purtroppo, una storia molto italiana.

tratto dal blog di Giuseppe Turani (giornalista di Repubblica) del 10 giugno 2008.

Senza dubbio le conclusioni di Turani sono corrette ed è proprio nella scelta di vendere nuovi strumenti finanziari (obbligazioni bancarie, magari strutturate) che si spiega parte della fuga dei risparmiatori dal mondo dei fondi comuni: ma se ciò è vero, si conferma purtroppo come tali movimenti non siano frutto di scelte consapevoli della clientela quanto di un’efficace marketing da parte delle banche, che conoscono bene il potere magico del termine “capitale garantito”. Va detto tuttavia che le banche stesse, per effetto del deflusso di risparmio gestito, perdono una fonte di guadagni non soggetta di per sè a un rischio finanziario (siete voi clienti a investire): la scelta di far sottoscrivere proprie obbligazioni ai clienti coimporta infatti di dover impiegare quel denaro sui mercati finanziari o in attività di finanziamento: questo aspetto non è banale, soprattutto considerando che le banche hanno già dimostrato di non essere poi così scaltre nella gestione dei propri rischi.


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