Calano i profitti delle banche

27 05 2008

La crisi dei subprime Usa è passata come un ciclone sulla finanza mondiale, spazzando anche i conti dei big del credito. Addio ai pingui profitti del 2006 quando, con un risultato corrente cresciuto del 15%, le banche europee avevano potuto festeggiare il miglior anno del decennio. Ma, a mettere in fila i dati più recenti sulle perdite delle grandi banche internazionali – come ha fatto R&S-Mediobanca nell’ultima indagine dedicata al comparto – si scopre che a farne le spese più di tutti non è stata una banca americana bensì la svizzera Ubs, una volta quasi sinonimo di conservatorismo nel credito. Nel semestre orribile che va da ottobre 2007 a marzo 2008, il numero uno elvetico ha riportato perdite complessive per 14,8 miliardi di euro. È andata meglio (si fa per dire) Citigroup, che pur operando nell’epicentro del terremoto finanziario, è arrivata solo seconda con un passivo di 9,9 miliardi. Benitenteso, non si tratta solo di mutui allegri, perché il risultato netto recepisce tutte le perdite del conto economico. Per esempio SocGen deve principalmente ai derivati fuori controllo i 3,35 miliardi di rosso dell’ultimo trimestre 2007, solo parzialmente compensato dal ritorno all’utile, per 1,1 miliardi, dei primi tre mesi del 2008. Le italiane, meno esposte al fenomeno, se la sono cavata, mantenendo i conti in attivo, ma rinunciando ai superprofitti dell’anno prima. Solo nei primi tre mesi del 2008, a Unicredit e IntesaSanPaolo sono venuti a mancare oltre 3,2 miliardi di utili netti rispetto allo stesso periodo del 2007, quando non c’era ancora avvisaglia della crisi mondiale. E tuttavia, il conto economico riflette solo metà della storia, perché se si guarda al portafoglio titoli delle banche (questa volta i dati sono riferiti al 2006), dove si trovano anche le cartolarizzazioni dei mutui, si scopre che per esempio le americane classificano come “disponibili per la vendita” il 51,2% dei titoli, le cui minusvalenze finiscono per pesare sul patrimonio netto, decurtandolo. Per le banche Usa solo la metà dei titoli (il 48,7%) è detenuta per negoziazione, nel qual caso le perdite potenziali vanno a deprimere gli utili. Per le banche europee l’insidia patrimoniale è limitata al 31,7% del portafoglio, contro il 65,3% che, in caso di problemi, minaccia invece i profitti. Ma vogliamo parlare anche delle perdite su crediti? Qui la finanza non c’entra, ma le banche hanno iniziato ad avere la mano pesante già nella prima metà del 2007.Tant’è che l’anno scorso negli Usa le svalutazioni crediti hanno raggiunto un picco del 28% dei ricavi. Le americane sono corse però subito ai ripari con iniezioni di capitale così da non compromettere il coefficiente di stabilità,confermato al 12%,mentre da un anno all’altro quelle europee, per l’aumento delle posizioni a rischio, hanno visto il parametro scendere dall’11,7% all’11%. Peraltro mentre la copertura dei crediti dubbi è sempre integrale negli Usa, in Europa è del 68%, in Giappone del 66%. Tra finanza allegra e crediti facili, comunque, a farne le spese sono state anche le casse statali: 20 miliardi di dollari di introiti in meno per il fisco americano nel 2007, 11 miliardi di euro in meno per le amministrazioni del Vecchio continente. Peraltro le banche europee godono di un tax rate più favorevole rispetto alle sorelle americane: 24,1 contro 32,2 (nel 2006). Nei nove anni che vanno dal 1998 al 2006, se le banche europee avessero avuto lo stesso trattamento delle statunitensi, avrebbero pagato maggiori imposte per 66 miliardi. Forse non è un caso che l’Europa del credito vinca la sfida del Roe: 19,8% nel 2006 contro il 18% delle banche Usa (il 13,3% delle cinesi, e appena il 9,9% delle giapponesi). Non c’è però solo il Fisco a spiegare la maggior redditività del credito nel Vecchio continente. Nel periodo ‘98-2006, infatti, le banche europee hanno visto aumentare i ricavi per dipendente del 42% a fronte di un aumento del costo del lavoro pro capite del 36%. Dinamica inversa sull’altra sponda dell’Atlantico, dove l’aumento del costo del lavoro pro-capite (+52%) è stato superiore all’incremento della produttività (+46%). Fa storia a sè l’Italia: i ricavi per addetto nello stesso periodo sono cresciuti solo del 6%, ma il costo del lavoro unitario, grazie anche all’espansione verso l’Est europeo, è addirittura sceso del 4 per cento. Ma dove le differenze sono ancora abissali è nel grado di concentrazione del sistema. Se l’aggregato delle banche taglia extralarge censite da R&S si è sfoltito in otto anni, passando da 109 a 66, l’istantanea delle tre macro-aree occidentali è tutt’altro omogenea. Le europee sono grandi, grandissime per dimensioni assolute e in termini relativi a casa loro, ma le prime cinque banche nel 2006 contavano solo per il 30% sultotale dell’attivo nel complesso continentale, contro l’80% in Giappone o il 75% negli Stati Uniti. Come dire: l’euro ha unito le valute, ma nel credito i confini nazionali dividono ancora.

tratto dal sito del Sole24Ore del 27/05/2008

Con le lacrime agli occhi per i pochi profitti realizzati dal sistema bancario, voglio solo ricordare quanto detto in questi giorni dal grande finanziere Warren Buffett: “…le banche, e solo loro, sono responsabili della crisi finanziaria. Si sono esposte oltre ogni logica, assumendo così rischi troppo elevati. E’ talmente evidente la loro colpa che non vale assolutamente la pena cercare altri responsabili”.


Azioni

Informazione

Lascia un commento